È più che mai acceso il dibattito sul clima e sulle manifestazioni giovanili che lo scorso venerdì 27 settembre hanno portato milioni di ragazzi in tutto il mondo a saltare la scuola per protestare in piazza, chiedendo ai potenti un’azione immediata contro i cambiamenti climatici. E il dibattito è molto acceso a causa delle incongruenze e delle incoerenze delle manifestazioni, oltre che per i toni utilizzati, come se fossimo sul punto di un’imminente catastrofe planetaria.
Una delle prime cose che non si può fare a meno di notare è che quei potenti contro cui i giovani hanno protestato sono gli stessi che erano lì ad applaudirli e a sostenere le loro iniziative. Per Roberto Cota di Libero, “è andato in scena l’ambientalismo da weekend” e i giovani avrebbero fatto meglio ad “organizzare una giornata di riflessione nelle loro scuole, invitando degli esperti e confrontandosi su dati concreti”. Gli scioperi in piazza, infatti, hanno paralizzato molte grandi città, contribuendo a produrre più smog, uno dei temi per i quali si battono i giovani in protesta. Il ministro dell’Istruzione “invece di legittimare la bigiata collettiva, dovrebbe proporre una giornata di approfondimento durante l’anno scolastico nelle scuole […] Così gli amici di Greta potrebbero dare il loro contributo”.

Poi un’altra domanda sorge spontanea: quanti dei milioni di giovani in piazza saprebbero fornire un argomento scientifico sul tema clima? Lo scienziato Antonino Zichichi ha spiegato quanto sia complessa la questione clima e non è certamente marinando la scuola che si ha l’opportunità di imparare di più. Ormai siamo nell’era del terrore, del panico per i cambiamenti climatici sulla base di affermazioni che ancora devono essere pienamente confermate dalla scienza. Secondo Zichichi, infatti, solo il 5% del cambiamento climatico dipende dall’uomo. Inoltre, per il climatologo Franco Prodi, le “previsioni allarmistiche non sono credibili”.
Su Il Mattino, Davide Tabarelli sottolinea: “Il cambiamento climatico, che ha condotto al recente riscaldamento, fa parte di dinamiche che si snodano nell’arco di millenni, a volte di milioni di anni. Che l’uomo possa incidere su tali movimenti con la sua combustione di energia è una possibilità, non una certezza, come recita lo stesso Accordo di Parigi del 2015 all’articolo due, dove parla di minaccia dei cambiamenti climatici e della necessità di ridurre i rischi. Certamente il mondo sviluppato, dove vivono coloro che vogliono azioni più incisive, usa troppa energia, e consumare meno fonti fossili lo richiede il buon senso, prima della paura, senza bisogno di ricorrere all’apocalisse dell’ambientalismo rivoluzionario”.
Ma se Greta parla di “inizio di estinzione di massa”, tra i milioni di giovani che la seguono non può che crearsi questo stato di allarmismo nei confronti del clima. Per Il Foglio, sembra che “il fulcro della critica sia rivolto al progresso, la paura è quella della crescita e dell’emancipazione da povertà e fame di grandi masse il cui livello di vita e di sviluppo sociale è incompatibile con il sogno di preservazione e conservazione della terra e del mare […] Bisogna andare a piedi, avere vergogna del volo in aereo, smettere di assumere proteine animali […] Confusione, babele, estremo tratto di sicurezza culturale, unanimismo e pensiero unico dominante, slogan facilissimi, scarico del barile sulle generazioni precedenti che ci hanno rubato i sogni e ci mettono in pericolo”.
Su Libero, Antonio Scocci sottolinea che “se fossero realizzate le idee antisviluppo dei catastrofisti del clima, avremmo il collasso dell’economia cosicché il loro futuro lavorativo davvero sparirebbe del tutto. Quindi scioperano contro se stessi. Oltretutto si sostiene pure che per “salvare il pianeta” bisogna fare meno figli. Così si suggerisce a questi ragazzi di negare a se stessi il futuro più naturale, quello dei figli. Peraltro in un’Italia e in un’Europa che sono già in crollo demografico”.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?