Petrolio, equilibrio spezzato: offerta in crisi e prezzi pronti a salire secondo JP Morgan

La chiusura dello Stretto di Hormuz mette sotto pressione l’offerta globale e svuota le scorte: "non esiste un sostituto efficace"

Il mercato energetico globale si trova di fronte a uno shock senza precedenti. Secondo JP Morgan, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha improvvisamente compromesso uno degli snodi più cruciali per il mercato petrolifero, interrompendo circa il 20% dei flussi mondiali di greggio. Solo nel mese di aprile, questa situazione ha sottratto 13,7 milioni di barili al giorno all’offerta globale, creando uno squilibrio che, come sottolinea una nota di ricerca citata dal Drop Site, non trova soluzioni rapide. Il punto più critico evidenziato dagli analisti riguarda l’assenza di alternative immediate. “Il mercato non ha un modo efficace per sostituirlo”, si legge nella nota, fotografando una realtà in cui i tradizionali meccanismi di compensazione non sono più operativi.

Capacità di riserva azzerata: il cuscinetto non esiste più

In condizioni normali, paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti rappresentano una sorta di assicurazione contro gli shock dell’offerta grazie alla loro capacità produttiva di riserva. Questo “cuscinetto” ha storicamente garantito stabilità nei momenti di tensione. Tuttavia, la situazione attuale ha di fatto annullato questa protezione. La ricerca evidenzia come “quel cuscinetto è stato di fatto eliminato, rimuovendo la prima linea di difesa del sistema”. Senza questa rete di sicurezza, il sistema petrolifero globale si trova esposto e vulnerabile, costretto a fare affidamento su strumenti meno sostenibili nel breve periodo.

Scorte globali sotto pressione e domanda in caduta

Con la capacità di riserva fuori gioco, i mercati hanno iniziato a consumare rapidamente le scorte globali, che stanno diminuendo a un ritmo di circa 7,1 milioni di barili al giorno ad aprile. Si tratta, secondo la nota citata, di un ritmo “straordinario” che non può essere mantenuto a lungo senza conseguenze significative.

Parallelamente, si sta verificando un fenomeno definito come “distruzione forzata della domanda”. La domanda non cala per scelta economica o rallentamento ciclico, ma perché l’offerta non riesce fisicamente a raggiungere gli utilizzatori finali. Questo squilibrio si riflette in modo diretto su diversi settori chiave dell’economia globale.

Industria e trasporti tra i settori più colpiti

Le conseguenze della crisi si stanno manifestando con particolare intensità nel comparto petrolchimico asiatico, dove numerosi impianti stanno chiudendo o riducendo drasticamente la produzione. Il collasso dei flussi di GPL, etano e nafta provenienti dal Golfo ha reso insostenibile la continuità operativa per molte aziende.

Anche il settore del trasporto aereo è duramente colpito. Il carburante per jet rappresenta circa l’11% della perdita totale di domanda, mentre molte rotte in Medio Oriente risultano ormai ferme. I margini delle compagnie aeree sono sotto forte pressione, aggravando ulteriormente una situazione già complessa.

Un deficit ancora irrisolto

Nonostante il calo della domanda e l’utilizzo delle riserve strategiche, il mercato continua a presentare un deficit significativo. Secondo JP Morgan, permane un divario di circa 2,3 milioni di barili al giorno senza una soluzione chiara all’orizzonte. L’unica fonte di offerta flessibile rimasta è rappresentata dallo shale statunitense, ma la sua capacità di risposta è limitata dai tempi tecnici. La banca sottolinea che servono 3-6 mesi per aumenti significativi della produzione e fino a 6-12 mesi per incrementi sostanziali, rendendo questa opzione inefficace per affrontare uno shock immediato.

Prezzi del petrolio: il mercato fisico segnala tensioni maggiori

Un altro segnale chiave della crisi arriva dall’andamento dei prezzi del petrolio. Nel mese di aprile si è registrata una divergenza significativa tra i futures del Brent, mediamente intorno ai 99,7 dollari al barile, e il prezzo fisico del “dated Brent”, salito fino a 121,6 dollari. Questa differenza indica chiaramente che la tensione sull’offerta reale è molto più elevata rispetto a quanto riflettano i mercati finanziari. In altre parole, il petrolio disponibile immediatamente è molto più scarso di quanto suggeriscano i contratti futures.

Prezzi destinati a salire ancora

La conclusione della nota è netta e preoccupante: i prezzi attuali, seppur elevati, non riflettono pienamente la gravità della situazione. “I prezzi sono alti, ma probabilmente non abbastanza alti da riflettere pienamente la carenza”. Per i lettori e per i mercati globali, questo significa una sola cosa: la crisi del mercato petrolifero potrebbe entrare in una fase ancora più acuta, con ripercussioni dirette su inflazione, crescita economica e stabilità geopolitica.