La Soufrière di St. Vincent: viaggio nella storia del vulcano più attivo nell’arco delle Piccole Antille

L’eruzione del vulcano La Soufrière di St. Vincent è solo l’ultima di una serie di eventi documentati negli ultimi secoli

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L’eruzione in corso al vulcano La Soufrière sull’isola caraibica di St. Vincentnon è che l’ultima di una serie di eruzioni, per lo più molto violente, documentate per questo vulcano negli ultimi secoli. Si tratta del vulcano più attivo nell’arco delle Piccole Antille, ad eccezione del vulcano sottomarino dal nome originale di Kick’em Jenny al largo dell’isola di Grenada“: è quanto ricorda il vulcanologo Boris Behncke, in un approfondimento pubblicato sul blog INGVvulcani.
La Soufrière infatti “si risveglia ad intervalli che possono variare da pochi anni fino a un secolo. Dei tempi preistorici si sa poco, ma sono state datate eruzioni intorno al 1325, 1395, 1480, 1550 e 1640, oltre a diversi eventi esplosivi più indietro nel tempo. La prima eruzione osservata e descritta dai colonizzatori europei è quella del 1718, di cui sono conosciuti pochi dettagli. Fra gli elementi più salienti nell’unico racconto di quell’evento, vi sono le descrizioni di pesantissime ricadute di cenere vulcanica, non solo sulla stessa isola di St. Vincent, ma anche sull’isola di Barbados.

La Soufrière di Saint-Vincent
Figura 1 – L’eruzione de La Soufrière del 1812 nel dipinto dell’artista britannico J.M. William Turner, basato su uno schizzo di Hugh P. Keane (The Eruption of the Soufrière Mountain in the Island of St. Vincent, at midnight, on the 30th of April, 1812; from a sketch taken at the time by Hugh P. Keane)

Esiste un’interessantissima descrizione di quella che forse è stata la prima visita da parte di un europeo al cratere de La Soufrière, nel 1784. Il visitatore, Mr. James Anderson, nella sua descrizione del cratere, menziona la presenza di un “monte ardente, con una circonferenza di circa un miglio, di forma conica … dalla cui sommità si erge un altro monticello, alto da otto a dieci piedi, un cono perfetto; dalla sua cima esce una colonna di fumo. […] Da tutte le parti del monte escono fumi in grandi quantità, soprattutto dal suo lato nord, che sembra bruciare dalla cima alla base, ed il calore rende impossibile la sua ascensione. Girargli attorno è pericoloso perché costantemente grandi massi di roccia vengono squarciati dal calore e cadono verso il basso.” Probabilmente il “monte” descritto da Anderson era lava che si stava accumulando sul fondo craterico, un duomo di lava viscosa, incapace di espandersi in colata“.

La Soufrière di Saint-Vincent
Figura 2 – Il cratere de La Soufrière con il suo lago alla fine dell’800. (Fonte: Anderson & Flett 1903)

Ben documentata invece l’eruzione del 1812 (Figura 1), “molto violenta, che causò danni alle piantagioni nella parte settentrionale dell’isola ed uccise 56 persone, esclusivamente schiavi che vi lavoravano. Questa eruzione rimosse completamente il duomo di lava formatosi nel 1784 nel cratere sommitale; inoltre aprì un piccolo cratere sull’orlo nord-orientale di quello principale. Di nuovo, l’elemento più impressionante dell’eruzione furono le pesanti ricadute di materiale piroclastico, che anche questa volta ricoprirono l’isola di Barbados ad est. Un altro fenomeno, non riconosciuto all’epoca, ma probabilmente la causa principale di morte e distruzione, furono i flussi piroclastici, che si riversarono nelle valli drenanti il vulcano, che con i suoi circa 1220 m di altezza domina la parte settentrionale di St. Vincent. Dopo l’eruzione del 1812, il cratere principale rimase calmo per 90 anni: una vasta conca, riempita da un profondo lago” (Figura 2).

Il disastro del 1902

La Soufrière di Saint-Vincent
Figura 3 – Ruderi della piantagione di Wallibu sulla costa occidentale di St. Vincent dopo l’eruzione de La Soufrière del 7 maggio 1902. Il vulcano si intravede sullo sfondo. (Fonte: Anderson & Flett 1903)

L’eruzione del 7 maggio 1902, spiega Behncke, “non arrivò in maniera completamente sorprendente: da più di un anno si erano notati numerosi terremoti e “rumori sotterranei” in varie località vicine al vulcano, e nella seconda metà di aprile 1902 l’attività sismica era notevolmente aumentata. Durante la giornata del 6 maggio, si era notata una cospicua colonna di vapore che si alzava dal cratere, che al tramonto appariva illuminata da bagliori rossi alla base. Nella notte, intensi bagliori accompagnarono le esplosioni, sempre più frequenti ed intense. Mentre questa attività era ben visibile dal lato occidentale dell’isola, dove molte persone hanno abbandonato le loro abitazioni, il lato orientale del vulcano era coperto da nuvole, e gran parte degli abitanti di quella zona non si accorse dell’attività in corso.
L’evento culminante, intorno alle ore 14:00 del 7 maggio, fu descritto come “un’enorme esplosione nera” seguita dalla “discesa di una grande nube nera” sui lati occidentale ed orientale de La Soufrière. Persone catturate da questa nube percepirono un intensissimo calore, e chi non si trovava all’interno di un edificio con porte e finestre ben chiuse o non aveva la possibilità di tuffarsi in mare, fu ucciso all’istante. Le valli sui fianchi del vulcano furono colmate con voluminosi depositi di materiale piroclastico caldo, di decine di metri di spessore. Nel frattempo, una colonna eruttiva si alzò per molti chilometri nel cielo, per essere poi spinta dal vento verso est, in direzione dell’isola di Barbados, dove avvennero abbondanti ricadute di cenere.
Le abitazioni e le piantagioni intorno al vulcano furono devastate (Figura 3), e con esse furono uccise circa 1600 persone, molte delle quali stavano lavorando nelle piantagioni sul lato orientale del vulcano. La differenza fra la vita e la morte spesso era costituita da una porta chiusa – così, decine di persone si salvarono nella cantina di una casa, mentre coloro che si rifugiarono dentro un edificio con la porta d’entrata socchiusa rimasero vittime dell’eruzione“.

