Coronavirus, test sierologici: risposte efficaci con i tamponi

I test sierologici non potranno dare risposte efficaci se non saranno accompagnati dal tampone, va inoltre stabilito quale debba essere la soglia anticorpale protettiva

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I test sierologici non potranno dare risposte efficaci se non saranno accompagnati dal tampone, va inoltre stabilito quale debba essere la soglia anticorpale protettiva cioè il livello degli anticorpi perché ci sia protezione: sono alcuni dei nodi da risolvere indicati dal virologo Francesco Broccolo, dell’Università Bicocca di Milano.

“Il test sierologico della Abbott selezionato dal governo per l’analisi epidemiologica è di fatto un test quantitativo perché permette di seguire i livelli di anticorpi (titolo anticorpale) di un soggetto nel tempo e vedere se il titolo anticorpale si mantiene sufficientemente alto da garantire la protezione nel tempo “, osserva l’esperto.

Come accade per altri virus, da quelli responsabili di morbillo e rosolia al citomegalovirus, “si dovranno stabilire dei livelli di soglia che permettano di evidenziare un soggetto immune da uno non immune. Si dovra’ cioe’ valutare quali sono i livelli di protezione”, ha rilevato il virologo.

E’ un tema sul quale non ci sono indicazioni nella letteratura scientifica perché il virus è nuovo e occorre vedere come risponde la nostra popolazione. “Ad oggi – ha osservato l’esperto – possiamo solo dire se un risultato è positivo, dubbio o negativo, ma è necessario fare un passo in avanti per stabilire il titolo anticorpale considerato protettivo, come e’ stato fatto per altri agenti infettivi“. Ci sono infine anche dubbi sul fatto che gli anticorpi siano protettivi anche se, ha detto Broccolo, “fino a propria contraria non si vede perché non debbano esserlo quanto meno per breve un periodo di 3-6 mesi“.

Un altro nodo da sciogliere sui test sierologici riguarda il fatto che “durante la prima settimana dal contagio o dall’esordio dei sintomi non ci sono ancora gli anticorpi: di conseguenza non possono essere considerati test diagnostici”. Poiché non forniscono una fotografia della presenza del virus in quel preciso momento, secondo Broccolo “nei primi giorni dal contagio ci saranno periodi finestra nei quali il test sierologico risulterà negativo e quindi non potrà essere utilizzato come test diagnostico, ma come test complementare al tampone”.

Un terzo nodo riguarda le persone che risulteranno positive ai test sierologici perche’, osserva l’esperto, “la presenza di anticorpi non esclude che il soggetto non sia ancora contagioso”. La presenza delle immunoglobuline G (IgG) indica infatti che c’e’ stato un contagio almeno 14 giorni prima e “non è scontato che il soggetto non sia contagioso”. Per questo, ha concluso, “sarebbe auspicabile che sui soggetti risultati positivi alle IgG fosse eseguito anche un tampone per escludere la possibilita’ di contagio”.