La strada verso il ritorno dell’umanità nei pressi della Luna si conferma un percorso di precisione millimetrica e necessaria prudenza. Nelle scorse ore la NASA ha concluso con successo il cosiddetto “wet dress rehearsal” per la missione Artemis II, una complessa esercitazione pre-lancio che ha visto il colossale razzo Space Launch System (SLS) essere caricato con propellenti criogenici sulla rampa di lancio del Kennedy Space Center. Nonostante il completamento di obiettivi cruciali, come il rifornimento completo dei serbatoi dello stadio centrale e dello stadio superiore (ICPS) e la simulazione delle operazioni di chiusura della capsula Orion, la prova ha evidenziato diverse sfide tecniche che hanno spinto l’agenzia spaziale a ricalibrare le proprie tempistiche. Durante le circa 49 ore di countdown, gli ingegneri hanno dovuto gestire una fastidiosa perdita di idrogeno liquido in un’interfaccia di rifornimento, complicata da temperature insolitamente rigide in Florida che hanno ritardato l’inizio delle operazioni e influenzato il funzionamento di telecamere e sistemi di terra. Questo stop forzato a circa 5 minuti dal termine teorico del conteggio, scattato automaticamente a causa di un picco nel tasso di perdita del propellente, ha convinto i vertici della NASA a far slittare la finestra di lancio, inizialmente prevista per febbraio, non prima di marzo. La decisione riflette la filosofia della “sicurezza prima di tutto” per un volo che porterà per la prima volta degli esseri umani oltre l’orbita terrestre bassa dopo oltre 50 anni.
Sfide tecniche e gelo in Florida
Il test, iniziato ufficialmente la sera del 31 gennaio ora locale, è stato messo a dura prova dal meteo. Le temperature eccessivamente basse hanno richiesto procedure supplementari per riscaldare le interfacce hardware prima di poter iniettare i propellenti super-raffreddati nei serbatoi.
Il problema principale è emerso durante il caricamento dell’idrogeno liquido. Per tentare di risolvere una perdita rilevata nel sistema di trasferimento verso lo stadio centrale, i tecnici hanno dovuto interrompere il flusso, permettendo alle guarnizioni di riscaldarsi leggermente per tentare di riposizionarle correttamente (“reseat”). Nonostante questi sforzi, il sequenziatore automatico di lancio ha interrotto il test durante la fase terminale proprio a causa di una persistente instabilità nella tenuta dell’idrogeno.
Oltre il propellente: valvole e comunicazioni
Non sono mancati intoppi su altri fronti:
- Modulo Orion: una valvola di pressurizzazione del portellone dell’equipaggio, recentemente sostituita, ha richiesto un ulteriore intervento;
- Sistemi audio: nelle settimane precedenti e durante il test, si sono verificati cali improvvisi nei canali di comunicazione audio tra le squadre a terra, un problema che gli ingegneri stanno ancora analizzando;
- Sicurezza in White Room: è stata testata con successo una nuova procedura di sicurezza che utilizza aria respirabile invece di azoto gassoso per spurgare le cavità del modulo di servizio durante le fasi di accesso dell’equipaggio, garantendo un ambiente sicuro per i tecnici che assistono gli astronauti.
Il fattore umano
Lo slittamento a marzo ha conseguenze dirette anche sulla vita degli astronauti. Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen sono stati ufficialmente sciolti dalla quarantena che avevano iniziato a Houston il 21 gennaio. Invece di volare verso la Florida come previsto, l’equipaggio rimarrà in Texas e rientrerà in isolamento circa 2 settimane prima della nuova data di lancio ufficiale.
Nelle prossime settimane, i team analizzeranno l’enorme mole di dati raccolti per mitigare ogni criticità riscontrata e prepararsi a un secondo “wet dress rehearsal” prima del via libera definitivo per la missione storica.



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