Coronavirus, perché il nuovo aumento dei contagi non deve far paura? L’infettivologo Matteo Bassetti fa chiarezza

Stiamo assistendo alla seconda ondata di coronavirus? E in che termini si manifesterà? Di seguito un'intervista a Matteo Bassetti per il Sole 24 Ore

MeteoWeb

Stiamo assistendo alla seconda ondata di coronavirus? E in che termini si manifesterà? Se da un lato il numero dei contagi risulta in aumento, dall’altro la situazione degli ospedali è sotto controllo, con pochi ricoveri e ancor meno richieste di terapia intensiva. Insomma, questo Covid-19 è cambiato?

Ne parla Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, in un’intervista al Sole 24 Ore.

«È un fatto che si muore di meno: le terapie intensive oggi da Nord a Sud totalizzano una 70ina di ricoveri, quanti ne faceva il reparto Covid del mio ospedale quando l’epidemia era al massimo. Numeri che come clinici non prendiamo neanche in considerazione dal punto di vista della gestione sanitaria». – spiega Bassetti nell’intervista – «Perché si muore di meno? Intanto – avvisa Bassetti – grazie all’esperienza sul campo che proprio qui in Italia abbiamo fatto, siamo più bravi a gestire i casi: anche quando in corsia ne arriva uno più impegnativo il sistema è ormai rodato e applica precisi protocolli di trattamento: sappiamo come, quando e in che dosi dare l’ossigeno o il cortisone.

E grazie agli ospedali periferici che tendono a centralizzare, l’assistenza è ottimizzata».

Ma è anche il virus, secondo l’esperto, a essere meno “cattivo”, e non solo per via dell’età dei contagiati. «I giovani – avvisa ancora Bassetti -: li scoviamo grazie a un’attività di ‘tracing’ senza precedenti che sfiora i 100mila tamponi al giorno e sono in genere asintomatici o poco sintomatici. Se non li testassimo, non saprebbero nemmeno di avere il virus. In ogni caso anche la percentuale di positività arriva oggi al massimo al 2,5%, ben lontana dal 30% di fine marzo, quando su tre tamponi uno era positivo. E con sintomi spesso e volentieri ben diversi: oggi il 90% dei casi non mostra segni di malattia».

In questa fase dell’epidemia vi sono anche pazienti dai 55 anni in su, ma il virus sembra essere meno aggressivo, come hanno dimostrato diversi lavori in letteratura, incluso l’ultimo condotto dal gruppo di Robert Gallo e a cui ha partecipato l’epidemiologo Massimo Ciccozzi del Campus Biomedico di Roma.

«E gli ospiti – aggiunge Bassetti – sono in ogni caso più pronti e protetti: un nostro lavoro appena pubblicato sul Journal of Clinical Medicine e condotto su 3.500 persone che si sono sottoposte al test sierologico tra marzo e maggio in Liguria e in Lombardia, escluse le aree ad alta endemia, fotografa una prevalenza dell’11% su una popolazione di 12-13 milioni di abitanti. Cioè in quelle aree potenzialmente c’è già 1 milione di persone che ha “fatto” il virus e prodotto anticorpi. Solo a Savona, il 25% della popolazione risulta protetto e cioè ha sviluppato resistenza al Covid”. La rete di tracing che l’Italia ha finalmente messo in campo consente di intercettare molti più casi. Come dire: chi cerca trova. Ma a contare non sono tanto i numeri assoluti quanto la percentuale di positivi sui tamponi fatti, che si mantiene bassa. A cosa servono quindi i tamponi? Testare e tracciare ha un’utilità epidemiologica e preventiva: serve a proteggere i più fragili e a evitare che siano contagiati. «Bisogna continuare a essere cauti – ricorda Bassetti – procedere sulla via dell’igiene del distanziamento e certo mantenere i posti in terapia intensiva: ma stiamo certi che lo tsunami non si ripeterà».

«Innanzitutto per evitare al massimo la sovrapposizione di sintomi andava fatta una campagna anti influenzale in grande stile – avvisa Bassetti – che rendesse disponibile il vaccino quadrivalente a tutti. Non è accettabile che oggi le dosi ci siano solo per una persona su quattro. Ed è utile anche l’anti pneumococco, specialmente tra gli adolescenti». Poi, la popolazione va informata ed “educata”: «La gente deve capire che se ha il Covid non è ‘fritta’, anzi la letalità è analoga a quella di tante altre malattie infettive, tra lo 0,3 e lo 0,7%, ben lungi dal 15% propagandato a suo tempo. Oltre il 99% delle persone, al Covid sopravvive. Dall’altro lato – chiosa Bassetti – non mi stancherò di ripetere che chi ha i sintomi, pure se blandi, deve restare a casa. Alunni inclusi e non solo in caso di febbre: anche per una piccola tosse o per un naso che cola».