Coronavirus, gli esperti: “Usare il plasma dei guariti per la prevenzione e il trattamento”

"E' necessario sviluppare quante più strategie possibili per combattere Sars-Cov-2, e validare nuovi approcci terapeutici e profilattici in rigorosi studi clinici"

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“E’ necessario sviluppare quante più strategie possibili per combattere Sars-Cov-2, e validare nuovi approcci terapeutici e profilattici in rigorosi studi clinici”. È quanto dichiarano in una nota congiunta i direttori scientifici dell’Istituto San Gallicano e dell’Istituto Regina Elena di Roma, Aldo Morrone e Gennaro Ciliberto. “L’Italia sta reagendo vigorosamente attraverso il coinvolgimento dell’Aifa e alcune sperimentazioni cliniche stanno partendo con diversi farmaci tra cui antivirali o anticorpi monoclonali. In questo appello proponiamo che il plasma convalescente umano possa diventare un’opzione sia per la prevenzione e sia per il trattamento della malattia Covid-19”, affermano gli esperti.

Si tratterebbe di “un ulteriore approccio aggiuntivo e non alternativo rispetto ai precedenti che potrebbe essere praticato con un investimento relativamente limitato di risorse e che si basa sull’evidenza del numero elevato e in costante crescita di pazienti guariti dall’infezione che, ripetiamo, al 30 marzo 2020 risultano essere 14.620“, aggiungono. Dunque il plasma convalescente “potrebbe essere prontamente disponibile poiché ci sono già numeri sufficienti di persone che sono guarite e idonee a donare il siero, che contiene le immunoglobuline, e questo numero crescerà ancora di più nelle prossime settimane o mesi. La profilassi o la terapia con anticorpi prevede la somministrazione degli anticorpi contro un determinato agente ad un individuo sensibile con lo scopo di prevenire o curare una malattia infettiva dovuta a tale agente”, sottolineano Morrone e Ciliberto.

Al contrario, la vaccinazione attiva richiede l’induzione di una risposta immunitaria che necessita tempo per svilupparsi e varia. Pertanto, la somministrazione degli anticorpi passivi è il mezzo più rapido per fornire l’immunità immediata alle persone sensibili, accelerando notevolmente i tempi di approvazione rispetto ad esempio a nuovi anticorpi monoclonali specifici”.

“L’immunizzazione passiva – ricordano gli esperti – fu introdotta per la prima volta nel 1890 da Emil von Behring, premio Nobel per la Medicina 1901, ed era l’unico mezzo per trattare alcune malattie infettive, come la difterite prima dello sviluppo della terapia antimicrobica. A parte numerosi esempi più antichi – affermano Morrone e Ciliberto – come l’utilizzo di questo approccio per il trattamento dei pazienti nell’epidemia della cosiddetta spagnola del 1918 ce ne sono vari più recenti e documentati da solida letteratura scientifica. Come per esempio nella pandemia di influenza del 2009-2010, oppure nell’epidemia da Ebola del 2014 in Africa occidentale”.

“Esistono anche report recentissimi: tale approccio – spiegano i medici – è stato utilizzato in Cina nel recente outbreak di Sars-CoV-2. Sebbene pochi dettagli siano disponibili, i pochi studi pubblicati su numeri limitati di pazienti suggeriscono che la somministrazione di sieri da convalescenti è capace di ridurre la carica virale e non dà tossicità. Infine il Policlinico San Matteo di Pavia ha dichiarato di aver avviato le procedure necessarie per iniziare una sperimentazione clinica con sieri iperimmuni da pazienti convalescenti da coronavirus”.

“Alla luce di queste considerazioni – concludono Morrone e Ciliberto – esiste una concreta opportunità di organizzare in Italia, con la partecipazione di Istituzioni di ricerca scientifica, un percorso coordinato che coinvolga i nostri ospedali, i centri trasfusionali, e le aziende specializzate per la preparazione in condizioni Gmp di plasmi iperimmuni, la loro validazione in vitro per la capacità di bloccare la replicazione del virus ed una sperimentazione clinica multicentrica che ne dimostri il grado di efficacia.”