Super batteri, Pregliasco: “una pandemia silenziosa, dopo il Covid non possiamo farci trovare impreparati”

Il virologo avverte sui rischi dei superbatteri resistenti agli antibiotici: oltre 39 milioni di morti nel mondo entro il 2050 secondo le proiezioni

Una pandemia che avanza senza fare rumore, ma che rischia di compromettere alcune delle più importanti conquiste della medicina moderna. È l’antibiotico-resistenza, una delle principali minacce per la salute pubblica dei prossimi decenni, di fronte alla quale gli esperti chiedono interventi immediati, investimenti strutturali e una maggiore diffusione degli strumenti diagnostici. A lanciare un nuovo allarme è il virologo Fabrizio Pregliasco, che richiama l’attenzione sulle conseguenze della progressiva perdita di efficacia degli antibiotici e sulla necessità di rafforzare le politiche nazionali di prevenzione. Il quadro delineato è particolarmente preoccupante anche per l’Italia, dove le infezioni provocate da batteri resistenti causano circa 12mila decessi ogni anno. Una situazione destinata a diventare ancora più grave senza interventi adeguati, con ripercussioni non soltanto sulla cura delle malattie infettive, ma anche sulla sicurezza degli interventi chirurgici, dei trapianti e delle terapie oncologiche.

“Non fa rumore come una pandemia virale, non provoca necessariamente ondate improvvise di contagi e raramente conquista le prime pagine. Eppure l’antibiotico-resistenza rappresenta una delle più gravi minacce per la salute pubblica dei prossimi decenni. Una pandemia silenziosa, che avanza progressivamente e rischia di riportare la medicina indietro di molti decenni. L’allarme lanciato dai microbiologi italiani riporta al centro una questione che non può più essere affrontata soltanto attraverso dichiarazioni di principio: l’Italia ha bisogno di investimenti certi, di strumenti diagnostici accessibili e di una strategia nazionale capace di tradursi in interventi concreti”. Sono le parole di Pregliasco, intervenuto dopo l’appello lanciato attraverso Adnkronos Salute da Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli). In vista della prossima Manovra e del nuovo Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza, Clerici sollecita “fondi certi, in tempi chiari, vincolati alla diffusione sul territorio dei moderni strumenti diagnostici” e “politiche ambientali volte a frenare il riscaldamento globale e ad abbattere l’inquinamento”, fattori che contribuiscono alla diffusione dei superbatteri. Una richiesta condivisa dal virologo, che sintetizza così le priorità: “servono soldi”. E ancora: “più diagnosi rapide, meno antibiotici inutili e visione One Health”.

Antibiotico-resistenza, le previsioni: oltre 39 milioni di morti entro il 2050

La gravità dell’emergenza emerge dalle proiezioni sulla mortalità e dall’impatto già registrato sui sistemi sanitari. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, tra il 2025 e il 2050 potrebbero verificarsi complessivamente oltre 39 milioni di decessi direttamente attribuibili alla resistenza batterica agli antibiotici, qualora non venissero adottati interventi sufficientemente efficaci. Il fenomeno presenta caratteristiche differenti rispetto alle pandemie provocate da virus, perché non dipende da un unico agente patogeno e si sviluppa progressivamente, rendendo sempre più difficile trattare infezioni che oggi vengono considerate curabili. Proprio questa evoluzione graduale rappresenta uno degli aspetti più insidiosi: il rischio è che l’emergenza venga percepita come una condizione ordinaria, mentre continua a ridurre le possibilità terapeutiche disponibili.

“L’antibiotico-resistenza è una pandemia diversa da quelle che abbiamo imparato a conoscere. Non arriva improvvisamente, non ha un unico agente responsabile e non si combatte con un solo vaccino. È un fenomeno progressivo che rischia di sottrarci, un poco alla volta, la possibilità di curare infezioni che oggi consideriamo banali. Il pericolo è abituarci a questa emergenza fino a considerarla inevitabile”, sottolinea Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Università Statale di Milano, past president Anpas e vicepresidente di Samaritan International. Il virologo richiama quindi la dimensione internazionale dell’emergenza, evidenziando come la diffusione dei batteri resistenti rappresenti già oggi una causa significativa di mortalità e di complicazioni cliniche.

