La recente e intensa attività sismica che sta interessando il settore dello Jonio meridionale e centrale rappresenta un richiamo alla straordinaria complessità geologica della regione mediterranea. Dopo il significativo evento di magnitudo 5.1 registrato nella notte di sabato 10 gennaio tra Calabria e Sicilia, l’attenzione si è spostata più a nord, nel Golfo di Squillace, al largo delle coste di Catanzaro. Qui, una serie di scosse ha evidenziato una duplice natura del sottosuolo: una prima scossa di questa mattina è stata di magnitudo 4.3 con ipocentro relativamente superficiale a 15 chilometri di profondità, seguita da una sequenza di eventi compresi tra magnitudo 3.4 e 3.8 localizzati invece a profondità molto elevate, tra i 70 e i 100 chilometri. Questa differenza di profondità non è casuale, ma racconta la storia di un lembo di crosta terrestre che sta sprofondando sotto l’Europa.
La natura sismo-tettonica di quest’area è dominata dal cosiddetto Arco Calabro, una delle strutture più attive e affascinanti del pianeta. In questa zona, la litosfera ionica, che è antica e densa, scivola al di sotto della Calabria dirigendosi verso il Tirreno in un processo noto come subduzione. I terremoti profondi registrati tra i 70 e i 100 chilometri di profondità sono la manifestazione diretta della compressione e delle fratture che avvengono all’interno di questa “lastra” di roccia (slab) che scende nel mantello terrestre. Al contrario, il terremoto di magnitudo 4.3 a 15 chilometri di profondità appartiene alla dinamica crostale più superficiale, legata alle faglie che frammentano la parte superiore della crosta o al rilascio di stress accumulato nel cuneo di accrezione, ovvero l’accumulo di sedimenti e rocce che si trova sopra la zona di subduzione.
Evoluzione della sequenza e precedenti storici
Quando si manifesta uno sciame sismico o una sequenza ravvicinata di eventi, la domanda principale riguarda sempre la possibile evoluzione del fenomeno. Scientificamente, non è possibile prevedere se questi eventi siano il preludio a una scossa più forte o se rappresentino semplicemente un rilascio di energia distribuito nel tempo. Tuttavia, le sequenze nello Jonio sono spesso caratterizzate da una rapida successione di eventi profondi che, proprio per la loro distanza dalla superficie, tendono a essere avvertiti su aree molto vaste ma con un’intensità macrosismica ridotta. Storicamente, il settore ionico della Calabria è stato teatro di eventi catastrofici, come quelli del 1783 o del 1905, ma gran parte di quei terremoti era legata a sistemi di faglie crostali situati sulla terraferma o molto vicino alla costa. L’attività attuale, pur essendo monitorata con estrema attenzione, si colloca in un contesto offshore che, se da un lato attenua l’impatto diretto delle onde sismiche, dall’altro richiede una valutazione costante dei volumi di roccia coinvolti.
Il rischio tsunami e la sicurezza della popolazione
Un tema che emerge inevitabilmente durante le crisi sismiche in mare è il rischio maremoto. Per i terremoti registrati in queste ore, il rischio tsunami è stato considerato nullo o estremamente basso per due motivi principali. In primo luogo, la magnitudo degli eventi (fino a 4.3 e 5.1) è generalmente inferiore alla soglia critica, solitamente fissata intorno a magnitudo 6.0 o 6.5, necessaria per spostare volumi d’acqua tali da generare un’onda significativa. In secondo luogo, la profondità degli ipocentri, specialmente per le scosse oltre i 70 chilometri, impedisce alla deformazione del fondale marino di essere sufficientemente brusca e ampia. Il rischio tsunami rimane tuttavia una variabile da non sottovalutare nella regione, data la pendenza dei fondali ionici che potrebbero essere soggetti a frane sottomarine innescate da scosse anche meno violente, un fenomeno che in passato ha già interessato le coste siciliane e calabresi.
Per la popolazione, il rischio principale è legato alla vulnerabilità del costruito sulla terraferma. Anche se i terremoti attuali si verificano in mare, la propagazione delle onde sismiche può essere amplificata in particolari contesti geologici locali, come le valli fluviali o le zone con sedimenti non consolidati. La percezione delle scosse in Puglia, e in particolare nel Salento, è dovuta proprio alla profondità di alcuni eventi: i terremoti profondi tendono a far viaggiare le onde sismiche più lontano e con minore attenuazione rispetto a quelli superficiali. La protezione civile e gli enti di ricerca raccomandano di mantenere alta la soglia di attenzione e di seguire le norme di comportamento corrette, ricordando che la prevenzione antisismica sugli edifici rimane l’unico strumento reale per mitigare l’impatto di una natura che, in questo lembo d’Italia, non smette mai di rimodellarsi.



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