L’Italia si trova ad affrontare una vera e propria emergenza cronica legata al dissesto idrogeologico, un fenomeno di vasta portata che continua a minacciare costantemente intere comunità, infrastrutture nevralgiche e il delicato tessuto economico del Paese. La complessa conformazione geomorfologica della nostra penisola, naturalmente caratterizzata da rilievi scoscesi e versanti instabili, si scontra in questa epoca con l’intensificarsi degli eventi meteorologici estremi innescati dai repentini cambiamenti climatici. Le precipitazioni eccezionali e sempre più concentrate saturano rapidamente i terreni fragili, provocando improvvisi smottamenti e colate detritiche che alterano profondamente il paesaggio e mettono a grave repentaglio la sicurezza dei cittadini. Diventa indispensabile abbandonare definitivamente la logica del puro intervento in emergenza per abbracciare una solida cultura basata sulla pianificazione strutturale, sul monitoraggio sistematico e sulla corretta gestione del suolo per arginare la vulnerabilità territoriale.
I dati ISPRA: un bollettino di guerra
I numeri forniti dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) nei suoi più recenti rapporti sul dissesto idrogeologico restituiscono l’immagine di un Paese costantemente in bilico. Secondo i rilevamenti, il 94,5% dei Comuni italiani è esposto a rischi idrogeologici. La Penisola detiene il primato europeo per il numero di fenomeni censiti nell’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI): ne sono state cartografate oltre 680mila, e interessano una superficie di circa 25mila km quadrati, equivalente all’8,3% dell’intero territorio nazionale.
A rendere il quadro ancor più preoccupante è il fattore dell’esposizione umana: circa 1,28 milioni di italiani risiedono attualmente in aree classificate a pericolosità da frana elevata e molto elevata. Il consumo di suolo, l’urbanizzazione spinta e l’abbandono delle aree montane contribuiscono in maniera determinante ad amplificare gli effetti delle piogge. Circa il 28% delle frane censite in Italia presenta dinamiche estremamente rapide e potenzialmente distruttive, capaci di causare danni immensi in pochissimo tempo e di provocare la tragica perdita di vite umane.
Il rischio e la memoria: la lezione del Vajont
Il nostro Paese conserva ferite profonde legate all’instabilità dei propri versanti. L’Italia detiene infatti il drammatico primato della frana con il maggior numero di vittime in Europa, il disastro del Vajont del 9 ottobre 1963, una cicatrice indelebile nella storia nazionale che ricorda quanto possano essere catastrofiche le conseguenze quando l’alterazione antropica incontra la forza della natura.
Oggi, alla luce dei cambiamenti climatici, ambientali e sociali in atto, il rischio da frana è destinato ad aumentare. Le strategie di gestione dipendono dalla nostra capacità di prevedere questi fenomeni complessi e altamente variabili. Numero, area, volume, velocità e altre grandezze fisiche coprono svariati ordini di grandezza, rendendone estremamente difficile lo studio e la comprensione. Le previsioni più incerte riguardano ancora oggi il tempo esatto di occorrenza e la magnitudo degli eventi. Prevedere il rischio significa, in ultima analisi, anticipare gli impatti sugli elementi vulnerabili, mettendo in salvo prima di tutto la popolazione residente.
L’incontro all’Accademia Nazionale dei Lincei
Per fare il punto su queste urgenti problematiche, su ciò che sappiamo e su ciò che dovremmo ancora scoprire per difenderci efficacemente, si terrà oggi, 3 maggio 2026, un incontro di altissimo valore scientifico. Presso il Palazzo Corsini a Roma (Via della Lungara 10), l’Accademia Nazionale dei Lincei ospita la conferenza intitolata “Frane, frane, ancora frane. Cosa fare?“. L’evento, programmato per le ore 11 nella Sala delle Scienze Fisiche, si inserisce nel prestigioso ciclo delle Letture corsiniane e vedrà l’intervento del socio Fausto Guzzetti. La relazione affronterà la molteplicità dei fattori naturali e delle azioni antropiche che innescano i movimenti franosi, ponendo l’accento sulle strategie ottimali di gestione. La presentazione del professor Guzzetti si concluderà con considerazioni generali e interdisciplinari, integrando aspetti prettamente scientifici e tecnici con riflessioni fondamentali sull’economia e sulla comunicazione dei risultati della ricerca al pubblico e alle istituzioni.



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