In Italia circa 12mila morti ogni anno: perché i superbatteri minacciano la medicina moderna

L’Italia figura tra i Paesi europei maggiormente colpiti dall’antibiotico-resistenza. Nel continente, le infezioni sostenute da batteri resistenti provocano oltre 35mila decessi ogni anno e circa un terzo di queste morti, pari a 12mila, si registra nel nostro Paese. Alle conseguenze sulla mortalità si aggiungono l’aumento delle complicanze, il prolungamento dei ricoveri ospedalieri e i maggiori costi sostenuti dal Servizio sanitario nazionale. Il problema non riguarda esclusivamente il trattamento delle infezioni, perché l’efficacia degli antibiotici rappresenta una condizione essenziale per garantire la sicurezza di numerose prestazioni sanitarie, soprattutto nei pazienti più vulnerabili.

“I dati sono impressionanti”, ricorda Pregliasco: “secondo uno studio pubblicato su ‘The Lancet’, nel periodo 2025-2050 potrebbero verificarsi complessivamente oltre 39 milioni di decessi direttamente attribuibili alla resistenza batterica agli antibiotici, in assenza di interventi sufficientemente efficaci. In Europa le infezioni sostenute da batteri resistenti causano oltre 35mila decessi ogni anno”, di cui un terzo, circa 12mila, in Italia che “figura tra i Paesi più colpiti, con un peso rilevante in termini di mortalità, complicanze, durata dei ricoveri e costi per il Servizio sanitario nazionale. Il rischio più grave – avverte l’esperto – è che gli antibiotici perdano progressivamente efficacia proprio quando ne abbiamo maggiormente bisogno. Un intervento chirurgico, un trapianto, una chemioterapia o il trattamento di un paziente fragile possono diventare molto più pericolosi se non disponiamo di farmaci efficaci contro le infezioni batteriche”. E “l’antibiotico-resistenza non riguarda soltanto le malattie infettive”, precisa Pregliasco: “mette in discussione la sicurezza dell’intera medicina moderna”.

Antibiotici inutili contro influenza e raffreddore: il rischio dell’uso inappropriato

Uno dei principali aspetti sui quali intervenire è rappresentato dall’uso scorretto degli antibiotici, spesso assunti anche quando non esiste una reale necessità clinica. Il ricorso a questi medicinali per trattare infezioni di origine virale, come influenza e raffreddore, non favorisce la guarigione e contribuisce invece alla selezione di batteri resistenti. La questione assume quindi una dimensione collettiva: una prescrizione non appropriata può avere conseguenze che vanno oltre il singolo paziente, favorendo la diffusione di microrganismi contro i quali le terapie disponibili diventano progressivamente meno efficaci. Per contrastare il fenomeno, secondo Pregliasco, è indispensabile migliorare la capacità di distinguere rapidamente le infezioni batteriche da quelle virali e individuare, quando necessario, il microrganismo responsabile, così da orientare in maniera più precisa il trattamento.

“Una parte importante del problema nasce dall’impiego inappropriato degli antibiotici, spesso utilizzati anche quando non sono necessari. Dobbiamo superare l’idea che l’antibiotico sia una sorta di assicurazione contro qualsiasi infezione. Non serve contro influenza, raffreddore e altre infezioni virali. Assumerlo senza indicazione non accelera la guarigione e contribuisce a selezionare batteri resistenti. Ogni prescrizione inappropriata non è soltanto un possibile problema per il singolo paziente, ma rappresenta anche un danno potenziale per la collettività. La sfida riguarda quindi la capacità di distinguere tempestivamente le infezioni batteriche da quelle virali e, quando indicato, di identificare il microrganismo responsabile e orientare la scelta terapeutica. Oggi disponiamo di strumenti diagnostici che possono fornire risposte molto più rapidamente rispetto al passato. Ma troppo spesso queste tecnologie restano concentrate nei grandi ospedali, mentre sul territorio, dove vengono prese moltissime decisioni terapeutiche, l’accesso alla diagnostica microbiologica è ancora insufficiente. Bisogna portare le possibilità diagnostiche vicino ai pazienti integrandole con i laboratori ospedalieri e con il lavoro dei medici di medicina generale. Questo non significa che ogni prescrizione debba essere preceduta da un test microbiologico, né che si debbano ritardare le terapie urgenti. In presenza di sepsi o altre infezioni gravi, il trattamento antibiotico tempestivo può essere decisivo per salvare la vita. Significa piuttosto utilizzare i test appropriati quando possono realmente migliorare le decisioni cliniche ed evitare trattamenti inutili”, spiega il virologo.

