Il coronavirus Sars-CoV-2 che ha circolato in Lombardia “ha caratteristiche genetiche molto più simili a quelli oggi presenti in Europa che non a quelli circolanti in Cina. L’ingresso quindi non è diretto dalla Cina, ma mediato da una fase europea. Quando è stato riscontrato il primo caso a Codogno, in una forma leggermente diversa, lo stesso era già presente nella zona nord (includente Alzano e Nembro)”. A segnalare questa “entrata per via traversa” sono i virologi Fausto Baldanti, responsabile del Laboratorio di virologia molecolare del Policlinico San Matteo di Pavia e Carlo Federico Perno, già direttore della Medicina di laboratorio dell’ospedale Niguarda di Milano, parlando dei risultati ottenuti dallo studio promosso dalla Fondazione Cariplo e presentato ufficialmente oggi.
“È un virus che assomiglia molto al virus europeo un po’ di meno al virus cinese. Sars-Cov-2 è entrato per via traversa in Lombardia da più parti allo stesso tempo, e questo – dice Perno – aiuta a capire perché è stato così aggressivo e difficile da contenere. Abbiamo identificato due masse, due percorsi diversi: una catena di trasmissione virale a sud e una a nord. A Milano c’è stato soprattutto il percorso due, quello di Alzano-Nembro. La dinamica potrebbe essere stata diversa. E infatti il virus ha attaccato più pesantemente, da un punto di vista clinico, ad Alzano che a Codogno, ma non perché geneticamente diverso o più cattivo. Riteniamo sia stato il contesto che lo ha reso più aggressivo” nell’area di Bergamo “dove si è diffuso con estrema rapidità, molto maggiore” rispetto a quanto accaduto altrove.
Con la scoperta del paziente 1, aggiunge Baldanti, “ci siamo trovati di fronte al peggior scenario possibile: un ‘outbreak’ di dimensioni e causa non note, già presente in casa. Il tracciamento con mappatura a tappeto ha identificato un focolaio grosso. C’era una rete che faceva controlli già da gennaio. Noi a Pavia ad esempio avevamo già analizzato una 70ina di campioni di viaggiatori. Ma poi il virus è stato trovato in un paziente che non aveva viaggiato, non aveva contatti con la Cina, nessun criterio epidemiologico. E ora abbiamo appurato che questo virus ha circolato per almeno un mese sottotraccia, coperto dalla concomitante infezione influenzale. Se scoppiasse oggi un focolaio di polmonite ce ne accorgeremmo subito perché siamo in estate. Allora era più difficile”.
La zona rossa di Lodi, ripercorre Baldanti, “è diventata l’origine presunta di questo problema. Negli stessi giorni però diventava evidente un focolaio a Bergamo. E subito ci si è posti delle domande quanto ha circolato il virus? Quanti sono i casi positivi?”. La zona rossa di Lodi è un’area di circa 50 mila abitanti. “Circolavano ipotesi secondo cui l’80% fosse entrato in contatto con il virus. Noi abbiamo condotto degli studi e i dati che abbiamo raccolto ci hanno portato a dire che la quantità era di circa un quarto. Ciò significava che ad aprile la stragrande maggioranza della popolazione restava suscettibile”.


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