L’Iran annuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz. Qatar: “inizia una catastrofe”. Bahrein dispone lockdown

Si aggrava la crisi in Medio Oriente dopo gli attacchi USA della notte: crescono soprattutto le preoccupazioni per la chiusura dello Stretto di Hormuz, che avrebbe conseguenze drammatiche a livello internazionale

Cresce la tensione in Medio Oriente dopo gli attacchi USA ai siti del programma nucleare iraniano nella notte. L’Iran sta preparando la rappresaglia e la situazione rischia di precipitare fuori controllo nelle prossime ore e nei prossimi giorni. Pochi minuti fa, infatti, il rappresentante di Khamenei Hossein Shariatmadari ha detto: “Ora tocca a noi agire senza indugio. Come primo passo, dobbiamo lanciare un attacco missilistico contro la flotta navale statunitense in Bahrein e contemporaneamente chiudere lo Stretto di Hormuz alle navi americane, britanniche, tedesche e francesi“.

I Paesi del Golfo sono nel panico. Il Qatar avverte di “conseguenze catastrofiche” dopo gli attacchi statunitensi all’Iran, lasciando immaginare il peggio. Il meccanismo per la funzione pubblica del Bahrein ha annunciato che, a seguito degli sviluppi nella regione, è stato deciso che, fino a nuovo avviso, il 70% delle attività negli uffici governativi sarà svolto da remoto, ad eccezione dei settori che richiedono la presenza fisica o che hanno procedure di lavoro speciali in casi di emergenza. Una sorta di vero e proprio lockdown.

Il Bahrein, che ospita la base militare navale statunitense del NAVCENT e della Quinta Flotta, ha esortato le persone a utilizzare le strade principali solo quando necessario per “consentire alle autorità competenti di utilizzare le strade in modo efficiente“. Il Ministero delle finanze del Kuwait ha dichiarato di aver allestito rifugi nei ministeri del governo.

Anche in Italia Guido Crosetto, parlando nell’edizione straordinaria del Tg1, ha detto che l’attacco USA “cambia completamente lo scenario, anche perché si apre una crisi molto più grande. Anche da parte dell’Iran ci sarà una risposta più forte che non riguarderà soltanto i lanci in Israele, che sono cominciati questa mattina, ma rischia di allargarsi ad Hormuz e si allargherà a tutti gli obiettivi americani” ma gli Usa “ne sono consapevoli“.

Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sta seguendo con la massima attenzione la crisi in Iran e ha convocato per la mattinata una riunione in videoconferenza con i ministri interessati, con il sottosegretario Alfredo Mantovano e con i vertici dell’Intelligence.

La chiusura dello Stretto di Hormuz apre scenari apocalittici per tutto il mondo

Le contrattazioni ora sono ferme ma appena riprenderanno, i prezzi del petrolio schizzeranno al rialzo sui timori di ritorsioni da parte dell’Iran. Lo sostengono gli analisti spiegando che il rialzo è dovuto a causa dei timori che l’Iran possa prendere di mira il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz come ritorsione per gli attacchi statunitensi alle sue strutture nucleari. Peraltro, sostengono gli economisti, un aumento drastico dei prezzi del petrolio potrebbe danneggiare un’economia globale già messa a dura prova dai dazi di Trump e come primo effetto, deprimere i mercati stimolando la domanda di beni rifugio come il dollaro che ne uscirebbe rafforzato. Tuttavia, la storia suggerisce che qualsiasi calo dei titoli azionari potrebbe essere temporaneo, soprattutto in caso di de-escalation. La storia insegna che durante le precedenti tensioni in Medio Oriente, tra cui l’invasione dell’Iraq nel 2003 e gli attacchi alle strutture petrolifere saudite nel 2019, gli scambi azionari ne hanno dapprima risentito ma si sono poi presto ripresi registrando un aumento nei mesi successivi. Una delle principali preoccupazioni per i mercati riguarda il potenziale impatto degli sviluppi in Medio Oriente non solo per quanto riguarda i prezzi del petrolio ma i suoi effetti sull’inflazione. Un aumento dei prezzi potrebbe frenare la fiducia dei consumatori e ridurre le possibilità di un taglio dei tassi di interesse a breve termine da parte delle banche centrali.

