Le nuove mappe odierne mostrano una convergenza significativa: gli ensemble ECMWF, AIFS e GEFS prevedono un forte indebolimento dei venti occidentali nella stratosfera e, in una parte consistente dei loro scenari, il passaggio a venti orientali. Anche le corse deterministiche di ECMWF e GFS scendono sotto lo zero, mentre la singola corsa AIFS resta ancora positiva nel tratto mostrato. È un segnale importante, ma va letto per quello che è: una previsione molto concorde sull’evoluzione stratosferica, non ancora la conferma di un evento avvenuto né una risposta definitiva su che tempo farà nelle prossime settimane in Italia o nel resto d’Europa.
Il primo grafico mette a confronto la circolazione media zonale a 10 hPa e 60°N, cioè un indicatore comunemente impiegato per seguire la forza del vortice polare stratosferico. Dopo i circa 15 m/s osservati il 29 ottobre, le tre medie d’ensemble calano rapidamente verso lo zero nei primi giorni di novembre. La linea ECMWF scende in territorio negativo e vi rimane più a lungo nella parte finale della previsione, mentre le medie AIFS e GEFS si portano anch’esse vicino allo zero o sotto, ma mostrano una risalita e una maggiore incertezza verso la fine del periodo. Nel pannello sono riportate anche le percentuali di membri che prevedono venti orientali almeno in un momento della simulazione: 100% per ECMWF, 78% per AIFS e 71% per GEFS, entro le rispettive finestre indicate. Sono percentuali riferite ai singoli membri e al periodo di previsione: non significano che tutti prevedano la stessa intensità, la stessa durata o un’inversione nello stesso giorno.

Anche il secondo grafico aiuta a capire la differenza tra una convergenza sul segnale generale e un accordo perfetto sui dettagli. La corsa ECMWF scende sotto zero e mostra un’inversione più marcata e persistente, con valori negativi che si approfondiscono nella prima decade di novembre; il GFS passa a sua volta per qualche giorno in territorio negativo, ma recupera più rapidamente; AIFS, invece, rallenta nettamente senza mostrare nel tratto disponibile una vera inversione dei venti medi. La successiva impennata della linea GEFS verso la seconda metà di novembre va interpretata con cautela perché ci si spinge molto oltre la prima fase critica e la dispersione previsionale aumenta. La lettura più solida, per ora, è dunque quella di un indebolimento stratosferico molto probabile, mentre durata e profondità della fase orientale restano meno definite.

Per parlare di Major Sudden Stratospheric Warming, o SSW, si utilizza comunemente un criterio basato sull’inversione dei venti medi zonali da occidentali a orientali a 60°N e 10 hPa; le definizioni operative impiegate per catalogare gli eventi storici includono anche regole temporali che servono a distinguere episodi separati e a classificare correttamente i riscaldamenti invernali. NOAA sottolinea che il fenomeno riguarda un cambiamento della circolazione media stratosferica e che le classificazioni vengono applicate ai dati osservati, non alla sola previsione dei modelli. Per questo, finché l’inversione non sarà effettivamente registrata e verificata, è più corretto parlare di evento previsto o possibile, anche quando il segnale modellistico è molto forte.
La domanda più attesa, però, riguarda gli effetti al suolo: un vortice stratosferico che si indebolisce può favorire, in seguito, configurazioni di blocco e aumentare la probabilità di discese fredde verso le medie latitudini, ma non stabilisce da solo dove arriverà il freddo, quando lo farà e con quali conseguenze. Il disturbo può propagarsi verso il basso e influenzare la circolazione troposferica, ma il collegamento non è automatico e non si manifesta sempre allo stesso modo; anche quando si realizza, la risposta dipende dalla configurazione del momento e può interessare in maniera diversa il Nord America, l’Europa o l’Asia. Gli studi e i materiali NOAA descrivono infatti un aumento delle probabilità di alcune configurazioni invernali, non una previsione deterministica di gelo o neve per una specifica area.
Quest’anno il calendario rende la situazione ancora più particolare. Se l’evoluzione prevista venisse confermata, l’episodio si svilupperebbe molto presto nella stagione, quando la circolazione atmosferica sta ancora passando dall’autunno al pieno inverno e il vortice è in una fase di rapida costruzione. Un evento precoce può produrre una risposta diversa da quella più spesso associata ai riscaldamenti di pieno inverno, perché contano la struttura verticale dell’anomalia, la sua durata e la capacità delle variazioni stratosferiche di propagarsi fino alla troposfera. In altre parole, il superamento della soglia dei venti orientali sarebbe un passaggio importante, ma non basterebbe da solo a stabilire se e quando l’Europa entrerà in una fase fredda.

A complicare il quadro contribuisce il forte riscaldamento delle acque equatoriali del Pacifico, ben visibile nella mappa delle anomalie del 25 ottobre, con temperature superficiali nettamente sopra la media su vaste aree dell’oceano e anomalie particolarmente marcate nel Pacifico orientale. La carta offre un’istantanea significativa del contesto, ma da sola non dimostra che si tratti del super El Niño più orientale mai registrato: per affermarlo servono confronti omogenei con gli indici e le serie storiche. È comunque un elemento da seguire, perché El Niño modifica la circolazione tropicale e la propagazione delle grandi onde atmosferiche che possono raggiungere la stratosfera; NOAA osserva che la relazione tra ENSO, vortice polare e clima europeo dipende dalle configurazioni che si instaurano e dalla presenza o meno di un evento stratosferico, senza che una semplice analogia garantisca lo stesso esito ogni volta.
Per l’Italia, quindi, il segnale merita attenzione ma non autorizza ancora a tradurre la previsione stratosferica in una certezza di freddo o neve. Nei prossimi aggiornamenti sarà importante capire se l’inversione prevista si verificherà davvero, quanto a lungo durerà, se l’anomalia scenderà progressivamente verso i livelli inferiori dell’atmosfera e quale risposta assumeranno le configurazioni troposferiche sull’Atlantico e sull’Europa. Il vortice polare potrebbe entrare in una fase eccezionalmente delicata, ma il passaggio dalla stratosfera al tempo quotidiano resta il punto decisivo: soltanto quando i modelli mostreranno segnali coerenti anche alle quote più basse si potrà capire se questa dinamica aprirà la strada a un cambiamento concreto per il nostro continente.


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