Coronavirus e test degli anticorpi, sono affidabili? Quanto è alto il rischio di falsi negativi?

Quanto sono affidabili i test dei anticorpi per il corovanirus? Che rischio c'è di falsi negativi? Facciamo chiarezza attraverso gli ultimi due studi

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Da quanto sono stati diffusi i test degli anticorpi per il nuovo coronavirus, sono in molti i cittadini che hanno deciso di farli, anche a spesa propria, per capire se possedevano la cosiddetta immunità rispetto al Covid-19. Ma quanto sono affidabili questi test? Che rischio c’è di falsi negativi? Facciamo chiarezza attraverso gli ultimi due studi, tra i più aggiornati.

I test per la rilevazione degli anticorpi contro il coronavirus Sars-CoV-2 sono “utili per le valutazioni a livello di popolazione, ma rischiosi per la previsione dell’immunità individuale”. E’ quanto evidenzia un gruppo di scienziati in un focus pubblicato su ‘Science Immunology’. Da un lato gli esperti evidenziano “le potenzialità di questi test sierologici o anticorpali nel fornire istantanee della storia di infezione e dell’immunità nelle popolazioni, mentre la pandemia di Covid-19 progredisce”.

coronavirus 01E al contrario sottolineano “i rischi derivanti dall’uso degli attuali test sierologici per valutare l’immunità di una persona al virus”. A esprimere questo punto di vista sono Juliet Bryant della Fondation Mérieux di Lione in Francia, e colleghi di diverse istituzioni, dalla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health (Usa) alla Harvard School of Public Health (Usa), fino all’università di Hong Kong.

L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di limitare i test sugli anticorpi solo a scopi di ricerca, gli scienziati autori del focus invece fanno un passo avanti: sostengono che “questi test – anche con livelli moderati di sensibilità e specificità – potrebbero fornire informazioni di grande valore per affrontare questioni critiche di salute pubblica, come ad esempio quando allentare l’ordine di rimanere a casa o le chiusure scolastiche”.

In teoria, ragionano gli esperti, i test sugli anticorpi possono esaminare se una persona è mai stata esposta a un certo virus nel corso della sua vita. Tuttavia, “è ancora poco chiaro cosa significhino i risultati dei test sugli anticorpi contro Sars-Cov-2 per protezione e immunità, e come ciò possa variare tra popolazioni diverse con diversi background genetici“.

Pertanto, confermano gli autori, “come strumenti per rilasciare ‘passaporti immunitari’ che certificano l’immunità di una persona, gli attuali test sierologici sono insufficienti e persino dannosi. Avrebbero infatti bisogno di una specificità quasi perfetta” per essere considerati affidabili. 

Invece per gli esperti i test sierologici sono promossi “come strumenti per accertare le tendenze epidemiologiche a livello di popolazione”. “Potrebbero aiutare i funzionari a stimare il rischio di future ondate di malattia, misurare l’impatto degli interventi e confermare l’assenza di trasmissione dopo che la pandemia si è attenuata, purché la sensibilità e specificità dei test utilizzati siano ben definite durante l’interpretazione dei dati“.

Inoltre, i sondaggi sierologici – che potrebbero essere distribuiti a chiunque indipendentemente dalla presenza o dall’assenza di sintomi – potrebbero fornire “un quadro meno distorto del tasso di mortalità per infezione” rispetto ai tamponi. Le indagini sierologiche potrebbero “informare le iniziative di salute pubblica in modo molto simile a come avviene quando i dati di un censimento nazionale vengono tradotti in decisioni politiche relative agli investimenti in infrastrutture“, affermano gli autori, “e richiederebbero allo stesso modo un efficiente sistema di raccolta dei dati regolato a livello nazionale e internazionale”.

Inoltre, “il campionamento sierologico a livello di popolazione potrebbe consentire lo screening di più biomarcatori di interesse per la salute pubblica, estendendo l’utilità di tale struttura oltre il solo virus Sars-CoV-2”, concludono i ricercatori.