La Soufrière di Saint-Vincent
Figura 4 – Il Cratere de La Soufrière con il lago craterico alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso. Foto di Richard Weyl. (Fonte: Weyl, 1965)

La “grande nube nera” “non era altro che una serie di flussi piroclastici, che investirono le valli intorno al vulcano soprattutto verso est ed ovest, mentre a nord e sud alte creste ne impedirono la propagazione in quelle direzioni. Il fenomeno dei flussi piroclastici, fino ad allora praticamente sconosciuto anche nel mondo scientifico, si ripetè meno di 24 ore dopo sull’isola di Martinica (distante circa 165 km a nord), dove il vulcano Montagne Pelée letteralmente sterminò l’intera popolazione – circa 27mila persone – della città di Saint-Pierre con un flusso piroclastico.
Dopo la grande eruzione del 7 maggio 1902, La Soufrière rimase in attività intermittente per quasi un anno, con maggiori esplosioni il 18 maggio, 3-4 settembre, 13-14 ottobre, e 21-30 marzo 1903. Già poco dopo la catastrofe del 7 maggio un lago andò formandosi nel cratere, il cui livello crebbe considerevolmente dopo la fine dell’attività, con un volume di circa 75 milioni di metri cubi di acqua e una profondità di oltre 200 m” (Figura 4).

Le eruzioni degli anni Settanta

La Soufrière di Saint-Vincent
Figura 5 – Dicembre 1971. Un duomo di lava viscosa sta formando un’isola all’interno del lago craterico de La Soufrière, causando l’evaporazione dell’acqua del lago. Foto di Jack Frost. (Fonte: Global Volcanism Program)

Dopo 68 anni di relativa calma, prosegue Behncke, “La Soufrière si risvegliò, in maniera del tutto diversa rispetto al 1902, nell’autunno del 1971, quando il lago craterico cominciò ad emettere vapore, a cambiare colore, e ad alzarsi progressivamente di livello. La popolazione nei dintorni reagì con forte ansia, e molti abbandonarono la parte settentrionale dell’isola. La sorpresa arrivò il 20 novembre 1971, quando al centro del lago comparve un’isola, costituita da un duomo di lava, che stava crescendo all’interno del cratere (Figura 5). Questo duomo continuò a crescere fino a fine marzo 1972, quando la sua altezza era quasi 70 m sopra il livello del lago (che nel frattempo si era nuovamente abbassato) e 295 m sopra la quota pre-eruzione del fondo craterico; il suo volume era stimato in circa 80 milioni di metri cubi.

La Soufrière di Saint-Vincent
Figura 6 – Esplosione de La Soufrière del 22 aprile 1979. Foto del vulcanologo Steve Sparks. (Fonte: Global Volcanism Program)

Diversamente dalle eruzioni del 1718, 1812 e 1902-1903, questa eruzione fu interamente effusiva (in altre parole, caratterizzata da emissione di lava viscosa) senza alcuna manifestazione esplosiva, e non fu né preceduta né accompagnata da terremoti: si registrarono solo tremori vulcanici associati a fratturazione di roccia all’interno del duomo lavico in crescita“.

Dopo 7 anni di quiescenza – l’intervallo più breve di quiete conosciuto fra le eruzioni de La Soufrière – nella primavera del 1979, il vulcano cominciò a mostrare segnali tipici di una nuova imminente eruzione.
Già dall’estate del 1978 si era osservato un graduale aumento dell’attività sismica accompagnato da un possibile rigonfiamento dell’edificio vulcanico.
Nel mattino del 12 aprile 1979 iniziò un’intensa attività sismica, seguita dopo poche ore dalle prime emissioni di vapore misto a cenere dal cratere.
Sulla base di queste osservazioni si procedette all’evacuazione della popolazione del settore settentrionale dell’isola (circa 15 mila persone), completata in 24 ore
“.

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Figura 7 – Duomo di lava del 1979 sul fondo del cratere de La Soufrière, fotografato nel 1983. Foto del vulcanologo Richard Fiske. (Fonte: Global Volcanism Program)

L’eruzione esplosiva “iniziò nel mattino del 13 aprile, e per quasi due settimane si susseguirono numerose esplosioni, responsabili di colonne eruttive alte fino a 17-18 km (Immagine principale e Figura 6), flussi piroclastici, ed abbondanti ricadute di cenere sulle aree circostanti e, ancora una volta, sull’isola di Barbados ad est. L’ultima esplosione significativa venne osservata il 26 aprile. Pochi giorni dopo, il 3 maggio, venne avvistato un nuovo duomo di lava al centro del cratere, che continuò a crescere per quasi sei mesi, raggiungendo un volume di 50 milioni di metri cubi” (Figura 7).