Coronavirus e la salutazione delle terapie intensive in Lombardia: “Vi racconto di quando fummo costretti a decidere chi salvare”

Uno dei medici che ha redatto le linee guida nel periodo di maggiore diffusione del Covid-19 ha raccontato le sue scelte difficili

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Quando a inizio marzo il coronavirus si stava espandendo in Lombardia, vi fu un’escalation che a un certo punto sembra quasi incontrastabile. I pazienti aumentavano a dismisura, così come i ricoveri negli ospedali e persino in terapia intensiva. Un numero così elevato da determinarne la saturazione: mancavano posti letto in terapia intensiva e si riscontrava persino carenza di ventilatori del reparto pre intensivo.

Fu in quei giorni che la Siaarti (la Società italiana di anestesia e rianimazione), comprendendo la gravità della situazione, diffuse le norme da seguire per la più difficile delle scelte: selezionare chi avrebbe avuto “diritto” alle cure in terapia intensiva e chi no. Il principio secondo cui bisognava curare tutti e dar precedenza al primo arrivato non era più valido, bisognava a questo punto scegliere chi curare e la scelta andava fatta verso chi mostrava maggiori più speranze di sopravvivere.

Questa drammatica decisione viene condivisa agli ospedali in un documento scritto che contiene 15 regole per gestire l’emergenza Coronavirus. Quando questo documento fu diffuso scoppiò un caso nazionale, con giornali che titolarono “Documento segreto per decidere chi salvare”.

Adesso, a distanza di quasi tre mesi da quel drammatico 6 marzo, uno dei medici che ha redatto le linee guida per anestesisti e medici spiega che il documento non era affatto segreto e che quelle decisioni sono state necessarie e fondamentali per superare la fase più acuta della crisi sanitaria. 

Intervistato dal ‘Corriere‘, Alberto Giannini (medico pediatra a Brescia) rivela che anche i colleghi si sono ribellati a quelle disposizioni: “C’era chi si stracciava le vesti. Ricordo telefonate molto tese, anche di colleghi. ‘Cosa state facendo?’, mi dicevano. Si sollevò anche l’Ordine dei Medici, invocando il giuramento d’Ippocrate. ‘È nostro obbligo curare tutti’, diceva il presidente. Come fossimo stati tanti Erode”.

coronavirus 01Lui con lo strazio nel cuore rispondeva a tutti: “in alcuni ospedali le ambulanze non riuscivano più nemmeno ad entrare. Che avevamo 10, 30, 60 pazienti che arrivavano tutti insieme con difficoltà respiratorie; ma pochissimi ventilatori. E a loro dicevo: diteci allora, a chi dobbiamo darli? La verità è che non avevano la più pallida idea di quello che stesse succedendo”. A distanza di tempo può essere sicuro che quella scelta sia stata corretta, ma si rammarica del fatto di non averla spiegata bene per evitare fraintendimenti.

“Il problema non è l’età anagrafica in sé, ma ciò che dal punto di vista biologico l’età rappresenta”, spiega il medico: “Qui parliamo di una malattia multi-sistemica, il Covid, che con il passare dei giorni ha dimostrato tutta la sua gravità. Con pazienti pronati in terapia intensiva anche per 18 ore di fila. Se si intuba il paziente che è in condizioni peggiori, attribuendogli così l’unica risorsa salvavita, il rischio è lasciare senza chi magari ha più chance di salvarsi. In definitiva, il rischio è avere 2 morti, anziché un morto e un guarito”.