Di Gianluca Congi – All’indomani della gravissima ed estesa gelata tardiva, abbattutasi tra fine aprile e inizi maggio sulla Sila calabrese, in molte aree interne sono ancora ben visibili i segni dell’evento in questione, che testimoniano, di fatto, la gravità di una condizione climatica quasi surreale. Molti anziani del posto, intervistati all’indomani della gelata, ma anche dopo qualche tempo, hanno confermato di non ricordarsi di tali calamità e soprattutto con siffatti effetti oltre che con la vastità che ha interessato una importante porzione soprattutto della Sila Grande. Il Gran Bosco d’Italia, con le sue maestose foreste, è stato teatro di uno stress non indifferente, nel dettaglio la specie Faggio (Fagus sylvatica) ha subito le frustate più dure. Chiome densamente di colore marrone e a tratti rossicce, spezzate dal verde cupo dei pini larici, hanno fino a pochissimo tempo addietro, dipinto un quadro apocalittico, giacché tra maggio e luglio, lo scenario è stato quello appena rappresentato. Solitamente questi colori tipicamente autunnali, i faggi e le varie latifoglie presenti in quota (Pioppo tremulo, Ontano nero e Cerro), li cominciano a sfoggiare tra fine ottobre e inizi novembre. Per approfondire da vicino l’evento, abbiamo seguito l’evoluzione su MeteoWeb, passo dopo passo, infatti si rimanda alla consultazione dei contributi che seguono:
- Le foreste della Sila nella morsa di una grave gelata tardiva
- Gli effetti del gelo tardivo sulla foreste della Sila
Pochi giorni addietro, siamo saliti in più luoghi della Sila, già duramente colpiti dalla gelata. Il viaggio esplorativo è stato fatto nei comuni di Longobucco, San Giovanni in Fiore, Celico, Pedace, Serra Pedace, San Pietro in Guarano, Rose, Spezzano Piccolo e Spezzano della Sila, nel cosentino e in gran parte ricadenti nel Parco Nazionale della Sila. Tra il comune di Celico e Rose, in una bella area forestale non distante dalla Riserva Naturale dello Stato di Iona – Serra della Guardia, abbiamo intercettato un maestoso Faggio secolare in gravissima difficoltà vegetativa. La pianta, si presentava gravemente deperita probabilmente a causa del grave gelo che aveva seriamente paralizzato la formazione della nuova chioma, resa difficoltosa dalla debolezza dell’albero. Con timidi abbozzi di foglioline, quasi completamente spoglia, oggi è alla mercé della luce, del calore e d’insetti dannosi, sebbene, la fortuna di molte aree duramente investite dal gelo, sia stata legata alla moderata piovosità abbattutasi con diversi temporali e piogge, che hanno allontanato lo spettro nero della siccità estiva! Nel comune di Longobucco, in alcuni valloni e versanti poco esposti al sole, le foglie dei faggi sono rimaste monche, hanno percentuali di lamina verde nettamente inferiore a quelle completamente secche. Tra San Giovanni in Fiore e Serra Pedace, sui 1600-1700 metri di quota, porzioni di faggeta, si mostrano con strane tinteggiature verdastre, a tratti più chiare e a tratti più scure, sono gli alberi, che in buona parte presentano i postumi del trauma generato dalla gelata. Le osservazioni più preoccupanti sono state fatte nel sottobosco e riguardo alla fauna selvatica. In diversi punti, i boschi sembrano particolarmente secchi, con le foglie cadute al suolo rimaste a corollario di uno spettacolo poco gratificante e certamente insolito per la stagione (con un aumentato pericolo di propagazione degli incendi). Gli scoiattoli neri meridionali cercano riparo e nutrimento tra i verdi pini poiché nei faggi possono essere scrutati più facilmente dai predatori, vista la scarsa o rada chioma verde. In una faggeta matura di Pettinascura, tra San Giovanni in Fiore e Longobucco, in più escursioni, desolante è stata l’assenza di molte specie di piccola avifauna forestale, censite invece regolarmente soltanto qualche mese prima o nell’annata precedente. Alcune osservazioni di cervi e caprioli, in queste vaste porzioni di foreste interessate dalla gelata, hanno evidenziato il fattore vulnerabilità ai predatori, certamente più marcato che rispetto alle aree tipicamente verdeggianti specie nel periodo in oggetto. In un bosco spoglio come se fosse autunno, un ungulato con il cucciolo al seguito, avrebbe notevoli difficoltà che rispetto a una condizione di normalità, l’esposizione ai rischi è chiaramente maggiore. La gelata, in diversi comprensori, ha arrecato verosimilmente danni riguardo al minore incremento dendrometrico annuo e al potenziale rischio di attacco di agenti patogeni e non bisogna essere esperti in materia per capirlo. Bisognerebbe interrogarsi sulle cause più profonde delle avversità meteorologiche che colpiscono in differente modo, sempre più spesso, il nostro immenso patrimonio naturale. Intanto, dopo un inverno con poca neve, dopo una primavera gelata e dopo un’estate timida ma tutto sommato fresca, chissà se l’autunno sarà come da copione, la speranza è che non sia particolarmente siccitoso, visto che la Sila, è una delle principali riserve di acqua dolce dell’intero Meridione e in molti torrenti, il flusso minimo vitale, tra prelievi e scarse precipitazioni, è ormai quasi al capolinea!
Gianluca Congi © – www.gianlucacongi.it











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