“Il nuovo Coronavirus si può sconfiggere con la regola delle 3T”: Alessandro Vespignani spiega perché i virologi non hanno capito come contenere l’epidemia

In merito alla fase 2 è quindi fondamentale attuare la regola delle 3T: “Ne parlo da mesi perché è il mio chiodo: le tre T sono l’uovo di Colombo, “testing, tracing and treating”"

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Il nuovo coronavirus si può sconfiggere con la regola delle 3T: ne è convinto l’epidemiologo Alessandro Vespignani, 55 anni, che da 20 anni studia e lavora tra Europa e America proprio per combattere i virus. In un’intervista a TPI ha chiarito una serie di dubbi sull’evoluzione del nuovo coronavirus.

Secondo Vespignani la fase 2 non è un problema: evitare una seconda ondata è possibile. “Non ho nulla in contrario, in linea di principio. Anzi, penso che sia necessario ritornare al lavoro. Ma per farlo servono le condizioni di base per non ricadere nell’epidemia.” Manca “un salto di mentalità. E poi le tre T.”

Vespignani di formazione fisico, si è poi interessato all’informatica. Come egli stesso racconta nell’intervista “alla fine degli anni Novanta ho iniziato ad occuparmi di virus informatici. E da lì sono passato ai virus biologici.” Sembrano due ambiti totalmente diversi, ma non lo sono: “il comportamento dei virus informatici, dal punto di vista schematico, e gli scambi infettivi tra le reti, allora seguivano dinamiche sovrapponibili a quelle biologiche”.

Il suo esordio in tale ambito avvenne nel 2000, l’anno della Sars: “Un collega francese, Valleron. Era rimasto stupito da questa corrispondenza tra modelli e mi disse: “Ma perché non applichi questi tuoi schemi informatici alla epidemiologia?”. E da lì iniziò quello che sarebbe stato il lavoro di una vita, racconta a TPI. Il primo passo fu ”incrociare l’analisi dei dati e i modelli matematici con la tracciabilità” – racconta – “L’emergenza era contenere una epidemia globale. Serviva capire, per esempio, chi c’era su un determinato volo, e sui voli in connessione, capire le frequenze, i flussi totali riaggregati, gli stop over e la digitalizzazione del traffico aereo.” Una sfida complessa insomma, se si pensa che “la digitalizzazione integrale è iniziata dopo l’11 settembre, quando, dopo i virus, abbiamo iniziato ad inseguire i terroristi. Un altro virus, ma altrettanto pericoloso.”

coronavirus 01Il punto di vista di Vespignani è molto interessante. Lui, che dal punto di vista professionale si definisce “una persona che si occupa di epidemiologia computazionale”, ha molto da insegnare. Evidenzia innanzitutto la differenza tra virologo e epidemiologo: sembrerebbe un dettaglio irrilevante, ma non lo è. Se infatti il virologo è fondamentale per la ricerca di cure, vaccini e quanto di analitico è legato a un virus, l’epidemiologo è fondamentale per prevedere e prevenire la diffusione dell’epidemia stessa. 

“Io non sono bravo a smontare il motore di un virus, a trovare un vaccino, ma lavoro con i dati per capire quanti contagiati ci saranno domani, e tra un mese, a Milano, a Bergamo, o a New York.” – chiarisce – “Vede, dietro questo benedetto R0, c’è una tale complessità previsionale che il nostro mestiere, lo dico senza ironia, è molto più simile a quello dei metereologi. Come per loro, più lontana è la previsione, maggiore e il grado di approssimazione”.

Il paragone, a inizio pandemia di coronavirus, tra il virus e l’influenza, portato avanti da molti virologi era sbagliato: “Ecco un altro esempio della differenza tra un meccanico di virus e un epidemiologo. Quella previsione non faceva i conti con la velocità di propagazione, la mancanza di farmaci, la popolazione vulnerabile rispetto ad una normale influenza.” Nessuno infatti era immune dal nuovo coronavirus.

Per quanto riguarda i numeri, secondo Vespignani, i dati della Cina sono veri. O meglio, veri quanto quelli del nostro Paese: “Prenda l’Italia: anche noi, in una sola settimana, abbiamo cambiato il nostro punto di vista: all’inizio ci sono stati errori, riponderazioni, buchi. Ecco perché io da mesi dico che anche i nostri dati “non sono veri. Gli infetti in Italia sono dieci volte di più di quelli ufficialmente infettati. Io direi: riconosciuti come infetti.” Il campione è falsato, “qualunque modello sensato e professionale ci dice che siamo già nell’ordine dei milioni, e non delle centinaia di migliaia.”  Uno scarto notevole, infatti “la nostra impressione ingannevole è data dal fatto che il grosso dei tamponi non sono fatti seguendo un modello statistico demoscopico, ma prendendo tutti quelli che gravitavano già sugli ospedali.”

