I gas che emergono dalla Terra parlano chiaro: il destino dell’Africa sta per cambiare

I gas emessi dalle sorgenti termali della Kafue Rift confermano una profonda connessione diretta con il mantello terrestre. Un nuovo studio svela i primissimi segnali di una potenziale frammentazione dell'Africa subsahariana

Il continente africano potrebbe nascondere un enorme segreto geologico in grado di ridisegnare la mappa del mondo per come la conosciamo oggi. Sotto le pittoresche sorgenti geotermali della Kafue Rift, nello Zambia, gli scienziati hanno recentemente individuato indizi inequivocabili di una profonda e attiva spaccatura nella crosta terrestre. Questa imponente cicatrice sotterranea costituisce con molta probabilità la fase primordiale di un nuovo confine tettonico destinato a lacerare lentamente l’Africa subsahariana. La scoperta emerge da decenni di meticolosi studi sulla complessa topografia e sulle diffuse anomalie termiche della regione, gettando ora una luce completamente nuova sulle potenti dinamiche interne del nostro pianeta. L’indagine suggerisce la possibile e inesorabile nascita di un nuovo oceano, un processo titanico che richiede milioni di anni per completarsi, le cui fondamenta si stanno gettando proprio in questo momento storico sotto i piedi delle popolazioni locali.

Il respiro profondo della Terra svela il segreto

A catturare l’attenzione dei geologi sono state le insolite emissioni gassose provenienti dal sottosuolo zambiano. Il team di ricerca, guidato dal professor Mike Daly dell’Università di Oxford, ha analizzato a fondo questi fluidi per comprendere la reale estensione della frattura. “Le sorgenti termali lungo la Kafue Rift presentano firme isotopiche dell’elio che indicano una connessione diretta con il mantello terrestre, situato tra 40 e 160 km sotto la superficie“, ha spiegato Daly.

Questa risalita ininterrotta di fluidi magmatici verso la superficie dimostra chiaramente che il margine di faglia della Kafue Rift, e di conseguenza l’intera Zona di Rift dell’Africa Sud-Occidentale, è geologicamente vivo e attivo. Un rift è essenzialmente una colossale spaccatura nella crosta terrestre che provoca cedimenti strutturali e sollevamenti elastici del terreno: sebbene molte di queste fratture si estinguano prima di rompere definitivamente la litosfera, in questo caso i segnali puntano verso la formazione di un vero e proprio confine tra placche tettoniche.

africa kafue rift
Credit: Karolytė et al., doi: 10.3389/feart.2026.1799564

Un viaggio tra le sorgenti bollenti

La Kafue Rift fa parte di un vasto e impressionante sistema di fratture lungo circa 2.500 km, che si snoda dalla Tanzania fino alla Namibia, estendendosi potenzialmente fino a raggiungere la dorsale medio-atlantica. Per provare scientificamente che questa cicatrice fosse profonda abbastanza da penetrare l’intera crosta, gli studiosi hanno visitato 8 pozzi e sorgenti geotermiche in Zambia: 6 situate all’interno della zona di rift sospetta e 2 all’esterno.

Raccogliendo e analizzando in laboratorio i campioni di gas sprigionati dall’acqua ribollente, i ricercatori hanno cercato tracce di elio e anidride carbonica. I risultati sono stati schiaccianti: i gas prelevati all’interno della Kafue Rift contenevano un rapporto di isotopi di elio del tutto paragonabile a quello del Sistema di Rift dell’Africa Orientale, una faglia continentale antica e ampiamente documentata. Al contrario, le sorgenti esterne alla zona non mostravano alcuna traccia di fluidi derivanti dal mantello.

Il futuro geologico dell’Africa subsahariana

L’elio fornisce agli scienziati un chiaro segnale delle fasi iniziali di un rifting. Utilizzando il modello dell’Africa Orientale, i ricercatori prevedono che col passare del tempo le emissioni di anidride carbonica diventeranno sempre più dominanti parallelamente allo sviluppo di nuovi centri vulcanici. Sebbene la famosa Great Rift Valley del Kenya sia da tempo considerata la candidata ideale per la futura divisione del continente, il suo tasso di allargamento è estremamente lento. Come fa notare il professor Daly, l’Africa è circondata quasi ovunque da dorsali oceaniche che tendono a bloccare l’estensione tettonica, rendendo difficile la rottura definitiva.

Il Sistema di Rift dell’Africa Sud-Occidentale offre un’alternativa decisamente più realistica. Questa faglia possiede infatti caratteristiche ideali e debolezze strutturali intrinseche nella crosta terrestre che sono favorevolmente allineate rispetto alle dorsali oceaniche circostanti. Questa particolare geometria potrebbe offrire una “soglia di resistenza” molto più bassa per la rottura finale del continente. I risultati di questa prima indagine, pubblicati ieri sulla rivista Frontiers in Earth Science, si basano su un’area specifica di un sistema lungo migliaia di km. Ulteriori ed estese campagne di studio sono già in corso per svelare i prossimi capitoli di questo stravolgimento planetario.