Diagnosi rapide e laboratori sul territorio: la strategia contro le infezioni resistenti

La maggiore disponibilità di test diagnostici rapidi rappresenta uno degli strumenti centrali nella lotta all’antibiotico-resistenza. Le tecnologie attualmente disponibili consentono di ottenere informazioni in tempi più brevi rispetto al passato, ma la loro distribuzione resta insufficiente al di fuori delle principali strutture ospedaliere. Secondo l’analisi di Pregliasco, occorre rafforzare il collegamento tra laboratori, medicina territoriale e medici di medicina generale, permettendo di adottare decisioni terapeutiche più appropriate anche nei contesti in cui viene effettuata una parte rilevante delle prescrizioni. L’obiettivo non è sottoporre indiscriminatamente ogni paziente a un esame microbiologico, ma utilizzare gli strumenti disponibili nelle situazioni in cui possono effettivamente migliorare la diagnosi ed evitare trattamenti non necessari. Questa impostazione deve tuttavia tenere conto delle condizioni cliniche che richiedono interventi immediati. In presenza di sepsi o infezioni particolarmente gravi, infatti, la somministrazione tempestiva di antibiotici può essere determinante per la sopravvivenza. La diffusione della diagnostica rapida non deve quindi trasformarsi in un ostacolo alle terapie urgenti, ma contribuire a rendere più appropriata la scelta dei farmaci, distinguendo le situazioni in cui è indispensabile intervenire subito da quelle nelle quali un accertamento può evitare prescrizioni inutili. Una strategia che richiede organizzazione, integrazione dei servizi sanitari e investimenti capaci di rendere accessibili le tecnologie anche al di fuori dei grandi ospedali.

Piano nazionale antibiotico-resistenza 2027-2031, Pregliasco chiede fondi certi nella legge di Bilancio

Un passaggio decisivo sarà rappresentato dal nuovo Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza (Pncar) 2027-2031, chiamato a definire le strategie per rafforzare la prevenzione, la sorveglianza epidemiologica e l’uso appropriato degli antimicrobici. Per Pregliasco, tuttavia, gli obiettivi programmatici devono essere accompagnati da finanziamenti identificabili, responsabilità precise e tempi verificabili. La prossima legge di Bilancio viene indicata come un banco di prova per comprendere se il contrasto ai batteri resistenti possa trasformarsi in una priorità effettiva della politica sanitaria nazionale. Le risorse dovranno sostenere in particolare l’ampliamento della rete diagnostica e il rafforzamento dei programmi di prevenzione e controllo delle infezioni, evitando che gli interventi restino confinati alla pianificazione.

“Il prossimo Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza”, il Pncar 2027-2031, “dovrà rappresentare un’occasione concreta per rafforzare la rete diagnostica, la sorveglianza epidemiologica, la prevenzione delle infezioni e i programmi di uso appropriato degli antimicrobici”, prosegue il virologo. Ma “non possiamo continuare a produrre piani di contrasto senza garantire risorse, responsabilità e tempi di realizzazione. La prossima legge di Bilancio deve essere un banco di prova: servono finanziamenti identificabili, destinazioni vincolate e risultati misurabili. La prevenzione non può essere la prima voce che si sacrifica quando si devono far quadrare i conti, perché il costo di non prevenire sarà inevitabilmente molto più alto”.

