Coronavirus, si può stare all’aperto senza mascherina? E’ vero che i bambini non lo trasmettono? Gli esperti fanno chiarezza

Facciamo chairezza su diversi i dubbi sul Coronavirus: si può stare all'aperto senza mascherina? E' vero che i bambini lo contraggono solo in forma lieve?

Nel pieno della fase 3 dell’emergenza coronavirus sono svariati i dubbi che i cittadini hanno, anche perché le voci degli esperti non sempre sono stati concordi. In particolare non si capisce quanto possano contagiare i bimbi, se è vero che sono meno colpiti e se è possibile stare all’aperto senza mascherina.

Sulla questione, in un approfondimento a cura di AdnKronos Salute, rispondono 18 esperti.

Bimbi meno colpiti da Covid-19, ma possono contagiare?

E’ una delle 10 domande rivolte dall’Adnkronos Salute a 18 esperti: rispondono virologi, epidemiologi, infettivologi, rianimatori e altri clinici, ma anche l’Organizzazione mondiale della sanità e il premio Nobel per la medicina Bruce Beutler.

Ormai numerosi studi documentano che i bambini sono meno colpiti dalla malattia, che sviluppano spesso in forma asintomatica. In singoli casi possono incappare in una sindrome simil-Kawasaki. Ma è anche vero che possono diffondere la malattia, probabilmente” a livelli ridotti.Insomma: non sono ‘untori’, come invece accade con l’influenza”, afferma Roberto Cauda, docente di Malattie infettive all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Le possibili manifestazioni di Covid-19 sono ancora “da determinare compiutamente“, secondo Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università degli Studi di Milano. L’esperto fa notare infatti che “dei casi gravi rari ci sono (forme particolari come le simil-Kavasaki), e anche forme cutanee particolari sono state descritte”. Ma i bimbi possono o no essere una fonte di contagio? Per l’esperto “presumibilmente sì”.

Bruce Beutler, immunologo e genetista americano, premio Nobel per la Medicina 2011, conferma che “la maggior parte dei bambini è effettivamente colpita in modo lieve e, sì, possono trasmettere la malattia ad altri”. “I bambini – risponde il virologo Guido Silvestri, docente negli Usa alla Emory University di Atlanta – sono colpiti pochissimo dalla malattia severa. Secondo molti esperti stanno soffrendo più per i danni delle “chiusure”, ed è un punto su cui riflettere”, rileva l’esperto.

Sono un invito alla riflessione anche le parole di Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell’università di Padova e direttore dell’Unità operativa complessa di microbiologia e virologia dell’azienda ospedaliera patavina: “Rispetto per esempio alla riapertura delle scuole – osserva l’esperto – io credo che bisogna essere realistici: se mandiamo gli adulti allo stadio non capisco perché non possiamo mandare i bambini a scuola. Bambini che, secondo il virologo dell’ateneo di Padova, in genere “contraggono il virus in forma lieve o non lo contraggono per niente. Sono resistenti. I neonati invece sono più suscettibili”. Quanto siano ‘diffusori’ del virus, puntualizza, “non si sa molto bene. Purtroppo è un problema ancora irrisolto”.

“Questa è un’altra delle questioni a cui stiamo lavorando – spiega il portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tarik Jašarevi? stiamo monitorando tutti gli studi che valutano l’infezione nei bambini. I risultati mostrano in modo schiacciante che i bambini sembrano essere meno colpiti, e sarebbero pari al 3% di tutti i casi segnalati a livello globale. Quelli che sono infetti e rilevati attraverso il sistema di sorveglianza, sviluppano inoltre una malattia lieve e guariscono. In alcuni studi sulla trasmissione domestica abbiamo visto documentato in misura molto minore il contagio da bambini ad adulti, ma attualmente non riscontriamo questa tendenza nell’epidemiologia. In questa fase, abbiamo bisogno di più casi clinici per capire quale ruolo svolgano i bambini nella trasmissione della malattia e questo è ciò che stiamo cercando di fare”.

“C’è consenso sul fatto che i bambini contraggano il virus in forma lieve: i casi di bambini che hanno avuto bisogno dell’ospedale sono davvero pochi, fortunatamente”, ricorda l’immunologa Antonella Viola, direttrice scientifica dell’Irp (Istituto di ricerca pediatrica)-Città della speranza di Padova. “Tuttavia il rischio non è nullo, neanche per loro ammonisce – e quindi è necessario proteggerli. Non è invece ancora chiaro il loro ruolo nel contagio: ci sono studi discordanti, una ricerca approfondita manca ed è, a mio avviso, urgente”.

