“Il Coronavirus non sparirà con l’estate”: lo studio dell’Università di Harvard

"In estate è possibile aspettarsi una lieve diminuzione della contagiosità, ma essa non potrà fare la differenza nel rallentare la trasmissione del coronavirus"

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“In molti, compreso il presidente degli Stati Uniti, hanno affermato che il coronavirus è destinato a sparire con l’arrivo dell’estate nell’emisfero settentrionale, sottolineando il precedente della Sars nel 2003: la risposta concisa è che se anche è possibile aspettarsi una lieve diminuzione della contagiosità, non è ragionevole che questa possa fare una grande differenza nel rallentare la trasmissione del virus”: è quanto si legge in uno studio dell’università di Harvard, a firma dell’epidemiologo Marc Lipsitch e direttore del Centro per la Dinamica delle malattie trasmissibili.

Lo studio demolisce innanzitutto due miti, il primo dei quali è che la Sars sparì naturalmente con l’arrivo del caldo: “La SARS non è morta per cause naturali. È stata uccisa da interventi di salute pubblica estremamente pesanti nelle città della Cina continentale, a Hong Kong, in Vietnam, in Thailandia, in Canada e altrove. I casi di contagio vennero isolati, i loro contatti messi in quarantena – una misura di ‘distanziamento sociale'”.

Il secondo è che i coronavirus legati all’influenza siano stagionali, e quindi altrettanto deve valere per il Sars-coV-2: “Prevedere come si comporterà un nuovo virus in base a come si comportano altri virus è sempre ipotetico. L’altra ragione per cui questo non è che un mito è che i virus stagionali che sono stati nella popolazione per lungo tempo (come OC43 e HKU1) si comportano in modo diverso da quelli che sono stati introdotti nella popolazione solo di recente”.

Di fatto, la stagionalità è influenzata da quattro fattori: l’ambiente (ad esempio, l’aria più fredda e secca favorisce la normale influenza, ma non esistono analoghe certezze nel caso del coronavirus); il comportamento umano (in inverno si trascorre più tempo in casa, con una minore ventilazione – in particolare, le scuole sono importanti focolai di infezione ma non sappiamo se i bambini trasmettano poco il coronavirus oppure semplicemente non mostrino sintomi in caso di contagio); il sistema immunitario della persona contagiata (è possibile che si trovi in condizioni peggiori nella stagione invernale, come sembrerebbero indicare alcuni studi sui livelli di vitamina D). Infine, il progressivo calo delle persone suscettibili di contagio una volta raggiunto il picco, che se in correlazione con uno dei fattori stagionali precedenti e in presenza di nuovi possibili contagiati nella popolazione (ad esempio, i nuovi nati) può produrre delle epidemie cicliche più o meno nello stesso periodo dell’anno.

Quindi, conclude lo studio, anche le infezioni stagionali possono verificarsi “fuori stagione” quando sono nuove: “I nuovi virus hanno un vantaggio temporaneo ma importante: pochi o nessun individuo nella popolazione è immune. I vecchi virus, che sono stati nella popolazione più a lungo, operano con un margine più sottile: la maggior parte degli individui è immune e deve accontentarsi della trasmissione tra i pochi che non lo sono. In parole povere, i virus che esistono da molto tempo possono sopravvivere – diffondendosi nella popolazione – solo quando le condizioni sono più favorevoli, in questo caso in inverno. La conseguenza è che i nuovi virus – come l’influenza pandemica – possono diffondersi anche al di fuori di quella che per i loro cugini più consolidati è la stagione normale. Ad esempio, nel 2009,la pandemia è iniziata in aprile-maggio (ben al di fuori della stagione influenzale), si è calmata in estate (forse a causa dell’importanza dei bambini nella trasmissione) per poi riprendere in settembre-ottobre, prima dell’inizio della normale stagione influenzale. La stagionalità, quindi, non limita i virus pandemici nello stesso modo di quelli più ‘vecchi'”.