Coronavirus, Zaia: “Quando c’è stato il primo caso a Vo’, io un’ora dopo avevo davanti a me la task force. Noi il virus siamo andati a cercarlo”

''Non possiamo abbassare la guardia ma nemmeno stare fermi. È come una battaglia nella foresta, il nemico non ha una mitragliatrice, ma un proiettile. E se ha buona mira ci prende''

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“Il lockdown è finito con il Dpcm del 10 aprile. Da allora abbiamo tutti i dati in calo. Siamo scesi a 50 malati in terapia intensiva. Il Coronavirus ci sarà anche giugno, ma noi non possiamo aspettare”. Lo dice Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, intervistato da La Repubblica a proposito delle riaperture di lunedì 18 maggio. E osserva: ”Non possiamo abbassare la guardia ma nemmeno stare fermi. È come una battaglia nella foresta, il nemico non ha una mitragliatrice, ma un proiettile. E se ha buona mira ci prende”.

”Non sono minimamente interessato a un progetto nazionale”. Spiega Luca Zaia, presidente della Regione Veneto. E sui sondaggi che lo vedono in salita chiarisce: ”I sondaggi vanno visti in tempi di pace, mentre questi sono tempi di guerra. Gli amministratori alle prese col Covid sono cresciuti tutti nel gradimento. Anche Conte’‘. Mentre su Salvini: ”Salvini ha un talento per la politica nazionale che io non ho. È bravissimo con la gente nelle piazze”. “Io – ricorda – vengo dalla campagna”. ”Negli ultimi mesi – afferma – ho dormito spesso due ore a notte. Non sono mai stanco. Alle 4,30 mi alzo e vado a camminare nei campi del mio paese, Bibano di Godega di Sant’Urbano (Treviso). Fino a novembre ci andavo a cavallo, in sella a Royal, che purtroppo è morto mentre ero alla Fieracavalli. Le migliori idee mi vengono passeggiando’‘.

Il presidente della Regione Veneto parla poi del giorno più brutto che ha passato in piena emergenza coronavirus: ‘‘Il 27 marzo – ricorda Zaia – il giorno del mio compleanno. Avevamo centinaia di persone in terapia intensiva. Avevo mandato un camion in Svizzera per comprare cinquanta ventilatori, e non arrivava ci ha messo dieci giorni per tornare”.

Sul Veneto e sul ruolo avuto dal professor Crisanti precisa: ‘‘È della mia squadra. Crisanti è arrivato dopo. Noi eravamo pronti da un mese, grazie alla dottoressa Russo, una catanese che dirige il Dipartimento di prevenzione. Quando c’è stato il primo caso a Vo’, io un’ora dopo a Padova avevo davanti a me la task force. Quella sera, contro la volontà del tavolo, ho deciso tre cose. Tamponare tutti. E così abbiamo scoperto in paese 66 asintomatici. Ho chiuso l’ospedale di Schiavonia, dov’è morto il primo malato in Italia, Adriano Trevisan. E poi ho disposto le tende riscaldate fuori degli ospedali per il triage. Noi il virus siamo andati a cercarlo.” Tornando a Crisanti: ”Non lo conoscevo – dice – Mi ha chiamato lui. È un grande scienziato. Gli dobbiamo lo studio su Vo’ e l’acquisto della macchina che consente 9000 tamponi”.