Alle 00:03 di questa notte, un terremoto di magnitudo 5.9 ha scosso i sismografi italiani, con epicentro localizzato al largo delle coste della Campania. Un evento di questa portata, in superficie, avrebbe potuto causare danni significativi. Tuttavia, la chiave per comprendere (e ridimensionare) l’allarme risiede in un singolo, fondamentale dato: la sua profondità di 414 chilometri. Cosa succede così in profondità sotto il Mar Tirreno? Si tratta di un fenomeno noto ai geologi come “subduzione”.
La dinamica: una placca che sprofonda nel mantello
A chiarire la natura geologica di questo evento è intervenuto Salvatore Stramondo, direttore del Dipartimento Terremoti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). In una dichiarazione rilasciata all’AGI, l’esperto ha spiegato come questo sisma sia profondamente diverso da quelli che colpiscono abitualmente la nostra penisola.
“L’evento sismico è stato localizzato a una profondità estremamente elevata, circa 414 km, ben al di sotto delle comuni profondità sismogenetiche dei terremoti italiani, che avvengono prevalentemente nella crosta superiore“, ha precisato Stramondo all’AGI.
Il terremoto è infatti il risultato di un processo geologico millenario: la subduzione. Sotto il Mar Tirreno meridionale, una placca di litosfera oceanica sta lentamente sprofondando nel mantello terrestre da alcuni milioni di anni. È questo “scivolamento” profondo a generare tensioni che, ciclicamente, si liberano sotto forma di energia sismica.
Un fenomeno raro per la Campania, ma noto al Tirreno
Sebbene questa dinamica sia responsabile di una sismicità frequente lungo le coste di Calabria e Sicilia, eventi di questo tipo sono decisamente meno comuni al largo della Campania. Tuttavia, la storia sismica ci insegna che non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi decenni, la complessa rete di faglie profonde del Tirreno ha già fatto registrare terremoti di magnitudo rilevante.
Ecco alcuni precedenti:
- 1938 – Magnitudo stimata 6.8 – 7.1, profondità elevata, area epicentrale Mar Tirreno.
- 27 dicembre 1978 – Magnitudo Mw 5.9, profondità 392 km, area epicentrale largo di Gaeta (LT).
- 29 ottobre 2006 – Magnitudo Mw 5.8, profondità 221 km, area epicentrale Mar Tirreno.
- 3 novembre 2010 – Magnitudo ML 5.4, profondità 506 km, area epicentrale Mar Tirreno.
- 28 ottobre 2016 – Magnitudo ML 5.8, profondità 481 km, area epicentrale Mar Tirreno.
- 26–27 ottobre 2023 – Magnitudo ML 4.2, profondità elevata, area epicentrale largo della Penisola Sorrentina.
(Il sisma del 1978 a largo di Gaeta rappresenta, secondo i dati attuali, il terremoto profondo strumentale più forte mai registrato nell’area prima di quello odierno).
Tanta distanza, poca intensità
La parola “terremoto” genera comprensibilmente ansia, ma in questo caso la geologia ci viene in soccorso. Come ha rassicurato Stramondo concludendo il suo intervento all’AGI, è proprio l’estrema profondità dell’ipocentro a garantire una “relativa tranquillità sui loro effetti”.
Quando un terremoto si scatena a oltre 400 km sotto i nostri piedi, l’energia ha il tempo e lo spazio per disperdersi prima di raggiungere la superficie. Il risultato è un fenomeno apparentemente paradossale: le onde sismiche viaggiano molto lontano, facendosi sentire anche a centinaia di km di distanza dall’epicentro, ma arrivano in superficie con un’intensità estremamente bassa, incapace di provocare danni alle strutture.
La scossa di questa notte ci ricorda che viviamo su un pianeta geologicamente vivo e in costante mutamento, ma ci rassicura anche sul fatto che la natura, a volte, confina i suoi “scontri” a profondità in cui non possono farci del male.




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