“In teoria sì, nella pratica lo si vede soltanto eccezionalmente“, sintetizza Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e virologia all’ospedale San Raffaele di Milano. “I numeri reali – conferma Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’ospedale San Raffaele di Milano – ci indicano evidenze più che rassicuranti al riguardo“. “Ci sono studi – rileva Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – che evidenziano la possibilità dei bambini come potenziali diffusori della malattia e suggeriscono che, anche se asintomatici, possono contagiare. Da vari studi sembra che solo il 2% dei soggetti sotto i 18 anni in Cina, Italia e Stati Uniti si è ammalato, ma non significa che siano meno suscettibili all’infezione e soprattutto meno contagiosi. Perché i bambini abbiano in generale sintomi più leggeri degli adulti è da chiarire. Uno studio pubblicato su Lancet Infectious Diseases, condotto a Shenzen ha mostrato che i bambini sotto i 10 anni erano infetti come gli adulti, ma con sintomi meno gravi, mentre altri condotti in Corea del Sud, Italia e Islanda hanno mostrato un tasso di infezione minore nei bambini. Quindi saranno necessari altri studi per capirne di più”.

Secondo Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova e componente della task force Covid della Regione Liguria, “i bambini hanno avuto una incidenza della malattia decisamente inferiore rispetto agli adulti, probabilmente hanno un quadro clinico meno aggressivo con una minor carica del virus e una minor reazione dell’organismo. La famosa tempesta citochinica, che negli adulti e negli anziani porta ai quadri più gravi, nei bambini non c’è. Se sono o meno diffusori dipende dalla carica virale che possiedono, in generale i numeri ci dicono che nei bambini è stata veramente molto molto bassa”.

Il direttore scientifico dell’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito, ricorda che “i bambini contraggono molte infezioni respiratorie in forma lieve. E per quanto riguarda il Covid sono rarissimi i casi dei bambini che hanno avuto forme importanti. Ma, come in tutte le infezioni respiratorie, chi ha un virus può diffonderlo in ogni caso“. Anche Francesco Le Foche, responsabile del day hospital di immuno-infettivologia del Policlinico Umberto I di Roma, conferma : “I bambini sembrano essere più protetti, sono quelli che si ammalano meno. Possono contagiarsi però. E contagiare soprattutto perché potrebbero avere la malattia in forma molto blanda, poco evidente”.

Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa e coordinatore scientifico della task force pugliese per l’emergenza coronavirus concorda sul fatto che i piccoli, “soprattutto sotto i 10 anni, molto raramente sviluppano forme importanti di malattia. Ma ci sono ancora incertezze sul loro ruolo nella diffusione del virus”. Secondo Marco Tinelli, infettivologo e tesoriere della Simit, la Società italiana di malattie infettive e tropicali, “i bambini sono molto meno vulnerabili al virus rispetto agli anziani che hanno concomitanti patologie (cardiovascolari, respiratorie, diabete). Nella grande maggioranza dei casi, non sviluppano forme gravi di malattia ma paucisintomatiche o anche asintomatiche. Sono però anche descritti alcuni casi, fortunatamente rarissimi, di bambini con infezioni molto gravi. Il dibattito sulla reale contagiosità dei bambini è ancora in corso anche se sembra che nella maggioranza dei casi sia molto bassa se non nulla”.

“I bambini possono diffondere il nuovo coronavirus come gli adulti afferma Giuseppe Novelli, genetista dell’Università di Tor Vergata – Al momento, sembra siano meno suscettibili, per caratteristiche proprie del sistema immunitario e per una ridotta espressione del recettore Ace2, e anche perché i bambini hanno le pareti dei vasi non alterata dall’invecchiamento”, spiega. Ritiene invece che “i bambini sono un serbatoio efficace per il virus“, e che chiudere le scuole sia stato “molto saggio”, il virologo Roberto Burioni:Un virologo tedesco – ha ricordato a inizio maggio a ‘Che tempo che fa’ su Rai2 il docente dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano – ha studiato la carica virale nelle varie fasce di età: la carica virale dei bambini è sostanzialmente identica a quella degli adulti. Altri studi hanno analizzato il ‘tasso di attacco’ del virus, identico in bambini e adulti”, ha aggiunto.