Antibiotico-resistenza e cambiamenti climatici: perché serve la strategia One Health

Il contrasto ai superbatteri resistenti agli antibiotici non può limitarsi alle strutture sanitarie o alle prescrizioni dei medici. Pregliasco richiama la necessità di adottare una strategia One Health, fondata sul collegamento tra salute umana, salute animale e ambiente. L’impiego degli antimicrobici negli allevamenti, la presenza di residui e microrganismi resistenti nell’ambiente, le condizioni igienico-sanitarie e alcuni effetti dei cambiamenti climatici sono elementi che contribuiscono a rendere più complessa la diffusione della resistenza batterica. Da qui l’importanza di un’azione coordinata che coinvolga non soltanto ospedali e medicina territoriale, ma anche veterinaria, agricoltura e politiche ambientali. È in questa prospettiva che si inserisce anche la richiesta avanzata da Clerici di intervenire sull’inquinamento e sul riscaldamento globale, considerati concause della diffusione dei batteri resistenti.

“La prevenzione dell’antibiotico-resistenza richiede inoltre una visione One Health che consideri insieme salute umana, salute animale e ambiente. L’impiego degli antimicrobici negli allevamenti, la diffusione di residui e microrganismi resistenti nell’ambiente, le condizioni igienico-sanitarie e alcuni effetti dei cambiamenti climatici contribuiscono a rendere il fenomeno particolarmente complesso. Non possiamo pensare di contrastare l’antibiotico-resistenza intervenendo soltanto sulle prescrizioni dei medici. Serve una strategia che coinvolga ospedali, territorio, veterinaria, agricoltura e politiche ambientali. È il principio One Health: la salute delle persone non può essere separata da quella degli animali e dell’ambiente. Un ruolo fondamentale spetta anche alla prevenzione delle infezioni attraverso l’igiene delle mani, la sicurezza delle procedure assistenziali, la sorveglianza microbiologica e le vaccinazioni, che possono ridurre il numero delle infezioni e, di conseguenza, la necessità di utilizzare antibiotici”, sottolinea Pregliasco.

Vaccinazioni, prevenzione e nuovi antibiotici: la sfida per proteggere le cure del futuro

Accanto alla diagnostica e all’appropriatezza delle prescrizioni, un ruolo fondamentale spetta alla prevenzione delle infezioni. L’igiene delle mani, la sicurezza delle procedure assistenziali, la sorveglianza microbiologica e le vaccinazioni costituiscono strumenti capaci di contribuire alla riduzione delle infezioni e, di conseguenza, della necessità di ricorrere agli antibiotici. La questione riguarda anche la capacità dei sistemi sanitari di preservare nel tempo l’efficacia delle terapie già disponibili, evitando che i farmaci attualmente utilizzati perdano progressivamente la loro utilità. Lo sviluppo di nuovi antibiotici rimane indispensabile, ma non può essere considerato l’unico strumento per affrontare un fenomeno che coinvolge l’intero sistema di prevenzione e assistenza sanitaria. Il richiamo conclusivo di Pregliasco è all’esperienza della pandemia da Covid e ai costi sanitari e sociali determinati dalla necessità di affrontare un’emergenza di grandi dimensioni. Nel caso dell’antibiotico-resistenza, sottolinea il virologo, il problema è già conosciuto e sono disponibili strumenti per intervenire. La priorità è dunque utilizzare efficacemente le conoscenze e le tecnologie esistenti, prima che la progressiva diffusione dei batteri resistenti comprometta ulteriormente la possibilità di curare le infezioni e la sicurezza delle prestazioni mediche.

“Abbiamo imparato con il Covid quanto possa costare arrivare impreparati a un’emergenza sanitaria. L’antibiotico-resistenza ci offre una possibilità diversa: conosciamo già il problema, disponiamo di strumenti per contrastarlo e sappiamo quali interventi possono funzionare. Sarebbe imperdonabile non utilizzarli. La sfida non è soltanto sviluppare nuovi antibiotici, pur indispensabili, ma preservare l’efficacia di quelli già disponibili. Un antibiotico che oggi funziona e domani non funziona più è una possibilità di cura che abbiamo perduto. E quando perdiamo la capacità di curare un’infezione, non perdiamo soltanto un farmaco: perdiamo sicurezza, aspettativa di vita e qualità dell’assistenza. La vera emergenza è questa. E il tempo per intervenire non è infinito”, conclude Pregliasco.