La Calabria zona rossa? Storia di una Regione condannata anche quando lavora bene

Da indiscrezioni emerge che la Calabria è tra le potenziali Regioni candidate a essere "zona rossa": dati e strategie per comprendere appieno la gestione del Covid-19 in Calabria

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Conte ha firmato da qualche ora il nuovo Dpcm che sarà in vigore da Giovedì 5 Novembre fino al 4 Dicembre e, dopo un braccio di ferro con le Regioni, si è arrivati alla stretta.

L’Italia sarà “divisa” dal punto di vista delle Regioni in diverse zone (rossa, arancione e verde, ndr) a seconda della “gravità epidemiologica“: le zone rosse, dove vi è un allarme di livello 4, saranno soggette a maggiori restrizioni al fine di accelerare il contenimento della pandemia, come la chiusura di bar e negozi, e il divieto di uscire dalla stessa, ma le scuole aperte. Le norme restrittive  saranno attuate per tre settimane, al termine delle quali si valuterà se allentare le misure o prorogarle.

Chi deciderà dunque se una Regione farà parte della zona rossa, arancione o verde? Dipenderà dal monitoraggio settimanale dell’Iss e da diversi fattori: numero di tamponi positivi, numero di persone sintomatiche, numero dei ricoveri settimanali e degli accessi in terapia intensiva. Insomma si cercherà di capire quali sono le Regioni maggiormente a rischio non solo per incremento di casi, ma anche tenendo in considerazione la possibilità di gestirli.

Nelle scorse ore erano trapelate delle indiscrezioni in merito alle Regioni “candidate” a essere zona rossa: Lombardia, Piemonte e…Calabria.

La notizia (che comunque al momento rimane da confermare) ha destato non poco scalpore, se si considera  che la Calabria è tra le regioni con minor casi in assoluto: premiata più volte anche da Bruxelles, citata dal New York Times per la strategia vincente della sua compianta Presidente Jole Santelli, è riuscita a fronteggiare la pandemia in maniera virtuosa.

Ma quindi, perché zona rossa? Sembra sia dovuto alle carenze sanitarie e all’incapacità di gestire un’eventuale incremento dei casi, qualora ci fosse necessità dei ricoveri e di accessi in terapia intensiva. Inutile citare la malasanità, tuttavia viene da chiedersi: ma davvero così mala rispetto alle altre Regioni? Cerchiamo di capirlo attraverso i dati.

NUMERO DI POSITIVI AL COVID-19 IN RELAZIONE AI TAMPONI EFFETTUATI

Quanti sono i positivi al Covid-19 in Calabria? “Il numero dei casi in Calabria dall’inizio della pandemia è di 5.830 persone su 280.076 soggetti sottoposti a test. – scrive StrettoWebLa percentuale dei positivi sui controllati è del 2,0% ed è di gran lunga la più bassa d’Italia. In Calabria sono state sottoposte a tampone addirittura 49,0 persone per ogni positivo. E’ il dato più importante che testimonia il numero di tamponi effettuati rispetto alla reale diffusione della pandemia, ed è il numero più alto di tutt’Italia, a conferma dell’elevatissimo numero di tamponi effettuato nel territorio calabrese. La Calabria, con questi dati, è in assoluto la Regione meno colpita d’Italia dalla pandemia.”

Non solo, osservando i dati dell’ultimo riepilogo Regionale si evince come a fronte di 5.830 casi totali vi siano stati 121 decessi, una percentuale del 2%, mentre 3.430 si trovano in isolamento domiciliare, ossia il 94,25% di tutti i positivi della Regione.

POSTI OCCUPATI IN TERAPIA INTENSIVA

In Calabria, stando al bollettino regionale, ci sono 189 pazienti ricoverati nei reparti e 10 pazienti ricoverati in terapia intensiva. Al momento nella Regine sono 190 i posti totali in terapia intensiva totali, ma sono destinati a diventare 239 entro la prossima settimana. E’ dunque occupato solo il 5% dei posti disponibili.

Situazione emergenziale? Osserviamo i dati delle altre regioni. Secondo il rapporto Agenas, nella maggior parte delle Regioni la terapia intensive è occupata per il 30% da pazienti Covid. “In cima alla ‘lista nera’ – spiegano – la Valle d’Aosta che ha toccato ormai il 60% di saturazione dei suoi posti letto di intensiva, seguita da Umbria al 47%, Lombardia e provincia autonoma di Bolzano (42%), Toscana (39%), Marche (35%), Piemonte (34%) e Campania (33%). Più vicine alla soglia del 30% la Liguria (al 27%) e l’Emilia Romagna (25%), mentre Puglia, Sardegna e Sicilia registrano un 24% di occupazione dei posti letto di terapia intensiva.”

Insomma, non molto confortanti ma soprattutto non in grado di giustificare l’inserimento in zona rossa che comporta una chiusura di tutta una serie di attività commerciali fondamentali per la sopravvivenza economica di un territorio a basso impatto industriale, come la Calabria.

GESTIONE DELLA SECONDA ONDATA DI COVID-19

A questo punto, è interessante capire come è stata gestita la seconda ondata di Covid-19 in Calabria. L’istituzione delle zone rosse per circoscrivere eventuali focolai e località a rischio è stato proprio proprio il cavallo di battaglia della strategia Calabra che, solo il 22 Giugno (a nemmeno tre  settimane dalla riapertura totale in Italia, ndr) aveva decretato un mini-lockdown nella località di Taureana di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, a causa di un piccolo cluster. Il paese era tornato in lockdown, tutti i cittadini erano stati sottoposti a tampone e il focolaio si era così spento nel giro di 15 giorni.