Tornando al mercato del petrolio, secondo S&P Global Community Insights “il bombardamento delle tre strutture nucleari iraniane avrà un effetto rialzista sui prezzi del greggio a breve termine. La domanda chiave è cosa succederà dopo“. Come conseguenza estrema, l’Iran potrebbe attaccare direttamente gli interessi statunitensi, sospendere le esportazioni di greggio o chiudere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Secondo S&P Global, il rialzo dei prezzi del petrolio dovrebbe poi attenuarsi a condizione che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto. Circa 21 milioni di barili di petrolio provenienti da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti transitano ogni giorno attraverso lo stretto braccio di mare che separa la Repubblica islamica dagli Stati del Golfo, rappresentando circa un terzo delle forniture mondiali di petrolio via mare. Nei giorni precedenti l’azione militare degli Stati Uniti , Elliott Abrams, che era il rappresentante speciale per l’Iran e il Venezuela nella prima amministrazione Trump, ha affermato che gli obiettivi potrebbero essere anche gli alleati statunitensi del Golfo, come l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti. “Penso che i mercati saranno inizialmente allarmati e che il petrolio aprirà in rialzo“, ha affermato a Reuters Mark Spindel, chief investment officer di Potomac River Capital. “Non abbiamo ancora una valutazione dei danni e ci vorrà del tempo. Ma la domanda è cosa succederà adesso?“, ha aggiunto. “Penso che l’incertezza avvolgerà i mercati“, è la sua previsione. Sulla stessa linea Jack Ablin, chief investment officer di Cresset Capital secondo cui gli sviluppi in Medioriente avranno sicuramente un impatto sui prezzi dell’energia e potenzialmente anche sull’inflazione. Prima dell’attacco statunitense di sabato, gli analisti di Oxford Economics avevano invece ipotizzato tre scenari, tra cui un allentamento del conflitto, un arresto completo della produzione di petrolio iraniana e la chiusura dello Stretto di Hormuz, “ognuno con un impatto sempre più forte sui prezzi globali del petrolio“. Nel caso più grave, è la loro previsione, i prezzi globali del petrolio salirebbero a circa 130 dollari al barile, spingendo l’inflazione statunitense vicino al 6% entro la fine dell’anno.

Anche Jamie Cox, managing partner di Harris Financial Group, ritiene che i prezzi del petrolio probabilmente aumenteranno nelle prossime ore. Tuttavia, l’analista ha affermato di aspettarsi un livellamento dei prezzi nel giro di pochi giorni, poiché gli attacchi potrebbero spingere l’Iran a cercare un accordo di pace con Israele e gli Stati Uniti: “Con questa dimostrazione di forza e la totale distruzione delle loro capacità nucleari, hanno perso tutto il loro potere e probabilmente cercheranno una via d’uscita verso un accordo di pace“. Più pessimista Natasha Kaneva, responsabile della ricerca globale sulle materie prime presso JPMorgan secondo cui un’ulteriore destabilizzazione politica in Iran “potrebbe portare a un aumento significativo dei prezzi del petrolio che si protrarrebbe per lunghi periodi“. L’analista ricorda che dal 1979 si sono verificati otto casi di cambio di regime nei principali paesi produttori di petrolio. I prezzi del petrolio registrarono un aumento medio del 76% al loro picco massimo a seguito di questi cambiamenti, per poi tornare a stabilizzarsi a un prezzo superiore di circa il 30% rispetto ai livelli pre-crisi. Ad esempio, secondo JPMorgan, i prezzi del petrolio sono quasi triplicati tra la metà del 1979 e la metà del 1980, dopo che la rivoluzione iraniana depose lo Scià e portò al potere la Repubblica Islamica. Ciò innescò all’epoca una recessione economica mondiale.