Foto vchal/Getty

Non solo, un altro studio in via di pubblicazione sull’American Journal of Infectious Diseases, ha messo a confronto quattro test rapidi qualitativi e il test quantitativo Elisa“Nessuno tra i test sierologici ad oggi disponibili per la ricerca degli anticorpi per Covid-19 è infallibile: se, infatti, i test immunocromatografici possono dare falsi positivi, allo stesso modo il test Elisa fornisce falsi negativi”.  

L’indagine ha analizzato i risultati dei test su soggetti risultati positivi ai tamponi (anche se non sempre al primo tampone) con una latenza nota dai 15 ai 60 giorni prima dei test immunologici. Il test Elisa non ha rilevato il valore degli anticorpi nell’organismo dei soggetti. Il raffronto fra test immunocromatografico ed Elisa non coincide sempre: in circa la metà dei casi vi sono discordanze.

coronavirus 01“Se è noto che esistono differenze tra i diversi test immunocromatografici, non si sa ancora se lo stesso accade nei test Elisa o Clia spiega Claudio Giorlandino, ginecologo, direttore sanitario Gruppo Sanitario Altamedica e direttore generale dell’Italian College of Fetal Maternal Medicine – Il test immunocromatografico, in grado di dire solo se le immunoglobuline sono presenti o assenti, sembra più sensibile, quello Elisa più specifico. Questo potrebbe significare che il test immunocromatografico può dare falsi positivi ovvero che il test Elisa, in grado di valutare la quantità di anticorpi, fornisce falsi negativi”.

Dunque – osserva Giorlandino – non si può dire quale sia il test migliore. Sono tutti validi, tutti buoni e tutti cattivi, ma esistono comunque divergenze sui risultati. Anche se i metodi Elisa sembrerebbero tecnicamente superiori e più informativi di quelli immunocromatografici, nello stesso soggetto, comparati tra di loro, possono sbagliare. E’ inutile battersi, al momento, in favore dell’uno o dell’altro”.

CoronavirusOggi si sente continuamente parlare di validazione dei test diagnostici per il nuovo coronavirus. Questo ha generato la convinzione che solo un test validato possa essere utilizzato ai fini della ricerca della presenza del virus o della risposta anticorpale. Non è vero. Si confonde la validazione con la certificazione – osserva Giorlandino – La validazione è un processo interno ad ogni laboratorio che, per ogni metodica in vitro, deve verificarne la corrispondenza nei confronti di campioni standard (gold standard). Questa validazione, nei laboratori più seri, viene eseguita ciclicamente o, addirittura, ad ogni nuovo lotto che giunge dalla azienda fabbricante. Appare quindi assolutamente improprio, e legalmente impugnabile, il fatto che una Regione ritenga si debba utilizzare un unico test. Stante il fatto che le superiori regolamentazioni europee affermano che tutti i test con certificazione Ce-Ivd possono essere utilizzati in tutti i Paesi europei”.

Le ‘distorsioni’, secondo l’esperto, riguardano anche la gestione dei tamponi per la ricerca del virus.Il ministero e le Regioni hanno vietato ai laboratori privati di eseguire il tampone naso-faringeo per il fatto che, se li avessero acquisiti quest’ultimi, i test a disposizione non sarebbero bastati per il Servizio sanitario pubblico. Ciò – sottolinea Giorlandino – ha determinato un’enorme riduzione del numero di tamponi eseguiti, e un danno per la salute pubblica”.

“Sorge però una domanda: data l’emergenza, perché non si è data la possibilità anche a tutti i maggiori centri privati e ospedalieri di eseguire i tamponi con il metodo Ruo (Research Use Only)? Ogni laboratorio di alto livello è in grado di costruire il proprio test diagnostico, non sarebbero stati test certificati ma validati. Perché, se si volevano salvare vite con la diagnosi precoce, non si è dato l’ordine ai prefetti di precettare i laboratori privati? Di obbligarli ad allestire kit in house, al massimo rimborsando solo il costo della materia prima? Allo Stato sarebbe costato un decimo e la diffusione sarebbe stata maggiore. Le Regioni ancora non lo permettono“, conclude.