Moro e Tumaco: gli tsunami degli anni ‘70

  • La distruzione lasciata dallo tsunami del 1976 sulle coste di Mindanao. Molti villaggi di pescatori, con costruzioni di legno e palafitte, vennero devastati (da Wikipedia)
    La distruzione lasciata dallo tsunami del 1976 sulle coste di Mindanao. Molti villaggi di pescatori, con costruzioni di legno e palafitte, vennero devastati (da Wikipedia)
  • Le intensità del terremoto che nel 1976 si sviluppa nel Golfo di Moro e colpisce con violenza la costa meridionale dell’isola di Mindanao. I numeri romani rappresentano il grado di intensità della scala MCS (da
http://www.phivolcs.dost.gov.ph/html/update_SOEPD/2012_Earthquake_Bulletins/Destructive_Earthquake/1976MoroGulfEQ/index-moro.html)
    Le intensità del terremoto che nel 1976 si sviluppa nel Golfo di Moro e colpisce con violenza la costa meridionale dell’isola di Mindanao. I numeri romani rappresentano il grado di intensità della scala MCS (da http://www.phivolcs.dost.gov.ph/html/update_SOEPD/2012_Earthquake_Bulletins/Destructive_Earthquake/1976MoroGulfEQ/index-moro.html)
  • Lo schema delle placche tettoniche che circondano l’arcipelago delle Filippine. La subduzione tra la “placca delle Filippine” e le circostanti genera terremoti distruttivi, i cui epicentri storici sono rappresentati dai cerchi rossi. Le linee con i triangoli blu rappresentano invece i margini di subduzione. Il terremoto del 1976 è legato a questo schema tettonico (da Wikipedia)
    Lo schema delle placche tettoniche che circondano l’arcipelago delle Filippine. La subduzione tra la “placca delle Filippine” e le circostanti genera terremoti distruttivi, i cui epicentri storici sono rappresentati dai cerchi rossi. Le linee con i triangoli blu rappresentano invece i margini di subduzione. Il terremoto del 1976 è legato a questo schema tettonico (da Wikipedia)
  • Il Mare di Celebes, teatro dello tsunami del 1976. Il triangolo fucsia rappresenta l’area epicentrale. La linea rosa indica le coste dell’isola di Mindanao e l’arcipelago di Sulu colpiti duramente dallo tsunami. Le linee gialle indicano le coste indonesiane in cui le onde arrivarono nel giro di 45-60’ dal sisma ma senza creare danni ingenti, con altezze dell’ordine di alcuni decimetri (da Googlemaps, modificata)
    Il Mare di Celebes, teatro dello tsunami del 1976. Il triangolo fucsia rappresenta l’area epicentrale. La linea rosa indica le coste dell’isola di Mindanao e l’arcipelago di Sulu colpiti duramente dallo tsunami. Le linee gialle indicano le coste indonesiane in cui le onde arrivarono nel giro di 45-60’ dal sisma ma senza creare danni ingenti, con altezze dell’ordine di alcuni decimetri (da Googlemaps, modificata)
  • Lo tsunami del 1979 colpisce le coste al confine tra Ecuador e Colombia. Il triangolo fucsia rappresenta l’origine dello tsunami che nel giro di 5 minuti raggiunge il litorale ecuadoregno di Esmeraldas, senza però provocare danni significativi. Le onde infatti sfogano la loro forza soprattutto in direzione nord-est, colpendo in particolare il villaggio di San Juan e “risparmiando” Tumaco, parzialmente protetta dalla conformazione della sua baia (da Googlemaps, modificata)
    Lo tsunami del 1979 colpisce le coste al confine tra Ecuador e Colombia. Il triangolo fucsia rappresenta l’origine dello tsunami che nel giro di 5 minuti raggiunge il litorale ecuadoregno di Esmeraldas, senza però provocare danni significativi. Le onde infatti sfogano la loro forza soprattutto in direzione nord-est, colpendo in particolare il villaggio di San Juan e “risparmiando” Tumaco, parzialmente protetta dalla conformazione della sua baia (da Googlemaps, modificata)
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MeteoWeb

tsunami-australia.jpgNella seconda metà degli anni ’70 del Novecento si verificarono nell’Estremo Oriente ed in Sud America due tsunami, poco noti in Europa e raramente ricordati. Si tratta comunque di due eventi catastrofici, con numerosi danni e vittime. Ce ne parla il geologo Giampiero Petrucci.