CoronavirusUn po’ quello che è successo anche all’estero:Andiamo lontano dall’Italia. Il lavoro che sto facendo sembrava diventato impossibile: ci sono volute due settimane solo per capire come contavano i morti a New York, capisce? Anche per una questione di flusso: un giorno ti arrivano 3.500 morti tutti insieme, e forse il dato riassume quello che è accaduto un mese prima. In Francia, in Germania, in Inghilterra dicevano: “Il caso Italiano”. Erano solo quindici giorni indietro a noi. Era insensato. Io questo l’ho detto a marzo dal TG1 al Corriere della sera. Questo virus è una bestia maledetta che ha preso tutti, senza fare sconti a nessuno. E molti di coloro che sorridevano sulla nostra “impreparazione” e sorridevano, si sono fatti trovare più impreparati di noi malgrado il preavviso!”

E sulla differenza di mortalità, come quella evidenziata dal confronto Italia-Germania che evidenzia dei numeri estremamente più bassi provenire dalla terra alemanna, l’epidemiologo spiega che in primis “i tedeschi confermano molti più casi di noi, allargano il denominatore dei tamponati, quindi riducono il rapporto di mortalità.” Inoltre “il dato sui morti con patologie concorrenti: alcuni dei loro casi vengono computati con altre cause di decesso.”

Il vero problema del coronavirus è costituito dal “contagio indotto dagli asintomatici e dal periodo di incubazione. Per settimane l’epidemia galoppa nascosta, sottotraccia, invisibile. Un flagello.”

Come fare dunque per evitare un collasso in fase 2? “Dobbiamo fare le cose per bene, applicando la regola delle tre T e quel numero potenziale (150.000 persone in terapia intensiva, ndr) non si realizza. Come è accaduto tra nord e sud Italia.”

Come mai, chiedono i colleghi di TPI, tutti gli epidemiologi pronosticavano una catastrofe dopo l’esodo di massa da Milano e invece non c’è stata?”
Vespignani chiarische: “In primo luogo perché c’è stata responsabilità collettiva e molti si sono isolati. In secondo luogo perché era già accaduto in Cina. Lo sa che nella “Fuga da Whuan” si sono disperse per la Cina mezzo milione di persone? Non tutti erano infetti. Non tutti erano asintomatici. Aggiungendo quei casi agli altri che sicuramente già c’erano, non ci sarebbe stato il collasso. Noi questa dinamica la vedevamo.”

“Noi sapevamo che il sud era in una situazione completamente diversa dal nord. Al nord il virus è arrivato a fine dicembre. Al nord circolava sottotraccia. Al nord il virus si è innervato in una rete di relazioni, viaggi, e commerci enormemente sviluppata. Parlo di voli, di connessioni. Ma lei davvero vuole paragonare le interazioni del Molise con la Cina a quelle con la Lombardia industrializzata? Sono due paesi diversi. Due mondi.”
Per comprendere gli spostamenti del virus nel nord industrializzato e denso l’epidemiologo spiega: “L’equazione che aiuta a capire è semplice: se tu ogni tre o quattro giorni hai il tempo di raddoppio dei contagi, in un mese ti ritrovi con un due elevato alla settima. Facendo due conti, un’epidemia che parte un mese prima è 128 volte più grande di quella partita il mese dopo. Due settimane sono un fattore 10.”

Insomma, un lockdown nazionale è stato senz’altro la scelta più opportuna: “Io non ho il minimo dubbio, e nessuno dati alla mano può averlo. Il blocco funziona. Il dramma sarebbe accaduto se all’epoca si fossero fatte chiusure differenziali. Malgrado i volumi di traffico enormemente diversi tra Bergamo e il Molise, se non chiudevi il virus sarebbe arrivato anche in Molise! Lodi e Codogno: lì sono stati sfortunati. Quegli ospedali sono diventati dei focolai, non era inevitabile. Ma il grande tema è: c’erano le protezioni e la preparazione? Perché se non le hai non puoi non sbagliare.”

In merito alla fase 2 è quindi fondamentale attuare la regola delle 3T: “Ne parlo da mesi perché è il mio chiodo: le tre T sono l’uovo di Colombo, “testing, tracing and treating”.

