Per quasi 500 anni, il vulcano Krasheninnikov nella penisola della Kamchatka ha mantenuto un silenzio assoluto. Tutto è cambiato il 30 luglio 2025, quando un sisma magnitudo 8.8 ha scosso la regione. Questo devastante terremoto ha fatto scattare allerte tsunami a livello globale e ha innescato una serie di eruzioni simultanee in tutta l’area, un fenomeno descritto dalle autorità come una vera parata di eruzioni. La Kamchatka ospita circa 160 vulcani, di cui 29 attivi, quindi l’attività geologica è abituale. Tuttavia, il risveglio di questo gigante dopo 475 anni di inattività ha sbalordito gli scienziati. A distanza di pochissimi giorni dalla scossa, il cratere ha espulso un’enorme colonna di fumo, rivelando un collegamento inquietante tra i fenomeni.
Il mistero del vulcano Krasheninnikov
Il legame tra i 2 estremi eventi naturali è apparso subito evidente ai ricercatori. Un team guidato dal vulcanologo James Hickey dell’Università di Exeter ha analizzato a fondo l’eruzione per capire come il sisma abbia potuto scuotere il Krasheninnikov dal suo lungo sonno. Secondo lo studio, caricato in preprint su EarthArXiv, i ricercatori affermano: “Il prolungato scuotimento del terremoto ha probabilmente favorito l’essoluzione dei volatili dipendente dal tempo, la crescita delle bolle e l’eventuale destabilizzazione del serbatoio in un sistema già meccanicamente suscettibile di cedimento“. L’area si trova sopra una zona di subduzione dove la placca del Pacifico sprofonda, generando vulcanismo estremo e terremoti potentissimi. Molti crateri hanno avvertito la scossa, eppure solo alcuni hanno partecipato all’evento eruttivo. Il Karymsky, ad esempio, erutta quasi ininterrottamente dal 1996. Il Krasheninnikov, al contrario, non mostrava alcun segnale premonitore.
L’inganno dei dati satellitari e lo stato critico nascosto
I dati satellitari raccolti nei 9 anni precedenti non avevano rilevato alcun rigonfiamento del suolo che potesse suggerire un accumulo di magma. Al contrario, la superficie stava sprofondando a un ritmo di 4 millimetri all’anno e non vi era traccia di anidride solforosa in fuga. Circa 2 giorni dopo il mega sisma, ben 12 scosse di magnitudo 4 hanno colpito l’area in sole 5 ore. Le osservazioni satellitari hanno mostrato chiaramente cosa stava accadendo: il magma stava aprendo una frattura quasi verticale nella crosta. Questa intrusione ha coinvolto circa 32 milioni di metri cubi di magma, provenienti da un serbatoio situato a 6 km di profondità. Gli scienziati hanno calcolato che i cambiamenti di stress permanente erano minimi, misurando tra 0.01 e 0.05 megapascal, valori teoricamente insufficienti per causare un’eruzione immediata per la quale servirebbero pressioni superiori a 1 megapascal. Il segreto risiedeva infatti nella composizione stessa del magma, caratterizzato da un altissimo contenuto di gas accumulato nei secoli.
Come una bottiglia agitata
L’agitazione prolungata causata dal terremoto ha permesso al gas di diffondersi nelle bolle, facendole crescere e aumentandone vertiginosamente la pressione. Il processo è molto simile a quanto accade nello stomaco dopo aver bevuto troppe bevande gassate. Il serbatoio è diventato instabile e il magma si è fatto strada con violenza verso la superficie. Gli studiosi illustrano questo fenomeno con estrema chiarezza: “Dimostriamo che vulcani apparentemente quiescenti possono nascondere stati critici occulti inclini a perturbazioni sismiche, in particolare in ambienti di arco distensivo con magmi ricchi di volatili esposti a ripetuti terremoti di megathrust“. Questa dinamica dimostra che un vulcano pacificamente addormentato potrebbe non essere per nulla stabile sotto terra. La rottura dei delicati equilibri ha portato all’epilogo descritto in conclusione dai ricercatori: “In definitiva, il terremoto ha probabilmente facilitato l’eruzione non forzando direttamente l’immediato cedimento del serbatoio, ma imponendo stress dinamici prolungati su un sistema magmatico ricco di volatili e meccanicamente suscettibile, provocando una ritardata essoluzione dei volatili, la crescita delle bolle, la destabilizzazione del serbatoio e la successiva intrusione di dicchi ed eruzione“.


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