Artemis II, rientro di fuoco: l’epica missione affronta le onde del Pacifico, con un recupero fuori programma | FOTO

Dopo 10 giorni nello Spazio profondo, l'equipaggio affronta un ammaraggio a velocità record e un salvataggio complesso a causa delle forti correnti. Le voci e le emozioni dei protagonisti che hanno riaperto la strada verso la Luna

  • splashdown artemis
  • splashdown artemis
  • splashdown artemis
  • splashdown artemis
  • splashdown artemis
  • splashdown artemis
  • splashdown artemis
  • artemis II
  • missione artemis II
  • missione artemis II
  • missione artemis II
  • missione artemis II
  • missione artemis II
/

Il 10 aprile 2026 (02:07 dell’11 aprile 2026 in Italia) segna la chiusura definitiva di un capitolo epico per l’esplorazione spaziale, culminato con l’ammaraggio della navicella Orion nelle acque dell’Oceano Pacifico, al largo delle coste di San Diego. Dopo oltre mezzo secolo di attesa, un equipaggio umano ha fatto ritorno da un viaggio lunare, portando a termine la complessa missione Artemis II della NASA. Il rientro sulla Terra dei 4 astronauti, Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, ha rappresentato il banco di prova finale per le tecnologie che riporteranno l’uomo sulla superficie del nostro satellite. L’evento ha tenuto col fiato sospeso milioni di spettatori in tutto il mondo, segnando un momento di altissima tensione ingegneristica seguito da un’esplosione di gioia nel centro di controllo. Le operazioni di recupero, tuttavia, hanno riservato delle sorprese inaspettate, mettendo alla prova la prontezza delle squadre di soccorso marittimo della Marina degli Stati Uniti in mare aperto.

Un rientro di fuoco a velocità record

Il viaggio di ritorno dalla Luna ha imposto alla capsula Orion condizioni estreme, radicalmente diverse da quelle affrontate dai veicoli provenienti dall’orbita terrestre bassa come la Stazione Spaziale Internazionale. Precipitando verso l’atmosfera a una velocità di 39.600 km/h, circa 24 volte la velocità di un proiettile, la navicella ha generato un attrito impressionante. Per proteggere l’equipaggio e far fronte alle preoccupazioni sul comportamento dello scudo termico emerse nei test precedenti, la NASA ha optato per una traiettoria di rientro più diretta attraverso l’atmosfera rispetto a quella del volo inaugurale Artemis I.

Lo scudo ha dovuto sopportare temperature fino a quasi 2.760°C, un calore pari alla metà della temperatura superficiale del Sole. Dopo 6 interminabili minuti di blackout radio, durante i quali una spessa nube di plasma surriscaldato ha avvolto la capsula, il veicolo è riapparso intatto nel cielo limpido. A 6.700 metri di quota, i 3 grandi paracadute principali si sono dispiegati regolarmente, rallentando la discesa del modulo fino a un impatto controllato in mare a 32 km/h, avvenuto puntualmente alle 17:07 ora locale. “Il veicolo è in condizioni eccellenti“, ha confermato in diretta il commentatore della missione, Rob Navias, sancendo il pieno successo della manovra di rientro.

Il fuori programma: onde, gommoni ed elicotteri

Se la fase aerea si è svolta da manuale, le operazioni di recupero guidate dall’equipaggio della nave USS John P. Murtha hanno richiesto un inaspettato cambio di piano. Le forti correnti oceaniche hanno reso impossibile mettere in sicurezza la capsula Orion per trainarla vicino all’imbarcazione principale. I sommozzatori della Marina, giunti tempestivamente a bordo di gommoni veloci, hanno faticato per tentare di installare il collare di stabilizzazione, la massiccia struttura galleggiante progettata per mantenere in perfetto equilibrio il veicolo spaziale tra le onde.

La complessità della situazione ha richiesto grande flessibilità. Mentre il direttore di volo nel centro di controllo di Houston richiamava ai monitor il personale che si era già allontanato per festeggiare, le squadre mediche sono entrate direttamente nella navetta instabile per fornire i primi supporti all’equipaggio. A oltre un’ora e mezza dallo splashdown, l’impossibilità di stabilizzare il veicolo ha costretto i soccorritori a evacuare i 4 astronauti in mare aperto, aiutandoli a uscire dall’abitacolo e a prendere posto sui gommoni di supporto. Da qui, sono stati successivamente recuperati e issati a bordo degli elicotteri militari statunitensi, raggiungendo finalmente la nave principale a quasi 2 ore dal loro effettivo ammaraggio.

Primi passi incerti e dichiarazioni storiche

L’arrivo sul ponte di volo della USS John P. Murtha ha regalato le immagini conclusive di questa impresa storica. Victor Glover e Christina Koch si sono affacciati per primi dal portellone del loro elicottero, rimanendo seduti sul bordo per qualche istante ad assaporare l’aria terrestre; una scena replicata poco dopo sull’altro velivolo dal comandante Reid Wiseman e da Jeremy Hansen. Ad accoglierli e a congratularsi personalmente con loro c’era l’amministratore della NASA Jared Isaacman. Sorridenti ma visibilmente provati dal riadattamento alla gravità terrestre, i 4 hanno mosso passi incerti sul ponte per raggiungere l’infermeria di bordo ed essere sottoposti ai controlli medici approfonditi.

L’emozione per l’impresa compiuta ha dominato le dichiarazioni del post-missione. Isaacman, intervenuto durante la diretta della NASA, ha sottolineato la portata dell’evento: “Sono ancora senza parole. Il me bambino in questo momento non riesce a credere a quello che ha appena visto. Questo è l’inizio, torneremo a farlo con frequenza, inviando missioni verso la Luna fino a sbarcarvi nel 2028 e iniziare a costruire la nostra base“.