Si può stare all’aperto senza mascherina?

“Dipende dalle indicazioni delle Regioni, che sono diverse, ma anche da dove e con chi siamo: se camminiamo da soli al parco è anche possibile, se siamo in una zona affollata no – risponde Roberto Cauda, docente di Malattie infettive all’Università Cattolica del Sacro Cuore – Io uso la mascherina sempre anche all’aperto, perché – confida – è poco pratico toglierla e metterla, inoltre sono convinto che l’uso della mascherina sia più efficace se più diffuso. Infine, pensiamo che potremmo avere accanto un asintomatico: non abbiamo modo di riconoscerlo“.

Il rischio di contagiarsi all’aperto “è inferiore, ma non è pari a zero”, ammonisce Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università degli Studi di Milano. “Questione di probabilità”, dunque, o di un corretto uso della mascherina da parte di tutti secondo le indicazioni delle autorità sanitarie.

“Sono sicuro che sia possibile essere infettati anche all’aperto, anche se la probabilità è notevolmente inferiore rispetto a uno spazio chiuso”, evidenzia Bruce Beutler, immunologo e genetista americano, premio Nobel per la Medicina 2011. Parte da una premessa Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’ospedale San Raffaele di Milano, e cioè che “il lockdown è stato decisivo” per contenere l’epidemia di Covid-19.

“Va ricordato che ci si può contagiare ovunque. Una mano maldestra – ragiona – fa più danni di una mascherina mancata. Rispetto del prossimo, rispetto delle regole e soprattutto buonsenso. Facciamolo ancora per un po’ e ne usciamo tutti per sempre”. “La mascherina è sempre meglio portarla, a meno che non si faccia attività sportiva e in questo caso bisogna ovviamente mantenere la distanza di almeno 2,5 metri, distanza che si deve mantenere anche all’aperto camminando“, raccomanda Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

“Ci sono i dati sui coronavirus del raffreddore – fa notare Giorgio Palù, past president della Società europea di virologia e professore emerito di Microbiologia dell’università di Padova – che affermano come l’emivita all’aperto sia di meno di un’ora; dati più recenti, dimostrano che se esposto a essiccamento dell’aria, al caldo, ai raggi ultravioletti, il virus sopravvive pochi minuti. Se non c’è assembramento, da solo non ho il minimo rischio di infettarmi all’aperto, quindi la mascherina posso non portarla”. Parere analogo quello del virologo Guido Silvestri, docente negli Usa alla Emory University di Atlanta: “?Al momento – spiega – non ci sono studi controllati che indichino che l’uso universale delle mascherine, cioè fuori da ospedali, Rsa, ambienti a rischio, riduca la diffusione di questo virus tra la popolazione“.

L’Oms – dichiara il portavoce Tarik Jašarevi? – ha aggiornato le sue linee guida sull’uso delle mascherine, incorporando nuovi risultati di ricerca: si raccomanda l’uso di mascherine mediche alle persone malate di Covid-19, a chi si prende cura di loro a casa e agli operatori sanitari quando trattano pazienti sospetti o confermati Covid-19. Nelle aree a trasmissione diffusa, l’Oms consiglia a tutte le persone che lavorano nelle aree cliniche di una struttura sanitaria di indossare una mascherina medica; nelle aree con trasmissione all’interno della comunità, le persone di età pari o superiore a 60 anni, o quelle con malattie croniche, devono indossare una mascherina nelle situazioni in cui non è possibile il distanziamento fisico. I governi dovrebbero incoraggiare il grande pubblico a indossare mascherine laddove vi sia una trasmissione diffusa e il distanziamento fisico sia difficile, ad esempio sui trasporti pubblici, nei negozi o in altri ambienti confinati o affollati. Secondo l’Oms, comunque, le mascherine fanno parte di un ‘pacchetto’ di misure di prevenzione e controllo delle infezioni insieme al distanziamento fisico e all’igiene delle mani. L’uso di una mascherina da solo non è sufficiente per fornire un livello adeguato di protezione”.

“Il rischio di contagio all’aperto è davvero bassissimo rassicura l’immunologa Antonella Viola, direttrice scientifica dell’Irp (Istituto di ricerca pediatrica)-Città della speranza di Padova – I contagi avvengono in luoghi chiusi, quando più persone interagiscono per diverso tempo e senza mascherine. All’aperto si può tranquillamente evitare la mascherina”, sostiene la specialista, “ricordando però di evitare assembramenti e mantenendo la distanza di sicurezza dalle persone“.

