Coronavirus, è caos sulle mascherine: farmacie a secco e poche possibilità di importazione

E' ancora caos sulle mascherine per la protezione in emergenza coronavirus a poche settimane dall'annuncio della possibilità di grande distribuzione a prezzo ridotto

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E’ ancora caos sulle mascherine per la protezione a causa dell’emergenza coronavirus a poche settimane dall’annuncio della possibilità di grande distribuzione a prezzo ridotto. Le farmacie sono ancora a secco e gli approvvigionamenti procedono a singhiozzo, con i distributori quasi fermi e importatori a corto di venditori dall’estero “per il prezzo troppo basso delle ‘calmierate’ in Italia“.

Nonostante tentativi di accordi tra aziende e di alleggerimento della burocrazia, permane dunque lo stallo. Nel DL Rilancio si pensa a snellire ulteriormente la burocrazia, al fine di semplificare e velocizzare l’iter per la certificazione anche delle mascherine non chirurgiche – ma che rispondano ad alcuni requisiti tecnici – e consentirne l’utilizzo in alcuni ambiti lavorativi.

Tuttavia potrebbe non essere sufficiente: i distributori chiedono lo ‘sblocco’ di milioni di mascherine sequestrate durante i controlli delle forze dell’ordine.  La maggior parte di queste sono nei depositi giudiziari – dicono – solo per cavilli tecnici, ma sarebbero utilizzabili come ‘chirurgiche’ da vendere a 50 centesimi più iva“.

Finora l’ultimo stock di ‘mascherine di Stato’ è arrivato a Roma e in qualche altra città, ma nella quasi totalità delle farmacie dove sono state consegnate sono già finite. Mancano ancora in altre grandi città come Milano e Torino, dove sono attese in queste ore. Da sabato scorso sono in distribuzione tre milioni di dispositivi, un lotto della Protezione Civile, a fronte di un fabbisogno stimato in Italia di 10 milioni al giorno.

“Le ingenti quantità promesse purtroppo non sono ancora arrivate. Su questo siamo punto e a capo, tuona Marco Cossolo, presidente di Federfarma. E la palla delle responsabilità passa ai distributori, che a loro volta denunciano “la mancanza di un fornitore” che riesca ad importare grossi numeri, nonostante i patti. “La società italiana di Perugia importatrice di mascherine dalla Cina, che ci aveva garantito a regime la fornitura di 10 milioni di dispositivi a settimana, pare non sia più in grado di farlo”, spiega Antonello Mirone, presidente di ‘Federfarma Servizi’, l’Associazione Nazionale dei Distributori di farmaci e dpi.

La spiegazione sarebbe stata attribuita anche alla difficoltà di importazione per la “mancanza di appetibilità” del mercato italiano, visto il basso prezzo di acquisto stabilito verso l’estero, un fattore su cui incide la ‘vendita popolare’ a 50 centesimi. “In Spagna e Francia le mascherine calmierate sono a 96 centesimi al netto dell’Iva. Tutto ciò orienta i produttori verso altri Paesi”, riflette Mirone, che rimane in attesa della produzione ‘Made In Italy’, l’unica che al momento sembra poter risolvere questo stallo. Ma “le cinque aziende italiane che hanno cominciato a produrre le mascherine non hanno ancora i quantitativi disponibili”. E iniziano a diventare nuovamente introvabili anche guanti e alcol per disinfettare.

E poi ci sono le mascherine sequestrate: “Avviene spesso per intoppi burocratici, magari perché il certificato di accompagnamento è in lingua straniera e manca la traduzione in italiano. Sulle verifiche di due enti diversi spesso cambia tutto nell’interpretazione della norma. E’ chiaro che nessuna azienda si assumerebbe il rischio di finire sotto accusa per frode. Bisognerebbe – sottolinea Mirone – eliminare questo corto circuito“.

domenico arcuriIntanto arriva il chiarimento del Commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, il quale ha approvato altre ordinanze per facilitare la vendita, ad esempio, anche di quelle ‘non chirurgiche’ e prive di alcuni requisiti come l’imballaggio, purché rispettino alcune specifiche di base e cautele igienico-sanitarie. “Non è il commissario che deve rifornire i farmacisti. Il commissario rifornisce regolarmente regioni, sanità, servizi pubblici essenziali. E dal 4 Maggio anche i trasporti pubblici locali e le RSA, pubbliche e private. A titolo ovviamente gratuito”: è la replica Arcuri a chi gli ha attribuito responsabilità sulla mancata fornitura di mascherine alle farmacie. “Le farmacie non hanno le mascherine – spiega Arcuri – perché le loro due società di distribuzione hanno dichiarato il falso non avendo nei magazzini i 12 milioni di mascherine che sostenevano di avere. Il prezzo massimo è stato fissato nell’esclusivo interesse dei cittadini, anche per evitare che chi oggi afferma di non avere mascherine e di aver bisogno delle forniture del Commissario, fino a qualche settimana le aveva e le faceva pagare ben di più ai cittadini“.