Il caso di Niscemi, come tanti altri fenomeni naturali avversi, ha suscitato un’onda di reazioni da parte di presunti “esperti”. In questi tempi, è difficile non notare come la scienza, un tempo considerata un pilastro di ricerca e conoscenza, sia ormai spesso ridotta a un semplice strumento di consenso e autorità, sopprimendo il dibattito e la ricerca autentica della verità. In un recente saggio, Apostolos Efthymiadis affronta proprio questa crisi, tracciando un parallelo tra la scienza contemporanea e il pensiero filosofico di Aristotele, mettendo in luce come la scienza moderna sia caduta nell’abbraccio del dogma, della politicizzazione, del ‘consenso’ e del pensiero di gruppo.
La scienza di oggi: un mito senza fondamenti?
La scienza odierna, spesso invocata come un’autorità incontestabile, ha perso la capacità di porsi domande fondamentali. Espressioni come “la scienza lo dice” o “seguite la scienza” sono diventate mantra da seguire senza riserva, ma chi decide cosa sia veramente scienza? E con quale metodo? Queste domande trovano una risposta nella critica di Efthymiadis, che denuncia il crescente allontanamento dalla filosofia originaria della scienza, come concepita da Aristotele. La scienza, secondo Efthymiadis, non è mai stata pensata come una verità assoluta, ma come un processo di ricerca, sempre aperto al dubbio e alla revisione.
Il passaggio da scienza a scientismo
La differenza tra scienza e scientismo è fondamentale. Mentre la scienza è un metodo di indagine che riconosce i suoi limiti e progredisce attraverso la confutazione di teorie errate, lo scientismo è un’ideologia dogmatica che usa il prestigio della scienza per imporre decisioni politiche e silenziare il dissenso. Questo fenomeno ha preso piede in modo preoccupante nelle ultime decadi, in particolare quando viene utilizzato come giustificazione per misure politiche impopolari o per sostenere narrative scientifiche che non sono ancora state pienamente verificate.
La critica ai modelli di cambiamento climatico e alle decisioni “scientifiche” sulla pandemia
Efthymiadis esplora esempi concreti che mettono in evidenza questa deriva. I modelli di cambiamento climatico, ad esempio, sono spesso presentati come “scienza certa”, ma secondo i criteri aristotelici, essi non soddisfano nemmeno i requisiti basilari della scienza dimostrativa. Le previsioni climatiche sono basate su ipotesi contestabili, modelli che sovrastimano gli aumenti di temperatura e che sono retrospettivamente calibrati a posteriori.
Allo stesso modo, durante la pandemia di COVID-19, molte decisioni furono prese sotto l’egida della “scienza”, ma la reale efficacia delle misure, come i lockdown e l’uso delle mascherine, rimaneva incerta. Le risposte alle domande chiave, come il ruolo dell’immunità naturale contro i vaccini, erano anch’esse incomplete e spesso basate su studi contraddittori. Lungi dal risolvere il problema, queste decisioni politiche sono state mascherate da un’apparente “verità scientifica”.
Il trionfo della politicizzazione e dell’autorità
Uno degli aspetti più preoccupanti dell’attuale “scienza” è la sua fusione con la politica. La scienza, che dovrebbe essere neutrale, viene sempre più utilizzata per giustificare politiche drastiche e trasformazioni sociali ed economiche. Quando ciò accade, la scienza cessa di essere un metodo di ricerca della verità per diventare un’ideologia che giustifica il potere.
Un altro elemento che Efthymiadis critica è l’appello autoritario degli “esperti”. La domanda “Cosa dicono gli esperti?” non è una prova, ma un trasferimento della responsabilità. Aristotele avrebbe respinto questo tipo di argomentazione, sostenendo che la verità non dipende dal presunto prestigio di chi la pronuncia, ma dalla solidità delle prove verificate che la supportano.
La perdita dell’umiltà scientifica
La più grande tragedia della scienza moderna, secondo Efthymiadis, è la perdita dell’umiltà scientifica. Il concetto che “la scienza è ormai risolta” è inaccettabile per chi segue il metodo scientifico vero e proprio. Aristotele insegnava che la saggezza comincia con il riconoscimento della nostra ignoranza. La scienza non è mai una verità definitiva, ma un processo continuo di esplorazione, falsificazione e revisione.