Per Francesco Le Foche, responsabile del day hospital di immuno-infettivologia del Policlinico Umberto I di Roma, se all’aperto siamo in un gruppo di persone dove è impossibile rimanere alla distanza giusta ci si può certamente contagiare. Ma stare all’aperto senza mascherina è possibile se ci sono condizioni di sicurezza, rispettando le distanze. In caso contrario la mascherina è utilissima ad ridurre le possibilità di contrarre il virus”. Per contagiarsi all’aperto, precisa, Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa e coordinatore scientifico della task force pugliese per l’emergenza coronavirus, “serve un contatto stretto e prolungato. La mascherina all’esterno va indossata solo quando si è può esserci questo tipo di contatto”. Secondo Giuseppe Ippolito, direttore scientifico Istituto Spallanzani, “si può stare tranquillamente all’aperto senza mascherina, rispettando le distanze sociali”. Ma è necessario ricordare che “è possibile contagiarsi anche all’aperto, se una persona che ha contratto il virus, per esempio, ci starnutisce a distanza molto ravvicinata”.

Per Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e virologia al San Raffaele di Milano, “si può stare all’aperto senza mascherina se si rispettano le distanze. Non ci si può contagiare se si rispettano le distanze”. Parere analogo quello di Giuseppe Novelli, genetista dell’Università di Tor Vergata: “Se non c’è nessuno intorno a noi, si può stare senza mascherina”. “Per quanto riguarda l’uso delle mascherine, in Italia abbiamo interpretato forse in maniera troppo restrittiva – sottolinea Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova e componente della task force Covid della Regione Liguria – questa misura. L’Oms e molti Paesi hanno detto che era raccomandata per prevenire la diffusione dell’infezione. In Italia molti hanno deciso di renderla obbligatoria nei luoghi pubblici e sui mezzi di trasporto. All’aperto l’uso della mascherina ha un senso minore e non è indicata. All’aperto è infatti più difficile contagiarsi, a meno che non si va molto vicino alle persone. I virus non rimangono sospesi in aria e io non mi contagio se cammino”.

Per Marco Tinelli, infettivologo e tesoriere della Società italiana di malattie infettive e tropicali: “In generale stando all’aria aperta per strada, nei giardini, al mare, in montagna non vi sono rischi di contagio anche senza mascherina. Il rischio di contagio all’aria aperta dipende dal contatto stretto e prolungato che si può verificare solo in certe situazioni (ad esempio discoteche o riunioni) dove la mascherina è protettiva. Il buon senso della persona fa sempre la differenza”.

Invita invece a ‘diffidare’ di chi non porta la mascherina il virologo Roberto Burioni. In un video sul suo portale ‘Medical Facts’, diffuso in vita delle riaperture post-fase 1, ha spiegato che “ognuno di noi dovrà portare la mascherina e secondo me la porterà. Quello che consiglierò a tutti e che farò io stesso, vedendo una persona senza mascherina, è stare distante e chiedere di comportarsi in maniera più civile. Indossare la mascherina sarà un gesto di responsabilità come vaccinarsi e far vaccinare i propri figli, per proteggere se stessi e tutti gli altri. Non vediamo chi non fa vaccinare i propri figli, perché non lo vediamo, mentre vedremo chi non indossa la mascherina”, ha sottolineato il docente dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

E ha aggiunto: “E’ indispensabile che autorità e istituzioni ci mettano in condizione di avere mascherine a prezzi controllati e in numero sufficiente. La mascherina diventerà un nuovo capo di vestiario: c’è chi indossa gli occhiali, dovremo indossare la mascherina ogni mattina uscendo di casa”. Lo farà senz’altro Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell’università di Padova e direttore dell’Unità operativa complessa di microbiologia e virologia dell’azienda ospedaliera patavina: “Sicuramente all’aperto è più difficile contagiarsi che in un luogo chiuso, e sicuramente con condizioni climatiche come quelle che stiamo vivendo adesso in Italia è più difficile contagiarsi di quanto non lo sia in inverno. Ma non esiste un rischio zero. E io, personalmente, la mascherina continuerò a usarla, anche all’aperto, finché non vedo che non ci saranno più casi. Allora me la levo. Per una ragione molto semplice: ho visto che effettivamente funziona e ho visto come sta male chi si infetta“.