Tsunami “globali”, “regionali” e “locali”. Potenza e vastità di uno tsunami dipendono essenzialmente da due fattori: la sua origine ed il luogo in cui si sviluppa. I terremoti sono la causa principale per gli tsunami e, generalmente, più è alta la magnitudo e maggiore può essere la potenza del conseguente tsunami. Anche grandi frane, sia subaeree che sottomarine, possono generare tsunami, non solo nei mari (Scilla 1783 e Papua 1998) ma anche nei laghi. Talvolta la combinazione tra i due fattori, terremoto e frana, genera effetti disastrosi, come ipotizzato per il celebre evento del 1908 nello Stretto di Messina. Vi sono poi le gigantesche eruzioni che, sia pure raramente, rimangono potenzialmente in grado di generare tsunami devastanti come accaduto per il Krakatoa nel 1883. Infine, caso più raro di tutti, anche i meteoriti, impattando sulla superficie acquatica, possono portare alla genesi di catastrofi disastrose per gli esseri viventi sul nostro pianeta: celeberrimo a questo proposito quanto accaduto circa 65 milioni di anni fa per i dinosauri. Potenza e grandezza rappresentano quindi i due parametri fondamentali per lo sviluppo degli tsunami, classificabili anche in base alla vastità delle aree geografiche colpite. Per questo si parla di eventi transoceanici quando vengono pesantemente interessate le diverse coste di uno stesso oceano e continenti differenti: è il caso ad esempio del 1960  o dello “tsunami orfano” del 1700 ma anche, più recentemente, del grande evento del 2004 che tutti ricordiamo. La casistica però non si esaurisce con questi fenomeni a grande scala, definibili in un certo senso “globali” sia per l’entità geografica che per gli effetti mediatici ed economici su una gran parte del mondo. Esistono infatti anche tsunami che colpiscono aree geografiche più limitate ma con intensità non trascurabile i quali possono essere definiti “locali” o “regionali” proprio perché, per quanto violenti, sviluppano effetti su porzioni di territorio meno ampie. Generalmente si tratta di fenomeni legati a grandi frane, sottomarine, come ad esempio nel Newfoundland canadese nel 1929, o subaeree come a Shimabara nel 1792. Esistono però pure tsunami “regionali” generati da terremoti: eventi che, pur sviluppandosi anche su diversi lati dell’oceano, colpiscono in particolare ben delimitate zone geografiche. Tra questi, due fenomeni meritano attenzione, essendo tra l’altro non molto lontani nel tempo, ma praticamente sconosciuti al grande pubblico.

Le intensità del terremoto che nel 1976 si sviluppa nel Golfo di Moro e colpisce con violenza la costa meridionale dell’isola di Mindanao. I numeri romani rappresentano il grado di intensità della scala MCS (da  http://www.phivolcs.dost.gov.ph/html/update_SOEPD/2012_Earthquake_Bulletins/Destructive_Earthquake/1976MoroGulfEQ/index-moro.html)
Le intensità del terremoto che nel 1976 si sviluppa nel Golfo di Moro e colpisce con violenza la costa meridionale dell’isola di Mindanao. I numeri romani rappresentano il grado di intensità della scala MCS (da
http://www.phivolcs.dost.gov.ph/html/update_SOEPD/2012_Earthquake_Bulletins/Destructive_Earthquake/1976MoroGulfEQ/index-moro.html)

