Mettetevi comodi, chiudete le finestre e, soprattutto, spegnete il senso critico: è arrivato Harry. Non il maghetto di Hogwarts, che con una bacchetta di agrifoglio risolveva i problemi del mondo magico, ma il Ciclone Harry, l’ultima incarnazione del demonio atmosferico che, a sentire i solerti sacerdoti della catastrofe quotidiana, sta per spazzare via la nostra civiltà tra un talk show e un tweet indignato. Non appena il barometro segna una variazione superiore a quella di un sospiro, ecco che le sentinelle dell’ecologismo d’accatto si schierano in prima linea, pronte a spiegarci che quel refolo di vento non è meteorologia, ma il giudizio universale pagato in comode rate di carbon footprint.
È quasi commovente osservare la parabola evolutiva di figure come Angelo Bonelli, il quale pare aver sostituito la scienza del clima con una sorta di divinazione meteorognostica a seconda della convenienza del momento. Solo tre anni fa lo ricordiamo con una punta di nostalgia mentre faceva il suo ingresso trionfale in Parlamento brandendo i sassi dell’Adige come fossero le tavole della legge. All’epoca, il dogma era la siccità eterna: il deserto stava avanzando, il Po sarebbe diventato un ricordo sbiadito nei libri di storia e l’Italia intera si sarebbe trasformata in una gigantesca duna di sabbia entro il fine settimana. In quel momento, ogni goccia di pioggia risparmiata era la prova definitiva che il pianeta ci aveva voltato le spalle per sempre. Oggi, però, il Ciclone Harry scatena piogge eccezionali e lo stesso Bonelli, con una agilità intellettuale che farebbe invidia a un ginnasta olimpico, urla al disastro climatico perché piove troppo. Insomma, se non piove è colpa nostra, se piove è ancora colpa nostra, e se piove il giusto probabilmente è solo una tregua ingannevole che preannuncia una catastrofe ancora più fantasiosa.
Il fascino di questa narrazione risiede nella sua totale invulnerabilità alla logica. Siamo di fronte a una teoria scientifica perfetta perché è infalsificabile: se fa caldo, è il riscaldamento globale che ci arrostisce; se fa freddo, è sempre il riscaldamento globale che, attraverso un sofisticato giro di valzer delle correnti polari, ci congela per eccesso di zelo termico. Se nevica abbondantemente, i nostri esperti preferiti non si scompongono affatto, anzi, si arrampicano sugli specchi – rigorosamente non ghiacciati – per spiegarci che quella neve è un riflesso contro-intuitivo del cambiamento climatico. In pratica, il pianeta è diventato un paradosso vivente dove la causa produce l’effetto e, contemporaneamente, il suo esatto opposto, a patto che il colpevole rimanga sempre l’uomo occidentale con la sua auto a gasolio e la sua pretesa di non morire di stenti.
Le associazioni pseudo-ambientaliste e la sinistra in cerca d’autore hanno trovato in Harry il perfetto alleato per la loro propaganda. Non si tratta più di analizzare i dati o comprendere la ciclicità millenaria degli eventi atmosferici, ma di gestire un brand della paura. Ogni temporale estivo diventa una “bomba d’acqua“, termine che evoca scenari bellici per descrivere quella che i nostri nonni chiamavano, molto più prosaicamente, pioggia. Questa mistificazione della terminologia serve a mantenere alto il livello di ansia collettiva, trasformando ogni cittadino in un peccatore climatico che deve espiare le proprie colpe attraverso sussidi verdi e tasse patrimoniali mascherate da ecologia. La scienza, quella vera, fatta di dubbi, misurazioni costanti e umiltà davanti alla complessità dei sistemi caotici, viene sacrificata sull’altare di un’ideologia che non ammette repliche. Se osi far notare che i cicloni esistevano anche quando ci muovevamo a cavallo, vieni immediatamente bollato come un negazionista, un termine che curiosamente unisce la meteorologia alla storia più buia, giusto per non farsi mancare un pizzico di ricatto morale.
Il circo dei catastrofisti vive di questa schizofrenia permanente. Si scandalizzano se le vette sono brulle a gennaio, ma invocano lo stato di emergenza se una nevicata record blocca le strade, attribuendo anche quel bianco candore alla “estremizzazione dei fenomeni” causata, manco a dirlo, dai condizionatori d’aria accesi ad agosto. È un sistema chiuso, dove la realtà è solo un optional e il catastrofismo climatico è diventato la nuova religione di Stato, con i suoi profeti, i suoi anatemi e i suoi sassi da portare in processione. Mentre il Ciclone Harry passa, lasciando dietro di sé la solita scia di fango e retorica, resta il sospetto che l’unico vero cambiamento climatico degno di nota sia quello che ha colpito la capacità di giudizio di chi, pur di avere ragione, è disposto a sostenere che il sole sorge a est solo per colpa delle emissioni di CO₂.
