Coronavirus, “The Survivors”: la testimonianza di 10 italiani rimasti a Wuhan

In piena emergenza coronavirus, c'è chi ha scelto di restare a Wuhan: ecco il racconto di 10 italiani rimasti a Wuhan attraverso le loro chat

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Continua la lotta contro il coronavirus: da ieri è stato riconteggiato il numero di casi  che è stato ridefinito in conseguenza a delle variazioni di parametri diagnostici.

Epicentro dell’epidemia la città di Wuhan, una città “fantasma, nella quale i cittadini sono chiusi in casa per timore dei contagi che sono tanti, troppi. Si contano a livello globale 60.347 contagiati e 1369 decessi: un numero aumentato esponenzialmente in seguito al suddetto riconteggio.

La maggior parte dei cittadini stranieri sono stati fatti rientrare dalle autorità dei propri paesi d’origine, ma ci sono alcuni coraggiosi che sono rimasti. Tra di loro anche 10 italiani che hanno deciso di restare a Wuhan e condividere le loro esperienze attraverso un gruppo su WeChat. Il nome del gruppo è già tutto un programma: “The Survivors”, come dire, ce la faremo.

E in un approfondimento pubblicato sul portale del corriere si parla di loro. Ci sono due manager, una professoressa universitaria, quattro studenti, uno chef e un dottorando che non risponde perché sta scrivendo la tesi per un dottorato in storia del comunismo e “non voglio essere distratto, scusate se non rispondo ma mi serve stare concentrato”.

Quasi tutti sono trentenni, si trovano a Wuhan da anni per lavoro e hanno ormai una vita lì, per questo hanno deciso di non rientrare in Italia.

Foto Stringer/Getty Images

Alessandro Bertan, 33 anni, racconta di lavorare e avere creato una famiglia a Wuhan: “Sono qui da cinque anni, l’azienda mi ha dato l’opportunità… non avevo tanti contatti con gli altri italiani prima, mi sono sposato con una ragazza cinese e abbiamo fatto un figlio. Ora che c’è questo problema con il virus ho conosciuto altri e scherzare insieme ci tiene su di morale. Ma ci passiamo anche informazioni importanti, come il detersivo migliore per disinfettare, dove trovare le maschere. Non vedo l’ora di riprendere a lavorare, sembra stupido, ma il lavoro era la mia routine quotidiana e adesso che non c’è mi manca. Non rimpiango di essere rimasto qui, anche perché adesso, non essendo da solo, il rientro in Italia sarebbe stato difficile e inoltre non ci sentivamo di lasciare i genitori anziani di mia moglie qui”.

Poi c’è Federico, 35 anni di cui gli ultimi 10 trascorsi a Pechino: “Ora sono bloccato con moglie e due figli a Changyang, piccola città dello Hubei a 350 km da Wuhan. Lontani dal centro dell’epidemia, per noi il virus non è un pericolo concreto. La maggiore difficoltà è l’incertezza: chiusi in casa e non sappiamo quanto durerà. Abbiamo preferito restare a fare compagnia a mio suocero piuttosto che far fare un viaggio lungo e faticoso ai bambini per portarli in quarantena in Italia. Unica difficoltà: Mio figlio Giorgio chiede spesso pizza, formaggio e gelato, e non so più come dirgli di no”.

E. è invece una ricercatrice di 30 anni che racconta con entusiasmo del gruppo e di quanto la solidarietà italiana sia stata fondamentale. “Sì, in quarantena siamo sereni, non ci manca nulla, e abbiamo pure stretto dei legami che sono sicura dureranno ben oltre l’epidemia. Non mi aspettavo che si sarebbe creato un rapporto così speciale tra noi italiani. Sarà un caso fortunato, le circostanze, il giusto mix di persone, o forse la naturale predisposizione degli italiani all’eloquenza e ai dibattiti.. credo di aver spaventato i vicini con le mie risate fragorose nel mio appartamento altrimenti vuoto… tutto opera del gruppo!”

“A raccontarla in questa maniera, data la serietà dell’epidemia, sembrano reazioni fuori luogo o forse incoscienti”, dice E.Non abbiamo mai sottovalutato la pericolosità della situazione, ma viverla dall’interno fa cambiare la prospettiva. Ricordo la Sars, ero alle medie. I notiziari mi fecero sentire impotente e vulnerabile… ma era distante allora. Poi mi sono ritrovata nell’epicentro di questa epidemia e ho reagito in una maniera inaspettata: tranquilla e fiduciosa. E non sono inerte, posso agire e controllare le mie azioni, so che bastano precauzioni semplici, come mascherina, guanti e occhiali. Disinfettanti al ritorno”.

“Appena finita la quarantena andrò di sera all’Hankou bank, sull’altra riva del fiume — dove è scoppiata l’epidemia — e mi godrò nuovamente lo spettacolo di luci sui grattaceli del mio lato della città, a Wuchang“.

E “The Survivors” accolgono con ottimismo la notizia, data dalla municipalità di Wuhan, che “a partire dalla mezzanotte di martedì le comunità residenziali vengono isolate con barriere e le provviste alimentari saranno consegnate direttamente ai cancelli”.

Vogliono cercare di riaprire per il 14, San Valentino“, spiega Sara Platto, professoressa universitaria che vive a Wuhan, dove insegna all’università, da sette anni.  “Al supermercato si entra contingentati, come al museo, sempre con la mascherina e all’ingresso ti misurano la temperatura. Però le provviste non mancano”.

In una chat quasi surreale, gli italiani fanno appello alla cultura italica e tirano in ballo Alessandro Manzoni. Tra mascherine, misure di sicurezza e rischio contagio, il riferimento alla peste manzoniana non è affatto azzardato: e spuntano i personaggi. Lorenzo Mastrotto, manager vicentino, “è Fra Cristoforo, come il Padre dei Promessi Sposi, non si sa come, ma riesce sempre a trovare qualche italiano sperduto nelle strade di Wuhan e a includerlo nel gruppo”. 

Poi c’è Azzeccagarbugli, che si vanta di risolvere problemi, non solo ma “abbiamo Lucia con il suo Renzo cinese, davvero promessi sposi“, confida Sara.

Insomma, nell’emergenza di un virus  che si combatte solo con l’isolamento, questi giovani italiani hanno trovato un modo per vincerlo mediante l’unione.