Accadde oggi: nel 1986 il disastro nucleare di Chernobyl, che uccide ancora dopo 31 anni [GALLERY]

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Era il 26 aprile 1986, esattamente 31 anni fa, quando accadde uno degli incidenti più catastrofici che la storia recente conosca: esplose il reattore della centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, che all’epoca faceva parte dell’Unione Sovietica. All’1:24 un guasto al reattore numero 4 della centrale atomica di Chernobyl, nei pressi di Kiev, provoca il più grande incidente della storia dell’energia nucleare. La nube radioattiva che si sviluppa investe tutta l’Europa provocando una serie di gravi malformazioni genetiche nella popolazione. Si tratta, senza dubbio, del più grande disastro nucleare della storia. Superiore decine di volte alle bombe sganciate durante la Seconda guerra mondiale su Hiroshima e Nagasaki.

Nelle settimane successive allo scoppio, a causa delle radiazioni, furono trentuno i lavoratori della centrale e i pompieri che persero la vita tra atroci sofferenze. Ma il numero esatto delle vittime “collaterali” del disastro nucleare è tutt’oggi incerto e non vi è ormai più alcun modo di stabilire con certezza i morti diretti, ma soprattutto quelli indiretti, deceduti in seguito, a causa di malattie. Sono decine di migliaia le persone che si ammalarono a causa delle radiazioni dovute all’esplosione, le cui conseguenze furono inevitabili e devastanti. Oggi, dopo 30 anni esatti, il mondo ricorda un dramma che troppo spesso si è voluto dimenticare, sottolineandone soprattutto le conseguenze in un territorio in cui malattie e malformazioni genetiche sono aumentate negli anni successivi in maniera esponenziale, ovvero quello dell’Ucraina, delle Russia, ma anche dei Paesi limitrofi.

Tre decenni dopo e 25 anni in seguito alla dissoluzione dell’Urss le conseguenze del disastro pesano ancora sulle regioni colpite, alcune zone fanno parte anche di Russia e Bielorussia. Più di 200 tonnellate di uranio sono ancora sepolte sotto il vecchio reattore della centrale atomica a poco più di un centinaio di km da Kiev, mentre il nuovo sarcofago che dovrebbe chiudere il capitolo di ulteriori contaminazioni non è stato ancora ultimato. L’Ucraina attraversa un fase di acuta crisi economica e politica che ha anche ritardato i piani per la conclusione del gigantesco progetto, prevista ora per il 2017.

L’INCIDENTE. Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986 si verificò l’esplosione al reattore numero 4 della centrale atomica di Chernobyl mentre era in corso un test per il quale erano stati staccati i sistemi di sicurezza. Durante una prova per verificare il funzionamento della turbina in caso di mancamento improvviso di corrente elettrica, errori umani e tecnica difettosa crearono le condizioni per il disastro. L’orologio segnava l’una, 23 minuti e 44 secondi. Fuoriuscirono circa il 50% di iodio e il 30% di cesio, disperdendosi nell’atmosfera, con un’emanazione di radioattività tra i 50 e i 250 milioni di Curie, quantità circa cento volte maggiore rispetto a quella delle bombe americane su Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Sebbene il disastro giapponese avvenuto a Fukushima nel 2011 abbia raggiunto lo stesso livello massimo di classificazione sulla scala internazionale “Ines“, il settimo, l’incidente nell’allora repubblica sovietica è considerato ancora dagli esperti il più grave, per la velocità, l’entità della fuga di materiale radioattivo e gli effetti sulla salute e sull’ambiente nell’area. La nube radioattiva si spostò rapidamente da Chernobyl verso gran parte d’Europa. Secondo l’Iaea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) l’esplosione portò la contaminazione più elevata in un’area nel raggio di 100 km dalla centrale, con la concentrazione maggiore di isotopi di stronzio, cesio e plutonio.