Testare: “Tamponi e test, purché omologati. Serve un esercito. Serve una determinazione ossessiva e spietata. Io in Italia oggi questo esercito non lo vedo. Il Veneto sta diventando un ottimo modello. Proprio perché sono partiti dalla prima T.”

coronavirus 01Tracciare: “Che poi significa poter “Isolare”. Appena sei positivo c’è qualcuno che ti chiama e ti chiede: “Quante persone hai visto? E chi sono?”. E poi si chiamano, si isolano e si seguono anche quelli. In Cina, in Corea a Hong Kong si stanno avvicinando. In Germania. Bisogna risalire tracciando. E spiegare: “Anche se stai bene come un pupo, se hai avuto contatti con l’infetto te ne stai a casa due settimane, meno i giorni che sono passati dal tuo contatto. Poi li devo monitorare, misurare. E ti devo assistere. Al momento giusto, se sei negativo puoi uscire. Queste cose sono state fatte in Congo, quando abbiamo combattuto contro Ebola! Noi abbiamo costruito i modelli per il Congo e, le autorità congolesi li hanno implementati anche in zone di guerra! Si può fare in Congo e non si può fare a Milano? Abbiamo lavorato su Zika, in Sud America, e nelle zone del sud degli Stati Uniti. Poi con la Pandemia influenzale del 2009. Calibrato i modelli sulla SARS. È la terza volta che un Coronavirus fa un salto di specie. La Sars, come è noto, faceva più vittime, ma non aveva una trasmissione asintomatica.”

Trattare. “E qui io vorrei partire dall’isolamento, che non può essere familiare. Io non posso credere che in Italia ancora oggi si dica ad un infetto: “Adesso chiuditi a casa tua”. Ma prendete un albergo! Aprite una caserma. Fate quello che volete, ma non chiudete gli infetti nelle loro case, ad infettare i loro familiari.”

E alla domanda se si tratta di un problema di mentalità o economico, l’esperto non ha dubbi: “Di mentalità. Perdiamo un miliardo di euro al giorno. Ma prendiamo tutte le stanze che servono, e facciamo trascorrere il miglior periodo di quarantena immaginabile.”

sistema immunitarioAnche in merito all’App Vespignani è scettico: “Ma davvero pensiamo di sconfiggere Covid con una app? Non perché da informatico non abbia fiducia nelle tecnologie, ma perché le persone vanno se-gui-te. Lei se lo immagina uno che si alza la mattina e tutto tranquillo si autoisola perché lo schermo del telefonino gli diventa rosso? Quell’infetto è un uomo che non può essere lasciato da solo. Magari sono un padre e ho una famiglia da far campare. Magari sono un precario e devo uscire. Magari non ho lo spazio domestico per tutelare i miei.”

“Sono isolato a casa, in quarantena, non faccio il tampone, nessuno sa come sto, e poi magari chiamo la ASL che non mi risponde perché ha tante telefonate. Folle. Le app vanno benissimo, possono essere un grande supporto, ma serve un servizio umano. Serve una tutela a distanza che non si può realizzare solo con un algoritmo o con le faccine sul telefonino. Non devono essere necessariamente medici e infermieri. Devono andare a prendere la temperatura con lo scanner. Fare telefonate. Monitorare. E se ci sono problemi passare la palla ai medici.”

Le domande da porre per la ripartenza sono quindi queste: “ Hai l’ospedale Covid e l’albergo dedicato? Hai già l’esercito dei tracciatori? Hai test e tamponi? Hai regole chiare e intellegibili per chi torna al lavoro? Hai le terapie intensive pronte? Hai modo di avere dati costantemente aggiornati su casi e decessi? Se non sei preparato devi sapere che stai correndo un rischio grave.”
In tal mondo una fase 2 in sicurezza sarà possibile.

In merito al caldo: L’estate potrebbe portare un po’ tregua. Io penso che in queste condizioni stare all’aperto sia meglio che stare al chiuso. Ho paura dei locali con l’aria condizionata. Mi preoccupano più i luoghi di vacanza affollati al mare, soprattutto senza presidi medici, più che la gente vada al mare.”

L’obiettivo è evitare la seconda ondata:Se siamo bravi non ci sarà. Noi siamo in grado di cambiare la traiettoria dell’epidemia. Noi possiamo evitare che l’uragano arrivi.” In attesa della normalità: “Non c’è una data, ma un obiettivo. La risposta è: solo quando avremo più farmaci e il vaccino.”