La peste polmonare torna ad accendere l’attenzione internazionale e il caso emerso in Siberia solleva interrogativi che vanno ben oltre la morte di una ricercatrice dell’Irkutsk Anti Plague Institute. A mettere in guardia sulla possibilità che la vicenda possa essere più estesa rispetto a quanto ufficialmente emerso è l’infettivologo Matteo Bassetti, che non esclude l’esistenza di ulteriori contagi e richiama, per alcune modalità di diffusione della forma polmonare, il precedente del Covid. L’allarme riguarda quanto accaduto a Irkutsk, nella Siberia centrale, dove una ricercatrice che lavorava nell’istituto antiplague è morta in seguito a una polmonite di origine inizialmente sconosciuta. Sul caso si sono accesi anche i riflettori dell’Unione Europea. La Commissione Europea ha infatti confermato di essere in contatto con il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ECDC, e di monitorare molto attentamente gli sviluppi.
Durante il briefing della Commissione del 5 ottobre è stato ricordato che la peste, provocata dal batterio Yersinia pestis, è curabile con antibiotici ed è assente dall’Europa da oltre mezzo secolo, pur continuando a comparire sporadicamente in altre parti del mondo. La Commissione ha inoltre sottolineato l’importanza di informazioni epidemiologiche e di laboratorio tempestive e trasparenti. L’ECDC, sulla base delle informazioni disponibili e delle incertezze ancora presenti, valuta al momento come bassa la probabilità di infezione per cittadini europei.
Bassetti e il dubbio sui casi non dichiarati in Russia
Intervistato da Il Messaggero, Matteo Bassetti concentra l’attenzione soprattutto sulla possibilità che il singolo caso conosciuto non rappresenti necessariamente l’intera dimensione dell’episodio. “Non escluderei che ci possano essere stati altri contagi, visto che sembrerebbe che siano stati pubblicati dei tweet, poi cancellati, dove si diceva di evitare di andare in alcune aree, di usare la mascherina oppure di stare attenti perché i casi sembrano di più. Quindi la sensazione è che ci sia qualcosa di più di quanto hanno detto, insomma, siamo abbastanza abituati al modo di fare russo”. Una valutazione molto netta, fondata secondo Bassetti anche sulla dinamica stessa che avrebbe portato alla diffusione pubblica della notizia.
Sul possibile rischio di contagi nascosti, Bassetti aggiunge: “se dicono che c’è un decesso per peste polmonare, è evidente che c’è qualcosa di più. Perché se fosse tutto controllato non sarebbe uscita neanche questa notizia. E anche il fatto che si sia contagiato all’interno di un laboratorio, bisognerebbe un attimo capire che magari non sia qualcosa di diverso, di qualche paziente che magari si è contagiato e che ha contagiato qualcun altro”. Sono dichiarazioni che restano, allo stato attuale, valutazioni dell’infettivologo e non equivalgono alla conferma dell’esistenza di ulteriori casi. Proprio l’incertezza sulle informazioni provenienti dalla zona rende però centrale la sorveglianza epidemiologica internazionale.
“Somiglia molto di più al Covid”: cosa intende Bassetti
Il passaggio destinato a suscitare maggiore attenzione riguarda il paragone con il Covid. Non perché peste polmonare e Covid siano la stessa malattia: la prima è provocata da un batterio, la seconda da un virus. Il riferimento di Bassetti riguarda invece soprattutto la possibilità di trasmissione attraverso le secrezioni respiratorie e la rapidità della forma polmonare. Alla domanda sulle eventuali somiglianze con il Covid, Bassetti afferma: “questa forma polmonare è molto rapida, anche come diffusibilità. Ha un tempo di incubazione veloce, 2-3 giorni e ti contagi, fino a un massimo di una decina. È molto diversa rispetto ad altre epidemie che avevamo visto nel recente passato, assomiglia molto di più al Covid che non ad altre malattie come come possibilità di diffondersi anche attraverso le particelle di respiro”. La peste polmonare rappresenta la forma nella quale l’infezione interessa i polmoni. L’ECDC ricorda che la peste è provocata dal bacillo Yersinia pestis e che le manifestazioni cliniche possono diventare rapidamente gravi a seconda della via di infezione. Il paragone con il Covid, quindi, non riguarda né l’origine biologica né l’andamento epidemiologico globale delle due malattie, ma il tema specifico della trasmissione respiratoria indicato dall’infettivologo.