Moro, Filippine. Il 17 agosto 1976, poco dopo la mezzanotte, per la precisione alle ore 00.11 locali, un forte terremoto si verifica nel Golfo di Moro, un ampio tratto di mare, largo circa 200 km, a sud della grande isola di Mindanao, la più meridionale delle Filippine. La zona ha una sismicità ben nota: la cosiddetta “placca delle Filippine” si scontra con la placca “eurasiatica” e quella “pacifica”, portando alla generazione di forti terremoti. In tutto l’arcipelago delle Filippine infatti esistono numerose faglie e diversi margini di subduzione (le zone in cui le placche tettoniche si accavallano una sull’altra) tra cui la cosiddetta Cotabato Trench (“fossa di Cotabato”) rappresenta una delle principali strutture sismogenetiche. Infatti proprio in prossimità di questa fossa, a pochi km di distanza dalla città costiera di Palimbang, viene situato l’epicentro del sisma, la cui magnitudo è stimata intorno a 8.0. Il terremoto è avvertito in tutta Mindanao e provoca diversi danni sulla costa dove l’intensità raggiunge il grado VII della scala MCS. In particolare colpisce duramente la città di Cotabato dove crollano numerosi edifici, compresi scuole ed alberghi, oltre a diverse infrastrutture tra cui alcuni ponti e viadotti. I danni vengono localmente amplificati dalle scarse tipologie edilizie di molti manufatti e dalla presenza di depositi alluvionali che esaltano gli effetti delle onde sismiche. Si segnalano centinaia di morti, ma ben più grave è quanto accade poco dopo.

La forte magnitudo del sisma, associata alla sua posizione in mare, provoca infatti uno tsunami. Dapprima il mare si ritira e poi torna con violenza sulla costa meridionale dell’isola di Mindanao, con almeno tre ondate successive, che colpiscono a pochi minuti di distanza dalla scossa principale. Nella zona non viene lanciato nessun allarme e la popolazione rimane totalmente sorpresa nelle strade, sulle spiagge, tra le macerie, perfino sul fondo del mare, lasciato asciutto dal ritiro delle acque, a caccia di pesci boccheggianti: nessuno pensa a scappare od a rifugiarsi in posizioni elevate. Le onde travolgono così tutto e tutti: si sviluppa in questo modo uno dei più grandi disastri nelle Filippine degli ultimi cinquant’anni.

Lo schema delle placche tettoniche che circondano l’arcipelago delle Filippine. La subduzione tra la “placca delle Filippine” e le circostanti genera terremoti distruttivi, i cui epicentri storici sono rappresentati dai cerchi rossi. Le linee con i triangoli blu rappresentano invece i margini di subduzione. Il terremoto del 1976 è legato a questo schema tettonico (da Wikipedia)
Lo schema delle placche tettoniche che circondano l’arcipelago delle Filippine. La subduzione tra la “placca delle Filippine” e le circostanti genera terremoti distruttivi, i cui epicentri storici sono rappresentati dai cerchi rossi. Le linee con i triangoli blu rappresentano invece i margini di subduzione. Il terremoto del 1976 è legato a questo schema tettonico (da Wikipedia)

