Coronavirus, il medico del caso Trivulzio: “Mascherina in viso e una in tasca sempre”

"La mascherina deve diventare qualcosa di inseparabile, come il fazzoletto. Abituiamoci ad averla sempre con noi"

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“La lezione è stata appresa, i provvedimenti per ridurre il rischio Covid ora sono stati presi, con tutte le difficoltà e criticità che possono succedere. Almeno le grosse Rsa più di quello che hanno fatto non potevano fare. Queste strutture non vanno demonizzate. Anzi, le Rsa dovrebbero essere tutte aiutate, anche dall’esterno, per poter veramente diventare utili agli ospedali che in questo momento hanno difficoltà a prendere malati”. E’ la riflessione del geriatra Luigi Bergamaschini. Il medico del Pio Albergo Trivulzio di Milano che aveva sollevato il problema delle mascherine e dei dispositivi di protezione individuale nei giorni clou dell’emergenza coronavirus, non ha dubbi: “Non solo le Rsa ma anche le ex cure intermedie possono essere un grosso serbatoio per i malati provenienti dagli ospedali, ma non devono essere lasciate sole”, dice all’Adnkronos Salute.

Sono passati mesi da allora e, con i contagi in risalita, c’è di nuovo apprensione per le Rsa. Il ricordo dei tanti morti brucia ancora. Dopo lo ‘tsunami’ e dopo l’estate, nuovi casi sono stati registrati in alcune case di riposo, per esempio nel Monzese. E gli ospiti di questi centri sono per definizione fragili, quindi più a rischio. “Con questo virus non si sa mai”, e il rischio zero non esiste. Lo sa bene Bergamaschini che ha sperimentato la malattia Covid-19 sulla sua pelle. Ma per quanto riguarda le Rsa oggi “il punto di partenza è diverso”. Il geriatra dell’università Statale di Milano è tornato solo per pochi giorni al Pat, fra settembre e ottobre, e ora come richiesto dall’azienda sta smaltendo i suoi 80 giorni di ferie arretrati ed è a un passo dalla pensione.

Covid-19? “Un’esperienza che non rifarei per nessun motivo al mondo“. Sorride, ma è molto serio Luigi Bergamaschini, medico del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Finito sotto i riflettori per aver sollevato il problema delle mascherine e dei dispositivi di protezione individuale nei giorni clou dell’emergenza coronavirus, si è poi ammalato lui stesso di Covid-19 finendo ricoverato in ospedale. E oggi ripensando a quello che ha passato spiega all’Adnkronos Salute: “Più passa il tempo, più la paura si fa sentire. Non ne avevo avuta nell’immediato, ma ora mi rendo davvero conto di aver corso dei rischi. In terapia intensiva non ci finisci certo perché stai bene”, osserva. E agli italiani il geriatra dell’università Statale di Milano dice: “La mascherina deve diventare qualcosa di inseparabile, come il fazzoletto. Abituiamoci ad averla sempre con noi. Si dovrebbe tenerne una addosso e una nel taschino della giacca”. E’ un invito a non abbassare la guardia. E Bergamaschini torna a ribadire il potere ‘scudo’ delle mascherine. Il loro utilizzo “deve essere vissuto come obbligatorio sempre, ovunque e comunque – è l’appello – Insieme all’igiene delle mani e al distanziamento. Ci si abitua a convivere con la protezione sul viso. Sono automatismi che si prendono. E un po’ di rigore ci vuole. E’ come col semaforo. Col rosso non si passa e basta”.