Dopo aver scritto una nuova pagina della storia spaziale raggiungendo la distanza record di 406.771 km dal nostro pianeta, i 4 astronauti della missione Artemis II si preparano ora alla fase più critica del loro viaggio di 10 giorni: il rientro nell’atmosfera terrestre. Questa manovra estrema culminerà con l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico, al largo della California, previsto per le 02:07 ora italiana dell’11 aprile. Nonostante il successo della spedizione lunare, l’equipaggio deve affrontare un’ultima prova di resistenza fisica e tecnologica, sfidando velocità ipersoniche e temperature che superano ogni immaginazione. Il veicolo spaziale Orion entrerà in contatto con i gas atmosferici a oltre 40mila km/h, trasformando l’energia cinetica accumulata in un calore infernale che metterà a dura prova lo scudo termico e i sistemi di bordo. È il momento del silenzio radio, della tensione nei centri di controllo e della speranza che ogni calcolo ingegneristico si riveli esatto per riportare a casa questi pionieri sani e salvi.
Frenare a 40mila km/h
Al momento del contatto con l’atmosfera, la capsula Orion viaggerà a circa 11 km/s, una velocità quaranta volte superiore a quella di un aereo di linea. Per comprendere l’entità della sfida, basti pensare che il veicolo possiede quasi 2mila volte l’energia cinetica per kg di un jet commerciale. Per atterrare in sicurezza e permettere il dispiegamento dei paracadute, questa energia deve essere ridotta quasi a zero. A differenza degli aerei, progettati per essere aerodinamici e ridurre l’attrito, Orion è studiata per fare l’esatto opposto: agisce come un enorme freno, massimizzando la resistenza contro l’aria rarefatta degli strati superiori dell’atmosfera. Se una sonda robotica può permettersi una decelerazione brutale, gli esseri umani hanno limiti biologici precisi. Per evitare che i piloti perdano conoscenza a causa di forze G eccessive, la capsula utilizza una tecnica di “portanza” che allunga la traiettoria di rientro, rendendola più dolce e gestibile per il corpo umano.
Un muro di fuoco e silenzio radio
L’impatto della capsula con l’aria a una velocità 30 volte superiore a quella del suono genera un’onda d’urto spaventosa. La temperatura dell’aria circostante può salire oltre i 10.000°C, circa il doppio della temperatura superficiale del Sole. In queste condizioni estreme, il gas si trasforma in plasma elettricamente carico, creando uno scudo naturale che blocca temporaneamente le comunicazioni radio, lasciando l’equipaggio in un isolamento totale durante i minuti più difficili della discesa.
La sicurezza degli astronauti dipende interamente dal sistema di protezione termica. Lo scudo di Orion è progettato per diventare incandescente e degradarsi in modo controllato, un processo che irradia il calore verso l’esterno invece di trasmetterlo all’interno. Grazie a questa ingegneria di precisione, mentre l’aria esterna ribolle a temperature stellari, la superficie dello scudo si mantiene intorno ai 3.000°C, proteggendo l’abitacolo.
Lo scudo AVCOAT e la lezione di Artemis I
Il materiale scelto per questa protezione è l’AVCOAT, un composto ablativo a base di fibra di carbonio e resina fenolica. Si tratta di una tecnologia collaudata, erede diretta dei materiali che proteggevano le missioni Apollo negli anni ’60 e ’70. Tuttavia, il rientro di Artemis II non è privo di incognite: durante il test senza equipaggio di Artemis I, lo scudo termico ha subito un’erosione superiore al previsto, perdendo piccoli frammenti in modo insolito.
Gli ingegneri della NASA hanno analizzato il problema per mesi, concludendo che il distacco dei materiali fosse dovuto a un accumulo di pressione interna durante la manovra di “skip“, una sorta di rimbalzo sull’atmosfera utilizzato per raffreddare il veicolo. Per la missione attuale, la traiettoria è stata leggermente modificata per ridurre questo stress, mantenendo i vantaggi della portanza ma limitando i rischi per l’integrità dello scudo. La riuscita di questo aggiustamento sarà l’ultimo, decisivo verdetto prima del recupero in mare.



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