Le ripercussioni della guerra in corso in Iran stanno iniziando a manifestarsi ben oltre i confini regionali, colpendo economie lontane come quella indonesiana. In Indonesia, il governo ha deciso di intervenire direttamente sulla distribuzione del carburante per evitare squilibri nell’approvvigionamento. Il ministro coordinatore per gli Affari economici, Airlangga Hartarto, ha annunciato un limite massimo giornaliero di 50 litri per veicolo, una misura che punta a garantire equità nella distribuzione e a prevenire fenomeni di accaparramento. Parallelamente, l’esecutivo ha introdotto una misura organizzativa significativa: per alcune categorie di dipendenti pubblici sarà obbligatorio lavorare da remoto ogni venerdì.
Questa decisione non è soltanto simbolica, ma rappresenta un tentativo concreto di ridurre la domanda di carburante legata agli spostamenti quotidiani. L’Indonesia, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, risente infatti dell’instabilità dei prezzi petroliferi causata dalle tensioni in Medio Oriente, dove il conflitto iraniano ha contribuito a ridurre l’offerta e ad aumentare la volatilità dei mercati.
Etiopia: emergenza carburanti e priorità ai beni essenziali
Situazione ancora più critica si registra in Etiopia, dove le autorità hanno ufficialmente dichiarato uno stato di “penuria” di carburanti. Il paese, che importa la totalità degli idrocarburi consumati, è particolarmente vulnerabile agli shock esterni, come quelli generati dalla guerra in Iran e dalle tensioni nell’intera regione mediorientale. Il ministero del Commercio ha quindi introdotto un sistema di razionamento che privilegia categorie considerate strategiche: mezzi che trasportano beni di prima necessità, trattori impiegati nell’agricoltura e trasporti pubblici.
Nel frattempo, nelle principali città si registrano lunghe file ai distributori fin dalle prime ore del giorno, segno tangibile della crescente difficoltà nell’accesso al carburante. L’approvvigionamento quotidiano è drasticamente calato, passando da 9,2 milioni a 4,5 milioni di litri, un dato che evidenzia la gravità della crisi. Le autorità hanno invitato la popolazione a modificare le proprie abitudini, incoraggiando gli spostamenti a piedi, l’uso dei mezzi pubblici e il ricorso alle energie rinnovabili. Si tratta di un cambiamento forzato ma che si inserisce in un percorso già avviato dal paese verso una maggiore sostenibilità.
Una crisi globale con effetti locali sempre più evidenti
La guerra in Iran non rappresenta soltanto un conflitto regionale, ma un fattore destabilizzante per l’intero sistema energetico globale. Le difficoltà di Indonesia ed Etiopia dimostrano come anche paesi geograficamente lontani possano subire conseguenze dirette, soprattutto quando dipendono dalle importazioni di petrolio. L’aumento dei prezzi, la riduzione delle forniture e l’incertezza sui mercati internazionali stanno costringendo molti governi ad adottare misure straordinarie per garantire la continuità economica e sociale.
Allo stesso tempo, queste crisi stanno accelerando alcune trasformazioni strutturali, come la diffusione del lavoro da remoto e l’investimento nelle energie alternative. In Etiopia, ad esempio, le politiche già avviate – come l’eliminazione delle tasse sulle auto elettriche e il divieto di importazione di veicoli a motore termico – assumono oggi un significato ancora più strategico. La crisi energetica globale, alimentata dal conflitto in Medio Oriente, potrebbe quindi diventare un punto di svolta, spingendo molti paesi a ripensare il proprio modello di sviluppo e la propria dipendenza dalle fonti fossili.




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