Solo il 27 aprile, 36 ore dopo l’incidente, furono evacuati i 45 mila abitanti di Pripyat, la cittadina a un passo da Chernobyl e nei giorni successivi circa 130 mila persone in un raggio di 30 km dovettero lasciare le proprie case. In totale successivamente furono circa 350 mila le persone evacuate dalla regione e costrette a trasferirsi altrove. L’allarme in Europa giunse dalla Svezia il 28 aprile, quando venne registrata radioattività anomala nel Paese. Nei primi dieci giorni successivi alla catastrofe si tentò con ogni mezzo di fermare la fuga radioattiva: elicotteri militari versarono oltre 1800 tonnellate di sabbia e 2400 di piombo sul reattore, ma solo il 6 maggio la situazione fu sotto controllo. Migliaia le persone che parteciparono alle operazioni, tra militari e civili. Si calcola che i “liquidatori“, operai, pompieri, soldati, reclutati e volontari, siano stati nei mesi seguenti circa 700 mila, provenienti non solo da Ucraina, ma anche da Russia e Bielorussia, repubbliche che all’epoca dell’incidente facevano parte appunto dell’Unione Sovietica. Da Mosca l’ammissione del disastro arrivo solo il 14 maggio da parte del segretario dell’allora Partito comunista sovietico Mikhail Gorbaciov.

Secondo l’Iaea furono circa 4000 le vittime causate direttamente dalle radiazioni, tra di essi in larga parte i cosiddetti “early liquidators”, coloro cioè che lavorarono per primi tentando di tamponare i danni dopo l’esplosione. Cifre non ufficiali alzano il numero dei morti sino a 25 mila in tutti e tre i Paesi (Ucraina, Bielorussia e Russia) investiti dalla nube radioattiva. Ma certezze non ve ne sono, nemmeno per i numeri delle persone colpite da malattie – cifre sempre non ufficiali indicano 100 mila casi di tumore alla tiroide per persone di tutte le età nelle tre ex repubbliche sovietiche – e da disturbi psicologici che possono aver interessato i cinque milioni di persone che anche per un breve periodo sono state esposti a radiazioni sopra la norma appena in seguito alla catastrofe. Attualmente sono 158 le persone che continuano a vivere nella cosiddetta “zona di esclusione”, nel raggio dei 30 km dalla centrale. Nove milioni sono secondo Greenpeace coloro che risiedono in regioni comunque contaminate. A 30 anni dall’incidente la zona proibita è diventata meta per le gite organizzate che offrono ai turisti la possibilità di arrivare sino sotto il reattore numero 4 di Chernobyl e di visitare la città fantasma di Pripyat.

La nuova struttura di protezione è alta 105 metri, lunga 150, con una campata di 257, pesante 29 mila tonnellate e secondo i progettisti resisterà per almeno 100 anni. Una volta ultimata, secondo le ultime notizie dello Shelter Fund della Bers nel 2017 avanzato, sarà letteralmente trasportata sopra la vecchia centrale smantellata. L’impianto di stoccaggio è destinato a contenere le 20 unità di combustibile radioattivo che erano state impiegate negli altri 3 reattori di Chernobyl, sono rimasti in funzione sino al 2000. L’inizio dei lavori per la costruzione del sarcofago, che dovevano cominciare nel 2006, è stato posticipato più volte a causa del reperimento dei fondi e solo dopo la conferenza dei donatori che si è tenuta nell’aprile del 2011 a Kiev per celebrare il 25esimo anniversario, la comunità internazionale e le autorità ucraine sotto Victor Yanukovich sono riuscite a dare l’accelerazione decisiva. Il progetto averebbe dovuto concludersi entro il 2015. Dopo la rivoluzione del 2014 e il cambio di regime a Kiev però sono sopraggiunte nuove difficoltà e il calendario è stato posticipato. Sino al dicembre del 2015 il Chernobyl Shelter Fund ha collezionato effettivamente 1,3 miliardi di dollari, ne manca più di uno all’appello per coprire tutti i costi saliti negli anni a 2,4 miliardi di dollari.