Il fattore Siberia e l’isolamento geografico di Irkutsk
Un elemento che secondo Bassetti potrebbe limitare il rischio è la posizione geografica dell’area interessata. Irkutsk si trova in Siberia, lontano dalle maggiori metropoli europee e russe e in un contesto geografico molto diverso da quello di grandi città densamente popolate. Bassetti osserva: “l’unica cosa che un po’ ci consola è che siamo in Siberia, un’area veramente molto remota. Fossimo stati a San Pietroburgo, sarei stato decisamente più preoccupato, perché il numero di abitanti è decisamente diverso rispetto a quello che può avvenire in un’area della Siberia. Però questa persona prima di finire in ospedale e di morire, evidentemente sarà andata al supermercato, sarà andata in farmacia, sarà andata in giro, sarà andata sull’autobus, sarà tornata al lavoro e quindi evidentemente tutte queste persone con cui è venuta in contatto sono state tutte messe in quarantena, sono state tutte controllate”. Il nodo indicato dall’infettivologo è quindi quello della ricostruzione dei contatti della persona morta. Un’attività decisiva in qualsiasi episodio epidemico, soprattutto nel caso di un’infezione che coinvolga il tratto respiratorio.
I dubbi sulla capacità di controllare tutti i contatti
Bassetti pone però un ulteriore interrogativo: l’effettiva capacità delle autorità locali di effettuare un monitoraggio capillare di tutti coloro che potrebbero essere entrati in contatto con la ricercatrice. L’infettivologo domanda: “siamo sicuri che i russi abbiano i mezzi in Siberia di poter fare tutto questo a livello di controlli? Perché non è successo a Manhattan di New York, dove non avrei nessun dubbio del fatto che tutto funziona. Stiamo parlando di una provincia remota della Russia, quindi tutte queste cose naturalmente pongono un grosso punto interrogativo”. È proprio la qualità della sorveglianza e delle informazioni disponibili a rappresentare una delle questioni centrali del caso. La stessa Commissione Europea, parlando ufficialmente della vicenda, ha ribadito la necessità di poter disporre di dati affidabili, tempestivi e trasparenti sulle analisi epidemiologiche e di laboratorio. Bruxelles ha confermato di avere canali per ricevere informazioni anche attraverso organismi internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Peste polmonare, il rischio di diffusione oltre la Russia
Bassetti continua: “stiamo parlando di un’infezione batterica polmonare a rapida diffusione e con una letalità molto alta e con una contagiosità elevata, quindi speriamo e ci auguriamo che ci dicano presto che è tutto finito, che non c’è nessun altro nuovo caso”. Il quadro ufficiale europeo, però, è al momento più rassicurante sul rischio concreto per il continente. L’ECDC, pur riconoscendo le incertezze sulla situazione, considera molto bassa la probabilità di infezione per la popolazione dell’UE/SEE, proprio perché viene ritenuta molto bassa la probabilità che l’infezione venga importata e dia luogo a una trasmissione secondaria. L’agenzia europea continuerà comunque a rivalutare il rischio sulla base delle nuove informazioni disponibili.
Perché negli Stati Uniti la Yersinia pestis è osservata con attenzione
Un altro punto affrontato da Bassetti riguarda l’interesse degli Stati Uniti nei confronti di Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste. L’infettivologo afferma: “gli Stati Uniti sono giustamente preoccupati perché non dimentichiamoci che la Yersinia pestis è uno degli agenti biologici considerati una delle armi per il bioterrorismo. Quindi gli americani sono preoccupati perché insieme al vaiolo è uno degli agenti su cui si è lavorato molto”. La particolare attenzione nei confronti del batterio deriva anche dalle sue caratteristiche biologiche e dalla gravità delle forme più severe dell’infezione. L’ECDC ricorda che la Yersinia pestis è un bacillo appartenente alla famiglia delle Enterobacteriaceae e che la peste ha avuto un ruolo drammatico nella storia europea, provocando in passato grandi pandemie. In Europa la malattia è assente da oltre mezzo secolo, mentre continua a essere presente in alcune aree delle Americhe, dell’Africa e dell’Asia.
Antibiotici contro la peste, ma Bassetti avverte sulla gravità della forma polmonare
Uno degli elementi più importanti rispetto alle grandi epidemie del passato è che oggi la peste può essere trattata attraverso antibiotici. Ciò non significa però, sottolinea Bassetti, che la forma polmonare debba essere considerata una malattia facilmente gestibile. L’infettivologo spiega: “esistono antibiotici per curarla, ma non esistono vaccini. Cure esistono ma stiamo parlando di un’infezione molto grave quando colpisce i polmoni. Non è che con l’antibiotico il giorno dopo sei guarito, è una infezione comunque molto complicata che necessita giorni di trattamento e non sempre c’è una risposta piena. Senza terapia antibiotica c’è una mortalità che arriva praticamente al 100%. Con la terapia antibiotica si riduce del 50%, però c’è il 50% di mortalità. Stiamo parlando di una infezione gravissima”. La Commissione Europea ha confermato che la peste è trattabile con antibiotici, mentre sul tema delle scorte disponibili in Europa la portavoce Eva Hrncirova ha precisato durante il briefing di non poter fornire nell’immediato numeri specifici. Bruxelles ha però ricordato che dopo la pandemia di Covid-19 l’Unione ha rafforzato significativamente la propria preparazione alle emergenze sanitarie e dispone oggi di diversi strumenti europei e nazionali per affrontare possibili minacce transfrontaliere.


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