Una strategia vincente che la Regione sta mantenendo con costanza anche in questo autunno che si sta rivelando più complesso del periodo. La regola è sempre quella, quando in un Comune si verifica un incremento dei nuovi positivi, se questo desta preoccupazione in relazione al numero di abitanti totali, esso diviene zona rossa: le scuole passano alla didattica a distanza, le attività commerciali vengono chiuse e viene imposto il divieto di entrare e uscire dalla zona. Al contempo prosegue il monitoraggio e il tracciamento dei positivi, con una capillare indagine che ha l’obiettivo di indicare i possibili contatti e sottoporli a tampone. Dopo circa 15-20 giorni, se il focolaio viene bloccato si procede con la riapertura, in caso contrario si proroga lo stato di “zona rossa”.

Un esempio che merita menzione è il focolaio verificatosi a inizio Ottobre nel Comune di Sinopoli e, successivamente, in quello di Sant’Eufemia d’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria. In seguito a un aumento dei casi a Sinopoli (circa 15 per 1.994 abitanti) è stata disposta, in data 5 Ottobre, la zona rossa per tale Comune. Strategia vincente che ha permesso un attento monitoraggio e tracciamento dei casi, che sono risultati in totale 51. Dopo qualche giorno un altro piccolo cluster è stato individuato nel Comune limitrofo, quello di Sant’Eufemia d’Aspromonte. “Prevedibile“, spiegano gli abitanti del luogo, in quanto i due Comuni sono molto vicini. A fronte di un ulteriore incremento dei casi (25 su 4.116 abitanti) è stato disposto il mini-lockdown anche per il secondo Comune alle pendici dell’Aspromonte. L’iter ormai è noto: chiusura, tamponi, tracciamento dei positivi, assistenza domiciliare dei pazienti (argomento che merita un approfondimento a parte). Morale della favola: ad oggi, 5 Novembre, i focolai sono spenti e la situazione è completamente sotto controllo.

Cosa ci ricorda questa strategia? Non sono forse le famose 3T? Testare, tracciare, trattare. 

Ebbene sì.

ASSISTENZA DOMICILIARE DEI PAZIENTI COVID-19

Come sono stati assistiti i pazienti Covid-19 in Calabria? L’assistenza domiciliare è stata la chiave di volta di questa strategia. Non solo dunque monitoraggio e tracciamento. Molti dei pazienti Covid-19 positivi sono risultati asintomatici, ma vi sono stati diversi casi di pazienti con sintomi che sono stati curati a casa mediante l’attenta guida del medico di base: elemento determinante per la buona riuscita di una strategia di convivenza con il nuovo coronavirus in attesa del vaccino.

Non solo cure individuali, ma l’ausilio di strategie mirate e specifiche e con il supporto di cortisone, eparina, antibiotici e di ossigenoterapia domiciliare.

Un ulteriore supporto è stato dato dalla Protezione Civile locale, attenta e presente sul territorio, che ha fornito assistenza e supporto ai pazienti positivi al coronavirus.

L’assistenza a domicilio ha evitato l’eccessivo sovraccarico delle strutture ospedaliere, permettendo a ognuno di fare la propria parte in una gestione dell’emergenza che non può prescindere dalla sinergia tra medici e istituzioni.

CONSIDERAZIONI FINALI

Insomma, viene da chiedersi se davvero la Calabria meriti questa zona rossa che condannerebbe un’economia già precaria.

Sì, perché di elementi precari in Calabria ve ne sono e nessuno ha l’obiettivo di negarli. Una sanità commissariata da 10 anni (gestita quindi dal Governo), mancanza di strutture, emigrazione di professionisti che privano la Calabria della sua stessa linfa vitale. E indubbiamente anche sull’utilizzo dei fondi anti-Covid si doveva fare di più. Mancano posti letto negli ospedali ma la verità è che mancano proprio gli ospedali: le ultime gestioni hanno portato alla chiusura di diverse strutture e le carenze sanitarie e territoriali sono evidenti.

Proprio per questo la Calabria ha attuato una strategia attenta e minuziosa per tutelarsi dal Covid-19. Proprio per questo condannare la Calabria alla “zona rossa” senza una reale emergenza significherebbe appunto condannarla a morte. Economicamente e socialmente.

Oltretutto è innegabile che nella gestione dell’emergenza Covid-19 essa sia stata una regione virtuosa, riconosciuta a livello internazionale. In quante altre regioni un Comune con appena lo 0.6% dei casi viene dichiarato zona rossa al fine di spegnere i focolai nascenti? In quante altre regioni l’assistenza a domicilio è così presente e attiva sul territorio? Poche.

La Calabria, in estrema sintesi, insegna che una divisione e classificazione regionale non è la soluzione in quanto provoca una gestione poco omogenea e poco efficiente dell’emergenza: il ruolo dei Sindaci è fondamentale, così come quello di Protezione Civile, dei medici di base e delle Asp locali. Un monitoraggio attento e presente sul territorio non può essere effettuato da Roma ma da coloro che sono in loco e che conoscono criticità e punti di forza della stessa zona che sono chiamati a governare.