L’approccio Aristotelico
La soluzione alla crisi della scienza moderna non sta nell’aumentare i dati o migliorare le tecnologie, ma nel ritornare ai principi fondanti della scienza, come li aveva stabiliti Aristotele. Efthymiadis invoca il recupero delle sei caratteristiche della scienza dimostrativa, la separazione chiara tra scienza e opinione, e una maggiore tolleranza per il dissenso motivato. La scienza deve ritrovare la sua umiltà e la sua libertà, libera da vincoli politici ed economici.
La crisi della scienza è epistemologica, non tecnologica. È necessario un ritorno alle origini, al metodo di ricerca autentico, che non si fermi a certezze precostituite, ma che accetti il dubbio come parte integrante del progresso umano.
Il caso di Niscemi, come tanti altri fenomeni naturali legati al cambiamento climatico, mette in luce una realtà complessa: la scienza, un tempo faro di ricerca e conoscenza, è spesso ridotta a uno strumento di consenso politico. La crescente politicizzazione dei dati scientifici, soprattutto in ambito climatico e durante la pandemia di COVID-19, ha sollevato più di un interrogativo. In molti casi, decisioni politiche prese in nome della “scienza” hanno suscitato dubbi sull’affidabilità delle previsioni e sull’approccio adottato.
La scienza del cambiamento climatico, pur essendo fondamentale per comprendere le sfide future, è spesso presentata come una verità assoluta, mentre modelli e previsioni sono costantemente sotto revisione. La critica che emerge è che, anziché promuovere un dibattito aperto e un confronto costruttivo, la scienza è stata spesso utilizzata per legittimare misure politiche senza una reale verifica scientifica.
Il pensiero aristotelico ci ricorda che la scienza dovrebbe essere un processo di continua scoperta, sempre aperto al dubbio e alla revisione. Se vogliamo affrontare in modo efficace le sfide del cambiamento climatico, è fondamentale riportare la scienza al suo ruolo originario: un metodo di indagine rigoroso e indipendente, lontano da pressioni politiche e ideologiche. Solo così la verità scientifica potrà tornare a essere il motore di un progresso autentico, capace di rispondere alle urgenti domande del nostro tempo.
La frana di Niscemi, il cambiamento climatico e il Covid
La frana di Niscemi, come tanti altri eventi legati ai fenomeni naturali estremi, ha sollevato un acceso dibattito scientifico e politico. La sua drammatica manifestazione è stata interpretata da alcuni come un chiaro segno degli effetti del cambiamento climatico, un tema ormai al centro delle discussioni globali. Tuttavia, l’approccio scientifico alla vicenda, come spesso accade in situazioni simili, è stato travolto dalla politicizzazione e dall’interesse mediatico, piuttosto che da un’analisi approfondita e libera da pressioni esterne. In un contesto come questo, la scienza non sembra più essere un mezzo per comprendere la realtà, ma uno strumento utilizzato per giustificare narrative politiche.
Il cambiamento climatico, visto come la causa principale di fenomeni estremi come frane e alluvioni, viene presentato con toni categorici e definitivi. Ma i modelli climatici, pur essendo strumenti utili per la previsione, sono ancora imperfetti e soggetti a incertezze, spesso non tenute in conto. L’utilizzo acritico di tali modelli per predire con esattezza eventi come quello di Niscemi distorce la percezione del problema, distraendo dalle considerazioni di possibili concause.
La pandemia di COVID-19 ha evidenziato un altro aspetto problematico della scienza moderna. Le decisioni politiche prese durante l’emergenza sanitaria sono state presentate come previsioni scientifiche che, in alcuni casi, si sono rivelate infondate o contraddittorie. Le misure come i lockdown, l’uso delle mascherine e l’adozione di vaccini sono state adottate come “verità scientifica” indiscutibile, ma la reale efficacia di queste decisioni non è stata ancora dimostrata. La scienza, invece di rimanere un metodo di ricerca libero e aperto alla revisione, è stata spesso trasformata in un dogma, utilizzato per sostenere narrative politiche e sociali.
La lezione che possiamo trarre da eventi come la frana di Niscemi, il cambiamento climatico e la pandemia di COVID-19 è che la scienza deve ritrovare il suo ruolo originale: un processo continuo di ricerca e revisione, aperto al dubbio e al confronto. La scienza non deve essere piegata a interessi politici o sociali, ma deve rimanere un mezzo per avvicinarsi alla verità, per quanto complessa e sfaccettata possa essere. Se vogliamo affrontare seriamente le sfide globali, dobbiamo tornare a un approccio scientifico che riconosca l’incertezza come parte del progresso e che stimoli un dibattito libero e aperto, lontano dalle pressioni di potere e autorità.



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