Cos’è successo tra febbraio e marzo in Lombardia? Se lo chiedono in molti nel post-emergenza per il nuovo coronavirus che ha causato migliaia di vittime e di contagi. E a due mesi da quel periodo, mentre ancora il nuovo coronavirus circola, seppur in maniera meno forte e con meno intensità, mentre si cerca a fatica di ripartire, emergono le prime drammatiche testimonianze dei parenti di alcune tra le persone decedute.
Tra le tante, fa riflettere l’intervista a cura di Armando Di Landro per il Corriere della Sera il quale ha incontrato la famiglia di Armando Invernizzi, artigiano 66enne di Azzano, tra le vittime del Covid-19. A raccontarlo, le figlie Chiara e Sara in occasione della riunione del comitato «Noi denunceremo, verità e giustizia», che stamani si è presentato in piazza Dante, a Bergamo, per depositare i primi cinquanta esposti per altrettante tragedie.
“Ricordo — dice la figlia Chiara Invernizzi al Corriere — che la prima sera in cui aveva la febbre stava ancora lavorando. Aveva “distrutto” da solo, a mano, un armadio che era da buttare. Stava lavorando a un trasloco, io ho tanto di video di mio papà quella sera”.
“Papà aveva avuto i primi sintomi tra sabato 22 e domenica 23 febbraio, soprattutto febbre — raccontano —. Il medico di base, al telefono, sosteneva che non si trattava del coronavirus. Chiamavamo i numeri dedicati che erano attivi in quel periodo, e gli operatori ci rispondevano che se non c’erano stati contatti con la Cina allora quei sintomi non dovevano essere valutati in chiave Covid. A un certo punto, però, il 28 febbraio, la mamma era molto preoccupata, e nonostante tutti ci dicessero di tenerlo a casa, ha deciso di portarlo in ospedale”.
“Per l’ospedale di Bergamo è stato il quarto paziente colpito dal Covid, quindi tra i primissimi — prosegue la figlia Sara al Corriere —. Dalle sue parole al telefono, fin da quei giorni, abbiamo sentito e percepito un grande disagio. Ci diceva di continuo che lui senza “casco” (la strumentazione cpap, ndr) non riusciva a respirare, che aveva sempre molta fame, poi ci aveva informato che finalmente gli avevano messo il casco. Fino al 4 marzo, quando è stato trasferito in terapia intensiva, intubato. Da quel momento abbiamo potuto parlare solo con i medici”.
“Una volta i medici ci dicevano che stava bene, che migliorava, il giorno dopo invece che non ce l’avrebbe fatta. Sono passati così più di venti giorni che sono terminati con la notizia della morte. È stato terribile. Abbiamo visto nostro padre per 5 minuti, era irriconoscibile, 25 chili in meno, dimostrava vent’anni di più. Si è chiuso così un mese d’inferno”.
C’erano segni di trombosi nel 30% dei polmoni di Armando Invernizzi. “Anche qui, mi chiedo — aggiunge Chiara —: ma non si potevano fare le autopsie fin dall’inizio? C’è voluto del tempo per capire che il pericolo erano le trombosi e le embolie. Non è stata, però, colpa di medici e infermieri — dicono entrambe —. Ci rendiamo conto che anche per un’eccellenza come il Papa Giovanni, il numero di pazienti è andato oltre le possibilità degli operatori sanitari. Ma qualcuno dev’essere responsabile anche di questo”.
Anche la moglie di Armando fa all’ANSA un racconto analogo e tremendamente drammatica: “Mio marito aveva 66 anni era un artigiano ed era ancora nel pieno del attività lavorativa avendo ancora tre figli a casa pieno di vitalità e forza. Infatti il giorno 28 febbraio entra in ospedale con le sue gambe pur avendo 40 di febbre”. Quando le dissero che era morto “sono riuscita a vederlo, non era più lui ho cercato in viso un piccolo poro che aveva sotto un occhio per essere sicura. Era invecchiato di 20 anni dopo quasi un mese di terapia intensiva“.
“Ricordo quelle tre settimane come un film dell’orrore la disperazione dei miei figli chiusi in casa, io che dopo la quarantena dovendo riprendere il lavoro avevo chiesto di poter fare le notti per poter aspettare la tanto attesa telefonata – scrive la donna nella sua denuncia -. Lavoro in una Rsa e anche lì uno strazio, tanti dei miei nonnini malati, noi con poche protezioni e i miei figli terrorizzati che mi potesse succedere qualcosa: un incubo. Quando sono arrivate le disposizioni che non potevamo più vestire i morti ma solo metterli in un lenzuolo bagnato d’amuchina il pensiero è andato a mio marito.”
“Il 27 marzo alle 10,30 arriva la chiamata, la condizione di mio marito sta precipitando – ricorda -. Mi informano che prevedono il decesso in poche ore; corriamo in ospedale mio marito era deceduto alle 10 e 36; sono riuscita a vederlo non era più lui ho cercato in viso un piccolo porro che aveva sotto un occhio per essere sicura. Era invecchiato di 20 anni dopo quasi un mese di terapia intensiva”. Poi è seguito “lo strazio della sepoltura”. “Dico solo che ho tanta rabbia, soprattutto quando dicono che muoiono quelli con patologie. Mio marito era sano come un pesce, non beveva non fumava ma era anche molto forte sia fisicamente sia caratterialmente, purtroppo uno dei primi e non si può negare che è stato sbagliato tutto nel gestire questa pandemia“, conclude la donna nella sua denuncia.


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