Le scalate intorno ai 6.000 metri sull’Himalaya sono impegnative ma adatte anche ai non professionisti. A dirlo all’Adnkronos è Alberto Pirovano, coordinatore dell’Osservatorio Nazionale Incidenti in Montagna del Cai, che, in relazione agli incedenti che hanno coinvolto gli alpinisti italiani in Nepal, evidenzia come “fattori esogeni, qual è il cambiamento meteo” possano costituire un vero pericolo in montagna. “Qui non parliamo di un problema tecnico legato all’incapacità degli alpinisti“, specifica. “Quello attuale – spiega Pirovano – è il periodo post-monsonico in cui le salite intorno agli 8.000 metri sull’Himalaya sono terminate, ma restano accessibili quelle a quote più basse (circa 6.000 metri). Dobbiamo però fare i conti con il cambiamento climatico che porta a fenomeni meteo estremi. Quindi in montagna possono verificarsi eventi assolutamente straordinari, con fortissime precipitazioni in poco tempo (come quello che si è registrato di recente in Nepal), per cui diventa un pericolo rimanere intrappolati tra la neve. Anche per chi, nel caso, rimanesse in tenda. Perché gli incidenti in montagna non sono per forza legati alle valanghe”.
In vista di una salita, “sebbene l’unico elemento utilizzabile sia la previsione meteo, questa va, tuttavia, gestita con una certa consapevolezza e attenzione – suggerisce Pirovano -. Nessuna lettura alla lettera: nel giro di qualche ora una perturbazione può evolvere velocemente verso scenari rischiosi. Occorre, dunque, non dare per scontato che i fenomeni possano accelerare rispetto al modello matematico letto in precedenza”.
Gli incidenti in Nepal “sono avvenuti su montagne che vengono scalate anche da non professionisti, non hanno delle difficoltà tecniche estreme se non per l’alta quota – aggiunge – Non sono certo montagne per principianti, ma sono sicuramente scelte dagli appassionati che hanno già un certo livello“.
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Presidente CNSAS: “alpinisti esperti sorpresi da evento eccezionale e fuori stagione”
“A quelle latitudini ogni cosa si fa più difficile anche se sei un alpinista molto esperto e che magari ha già fatto un ottomila”. A parlare all’Adnkronos è Maurizio Dellantonio, Presidente nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico italiano, dopo la tragedia che ha coinvolto anche cinque alpinisti italiani sulle montagne del Nepal. ”Sul meteo ovviamente non si ha controllo, l’unica soluzione è informarsi al meglio e per tempo e credo che, da alpinisti esperti, lo avessero fatto: ci sono bollettini meteo aggiornati ogni due ore”, aggiunge Dellantonio.
È evidente che gli alpinisti italiani, ”come gli altri, sono stati sorpresi da un evento eccezionale e fuori stagione, perché questo generalmente è un periodo buono. Ma bisogna considerare che la portata dei fenomeni là, a quelle latitudini, ha poco a che vedere con quelli cui siano abituati qui. Su quelle montagne non è facile nell’emergenza scendere a valle di alcuni chilometri o di duemila metri di dislivello camminando in un metro e mezzo di neve fresca. Anche se sei al campo base che in genere è in un punto sicuro. E da quel che so, il peggio deve ancora arrivare”.
Il Presidente del CNSAS è infatti in contatto con Adriano Favre, 50 anni di esperienza e per anni ex direttore del Soccorso Alpino Valdostano, che si trova a Katmandu da un paio di giorni. In Nepal per accompagnare un gruppo di escursionisti – ”non alpinisti’‘ precisa Dellantonio. Visto che il meteo non lo convinceva, ha riportato tutti nella capitale nepalese da dove segue l’evolversi della situazione che sta mettendo a dura prova anche il sistema dei soccorsi. Un sistema privato – ”si paga tutto” – gestito in gran parte dagli sherpa che si sono dotati di elicotteri moderni e in alcuni casi anche di piloti esperti ”come il nostro Simone Moro”.
”Quelle montagne le hanno solo loro e non c’è dubbio che per i nepalesi il turismo degli ottomila sia un business che attrae persone da tutto il mondo, non ci sono solo gli italiani. Oggi va di moda, compri una specie di pacchetto vacanze completo e ti portano su con l’ossigeno che è come essere ai nostri duemila metri. L’importante è seguire le indicazioni degli sherpa e rimanere sempre in coda, perché uscire anche se sei più veloce comporta dei grossi rischi”, spiega Dellantonio, che avverte che per ritrovare i dispersi ci vorrà comunque molto tempo.
”Se saremo chiamati in causa come CNSAS le ricerche dovranno essere fatte necessariamente tramite il nostro Ministero degli Esteri. Abbiamo già lavorato all’estero e, a che io sappia, noi italiani siamo l’unico Soccorso Alpino a farlo. Negli ultimi vent’anni siamo già stati sei o sette volte in Nepal per alcuni recuperi su incarico dei familiari e lo scorso anno siamo stati un mese in Pakistan per insegnare a un nucleo di loro ottimi alpinisti le nostre tecniche di soccorso in montagna. Lo stesso abbiamo fatto in Kosovo”, conclude Dellantonio.
Esperto Cnr: “evento estremo causa degli incidenti in Nepal”
C’è un evento meteorologico estremo alla base di entrambi gli incidenti che si sono verificati nei giorni scorsi in Nepal e che hanno ucciso 9 persone. “Il fenomeno di base è lo stesso, si è trattato di un evento di precipitazioni estreme”, dice all’ANSA Franco Salerno dell’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Milano, che da oltre 20 anni si occupa di Nepal e cambiamenti climatici in alta quota. “In questo periodo le nevicate non sono comuni, perché ci troviamo dopo quello dei monsoni, nel quale si concentrano le precipitazioni. Dieci anni fa mi sono trovato in una situazione analoga – aggiunge il ricercatore – che mi ha tenuto confinato nel laboratorio Piramide per circa un mese“.
Salerno è infatti anche responsabile del laboratorio italiano costruito grazie all’associazione Ev-K2-Cnr, della quale è membro, che si trova a oltre 5mila metri di quota ai piedi del versante nepalese dell’Everest, e che deve il suo nome alla forma della struttura, studiata appositamente per offrire stabilità e resistenza.
La prevedibilità degli eventi estremi è molto scarsa, come ricorda anche il ricercatore dell’Cnr-Isp, e gli alpinisti coinvolti sono stati dunque probabilmente sorpresi da condizioni meteo inaspettate. È ormai noto, tuttavia, che la regione interessata, quella del Nepal centrale, sta subendo in maniera estremamente pesante gli effetti del cambiamento climatico. “La regione è caratterizzata dagli impatti più intensi del cambiamento climatico di tutta l’Asia”, afferma Salerno. “Negli ultimi 60 anni, i ghiacciai sono retrocessi di 400 metri e la quota della neve – aggiunge – ha visto un innalzamento di circa 200 metri”.