Circa 500 km di costa vengono investiti dalle onde, alte generalmente tra i 4 ed i 5 metri, ma localmente forse anche di più. Le coste dell’intero Golfo di Moro sono devastate: le casupole di legno, talvolta vere e proprie baracche o palafitte, caratteristiche dei villaggi di questa zona, non resistono alla furia dello tsunami che colpisce da Zamboanga a Cotabato e travolge l’intero arcipelago di Sulu, in particolare le isole di Basilan e Jolo. Interi borghi di umili pescatori, spesso raggiungibili solo via mare, non esistono più, ma anche le città più popolose, come la stessa Zamboanga (200 vittime) e Pagadian (740 morti), pagano il triste tributo: le strade diventano fiumi, i primi piani delle abitazioni vengono invasi dalle acque anche fino al soffitto. Nella sola contea di Maguindanao il conto delle vittime si aggira intorno alle 2500 unità. In totale, tra terremoto e tsunami, il numero di morti e dispersi oscilla intorno alla cifra di 8000 mentre i senzatetto risultano circa 100mila. Un disastro provocato soprattutto dal mare: è stato infatti calcolato che almeno il 90% delle vittime sia dovuto allo tsunami. Unica zona in controtendenza la città di Cotabato dove il sisma miete circa 200 morti contro i 70 dello tsunami. Dunque una grande catastrofe, che si segnala per una particolarità: le onde sviluppano i loro effetti principali solo sulla costa di Mindanao e nell’arcipelago di Sulu. Pur propagandosi anche nelle altre direzioni, in particolare a Sud, lo tsunami infatti non compie ulteriore devastazione: pur raggiungendo nel giro di 45-60 minuti le coste del Borneo e di Celebes, appartenenti all’Indonesia, le onde vi sviluppano oscillazioni di pochi decimetri, senza creare danni particolari. Ciò probabilmente è dovuto anche alla magnitudo del sisma da cui prende origine lo tsunami, certamente elevata ma comunque non superiore a 8.0. Inoltre, data la conformazione geografica del Mar di Celebes, un bacino piuttosto “chiuso”, lo tsunami non riesce a propagarsi in maniera sensibile nell’Oceano Pacifico, rimanendo dunque confinato a livello “regionale”, rappresentando un perfetto paradigma di questa tipologia di fenomeni.

Lo tsunami del 1979 colpisce le coste al confine tra Ecuador e Colombia. Il triangolo fucsia rappresenta l’origine dello tsunami che nel giro di 5 minuti raggiunge il litorale ecuadoregno di Esmeraldas, senza però provocare danni significativi. Le onde infatti sfogano la loro forza soprattutto in direzione nord-est, colpendo in particolare il villaggio di San Juan e “risparmiando” Tumaco, parzialmente protetta dalla conformazione della sua baia (da Googlemaps, modificata)
Lo tsunami del 1979 colpisce le coste al confine tra Ecuador e Colombia. Il triangolo fucsia rappresenta l’origine dello tsunami che nel giro di 5 minuti raggiunge il litorale ecuadoregno di Esmeraldas, senza però provocare danni significativi. Le onde infatti sfogano la loro forza soprattutto in direzione nord-est, colpendo in particolare il villaggio di San Juan e “risparmiando” Tumaco, parzialmente protetta dalla conformazione della sua baia (da Googlemaps, modificata)

Tumaco, Colombia. Pochi anni dopo, il 12 dicembre 1979 alle ore 02.59 locali, si verifica un altro evento similare. Teatro stavolta le coste sudamericane dell’Oceano Pacifico. Un violento terremoto, di magnitudo intorno a 8.2, si sviluppa con epicentro in mare, in prossimità della costa al confine tra Colombia ed Ecuador. La zona non è nuova ad episodi del genere e deve la sua forte sismicità alla subduzione della placca tettonica pacifica, detta Nazca, al di sotto della placca sudamericana, fenomeno che praticamente si sviluppa lungo l’intero continente ed è tra l’altro all’origine di uno degli tsunami “globali” più imponenti di tutto il Novecento. In questa zona tettonica, detta di megathrust, i movimenti rispettivi delle due placche, dell’ordine di 5-6 cm all’anno, infatti generano spesso terremoti, talora di magnitudo superiori a 8.0, come accaduto ad esempio nel 1906 (quando si originò pure uno tsunami), 1942 e 1958. La particolarità di questo episodio, oltre ad avere un epicentro spostato più a nord-est ed un’intensità maggiore rispetto ai due eventi precedenti, sta nel fatto che i suoi effetti si sviluppano soprattutto in Colombia dove è particolarmente colpita la città costiera di Tumaco, ad un’ottantina di km dall’epicentro: lesionati centinaia di edifici e registrati 25 morti. Si verificano anche fenomeni di liquefazione e subsidenza. Il sisma viene ben avvertito, con lesioni varie, anche a Bogotà, Calì e Buenaventura mentre in Ecuador, per quanto la scossa sia percepita da Guayaquil a Quito, non si registrano danni rilevanti né vittime.

