Coronavirus, il virologo Baldanti: “Con il plasma mortalità ridotta al 6%”

"Tutto è avvenuto nelle prime 3 settimane dall'inizio dell'epidemia. A quell'epoca l'obiettivo principale era la riduzione della mortalità" dei malati Covid in terapia intensiva

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“Tutto è avvenuto nelle prime 3 settimane dall’inizio dell’epidemia. A quell’epoca l’obiettivo principale era la riduzione della mortalità” dei malati Covid in terapia intensiva. E con la terapia del plasma iperimmune “questa mortalità in effetti si è ridotta al 6%”. A spiegarlo è stato oggi Fausto Baldanti, direttore dell’Unità di virologia del Policlinico San Matteo di Pavia, durante una conferenza stampa da Palazzo Lombardia, in cui si è fatto il punto sui risultati ottenuti nello studio pilota coordinato dall’Irccs e dall’università di Pavia.

“Dati di origine centrale fissavano la mortalità dei pazienti in ventilazione assistita e ricoverati in terapia intensiva tra il 13% e il 20%. Mediamente in quelle settimane il 15%” moriva. “Il primo obiettivo era verificare se la terapia con plasma iperimmune fosse in grado di ridurre la mortalità. E in effetti si è ridotta al 6%. Significa che da un decesso atteso ogni 6 si è osservato un decesso ogni 16 pazienti. E’ il dato più macroscopico emerso da questo studio pilota”.

Non solo. Quello che i camici bianchi hanno osservato è stato che miglioravano i polmoni dei malati. E miglioravano tutta una serie di parametri. “I parametri respiratori misurati anche a livello biochimico, cioè la quantità di ossigeno nel sangue, sono migliorati drammaticamente al termine della prima settimana – ha elencato Baldanti – Le immagini radiografiche con aspetti di polmonite bilaterale sono migliorate in maniera significativa entro la prima settimana e contestualmente i tre parametri scelti per verificare il livello infiammazione sono diminuiti in maniera altrettanto drastica al termine della prima settimana di terapia con plasma”.

“Abbiamo parlato della terapia con plasma iperimmune all’incirca 2 settimane dopo l’identificazione del primo paziente positivo. A quel tempo non esisteva nessun tipo di test sierologico. Prendendo il siero di pazienti che avevano superato infezione e che erano i primi che stavano guarendo in quel momento”, in vitro “abbiamo visto che la distruzione cellulare veniva fermata. Era la dimostrazione che nel siero dei guariti esistono anticorpi neutralizzanti. Non abbiamo scoperto l’acqua calda, ma abbiamo usato la cultura medica”.

“La virologia classica ci insegna che un’infezione si supera quando l’organismo è in grado di costruire anticorpi neutralizzanti che riconoscono la struttura ‘spike’ superficiale del virus, quella che usa per entrare nelle cellule umane e infettarle”.

Disinnescando questo elemento “il virus risulta neutralizzato”. “Sempre la virologia classica – ha proseguito Baldanti – ci insegna che si coltiva il virus e si isola in vitro. L’infezione porta alla distruzione delle cellule umane stesse, come avviene nei polmoni dei pazienti. Noi abbiamo osservato, prendendo il siero dei guariti” e analizzandolo in vitro “che la distruzione cellulare veniva fermata. Per poter immaginare di usare il plasma, però, bisogna anche caratterizzarlo e capire il potere di neutralizzazione che ha. Altrimenti, dalla letteratura si vede che senza questo passaggio si può andare incontro a risultati sconfortanti. Ed è quello che abbiamo fatto”.