Il terremoto, data la forte magnitudo e l’epicentro in mare, genera uno tsunami che nel giro di pochi minuti colpisce la costa sudamericana, con run-up che oscillano tra i 2 ed i 5 metri. La direzione delle onde, ricostruita a posteriori grazie alle osservazioni dirette sul posto, pare essere stata all’incirca sudovest-nordest: per questo nella città di Tumaco, parzialmente protetta a sud da un promontorio, il run-up non supera il metro. Diversamente, le cittadine che si trovano poste esattamente nella direzione di provenienza delle onde subiscono effetti devastanti: è il caso del villaggio di San Juan de la Costa che viene letteralmente distrutto dallo tsunami, con run-up fino a 5 metri, al punto che sarà interamente ricostruito in un altro sito, spostato più verso l’interno del litorale. Qui si registra il numero più alto di vittime dovute al solo tsunami: almeno 150. Circa 200 km di costa a nord di Tumaco vengono interessati dallo tsunami. Le onde trovano in questo caso facili bersagli su un litorale sostanzialmente basso, pianeggiante e sabbioso dove le costruzioni sono generalmente di legno e talora pure su palafitte: una dozzina di villaggi costieri viene annientata dalle onde, con numerose vittime tra gli abitanti che, ancora una volta, non fuggono al riparo dopo la scossa principale, ma bensì si recano sulle spiagge a vedere l’anomalo spettacolo del ritiro del mare. Le ondate che seguono, almeno tre, mietono dunque diverse vite. Il conto totale dei morti è comunque difficile, non essendo chiaro nemmeno l’esatto numero degli abitanti dei vari villaggi, talora raggiungibili solo via mare o tramite dissestati sentieri che attraversano la giungla: inoltre molti cadaveri non vengono ritrovati. I resoconti ufficiali parlano di almeno 250 morti, ma le stime ufficiose presumono che la cifra complessiva delle vittime possa aggirarsi intorno a 600, forse al migliaio: anche stavolta, come nelle Filippine nel 1976, è lo tsunami ad esigere un tributo maggiore di vite rispetto al terremoto. Ed anche stavolta lo tsunami può essere definito “regionale”, almeno per i suoi effetti. Le onde viaggiano per tutto il Pacifico: nel giro di 12 ore raggiungono le Hawaii dove però le oscillazioni massime registrate non superano i 40 cm. Gli strumenti registrano variazioni del livello medio marino anche in Giappone, ma al massimo di una dozzina di cm. Le onde dunque provocano danni solo in Colombia, senza “effetto globale”. E’ proprio questa in definitiva la caratteristica che accomuna gli eventi di Moro e Tumaco: generati da terremoti importanti, in aree di subduzione, gli tsunami colpiscono limitate aree geografiche dove però provocano ingenti danni e numerose vittime. Si tratta perciò di fenomeni che, per quanto poco “pubblicizzati” in Europa, meritano un posto significativo tra i disastri mondiali degli ultimi 50 anni.

BIBLIOGRAFIA

  • Kanamori H., McNally K.C., Variable Rupture Mode of the Subduction Zone along the Ecuador-Colombia Coast, Bulletin of the Seismological Society of America, Vol. 72, No. 4, pp. 1241-1253, 1982
  • White S.M., Trenkamp R., Kellogg J.N., Recent Crustal Deformation and the Earthquake Cycle along the Ecuador-Colombia Subduction Zone, EPSL 6853, pp. 1-12, 2003
  • www.drgeorgepc.com
  • www.mindanews.com
  • www.wikipedia.org