Adesso anche Pregliasco delira sul cambiamento climatico: il catastrofismo meteorologico dei medici orfani dell’emergenza Covid

Le dichiarazioni del virologo Fabrizio Pregliasco sul rischio mortalità a Milano riaccendono il dibattito sulla medicalizzazione dei fenomeni atmosferici ciclici e sui limiti dei modelli predittivi

Le dichiarazioni pubbliche rilasciate oggi da Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva dell’Università degli Studi di Milano, hanno sollevato un acceso dibattito epistemologico all’interno della comunità scientifica indipendente e tra gli specialisti di fisica dell’atmosfera. Commentando una proiezione statistica pubblicata dalla rivista britannica The Economist, secondo cui un’ondata di calore estivo potrebbe teoricamente provocare circa 12 mila decessi in Europa in un ristretto arco temporale, Pregliasco ha affermato che a Milano si registrerebbe un incremento del rischio di mortalità pari al 170%. Questo approccio, volto a trasformare un picco termico stagionale in una vera e propria emergenza sanitaria permanente, impone una disamina critica e rigorosa, specialmente se analizzato sotto la lente dell’ortodossia meteorologica e della corretta prassi epidemiologica.

Lo sconfinamento disciplinare e la medicalizzazione del meteo

La prima incongruenza metodologica che balza all’occhio dell’osservatore scientifico riguarda la competenza accademica di chi formula tali diagnosi ambientali. Ci si trova di fronte a un fenomeno sociologico singolare, in cui figure professionali con un background strettamente medico, specializzate nel monitoraggio dei patogeni o nell’igiene clinica, si pronunciano con perentorietà su dinamiche macroclimatiche globali. La tendenza diffusa per cui qualunque esponente del mondo sanitario si senta autorizzato a decretare lo stato di salute del pianeta parlando apertamente di crisi climatica svilisce la complessità della climatologia, una disciplina fisica basata su equazioni fluidodinamiche e termodinamiche non riducibili a meri indici di mortalità teorica. La sovrapposizione mediatica tra l’epidemiologia e la scienza dell’atmosfera genera una pericolosa confusione concettuale, portando l’opinione pubblica a percepire la normale variabilità meteorologica come un’anomalia patologica intrinseca.

Dal totalitarismo sanitario della pandemia allo stato d’emergenza permanente

Il lessico utilizzato in questi giorni da Pregliasco rievoca in modo evidente i toni fortemente allarmistici e la retorica emergenziale che hanno caratterizzato la comunicazione istituzionale durante la pandemia di Covid-19. Guarda caso, le sue parole arrivano proprio nel giorno in cui l’OMS la spara grossa sui morti attribuiti al caldo in Europa. La richiesta di implementare un immediato Piano nazionale di adattamento sanitario, supportato da una sorveglianza epidemiologica in tempo reale, tradisce la volontà di traslare il modello di gestione centralizzato e restrittivo dell’emergenza virologica alla gestione dell’estate europea. Tuttavia, la meteorologia risponde a logiche completamente differenti rispetto a un’epidemia infettiva: il calore ambientale non è un virus contagioso che si propaga in modo geometrico tra la popolazione, ma una forzante fisica stagionale ben nota. Tentare di imporre una forma di governance medica sulla società sfruttando le oscillazioni del termometro appare come un artificio retorico volto a mantenere uno stato di ansia collettiva e di mobilitazione burocratica permanente, del tutto ingiustificato dal punto di vista dei dati oggettivi.

L’incongruità dei modelli matematici e i controsensi della statistica emotiva

L’analisi scientifica del discorso di Pregliasco rivela un profondo controsenso intrinseco, laddove egli stesso ammette che la cifra del 170% rappresenta esclusivamente una stima modellistica e non un conteggio reale dei decessi, per poi concludere immediatamente che ci troviamo di fronte a una crisi planetaria in atto. Questo modo di procedere evidenzia il limite strutturale dei moderni modelli epidemiologici, i quali tendono a confondere una correlazione statistica astratta con un nesso di causalità biologica. Un incremento percentuale così elevato, calcolato su frazioni di tempo ridottissime e basato su algoritmi predittivi flessibili, non possiede alcun valore diagnostico reale se non viene depurato dalle cause di morte naturali e dalle patologie pregresse dei soggetti fragili. Elevare una simulazione al computer a rango di prova scientifica inconfutabile costituisce una distorsione della corretta pratica di ricerca, finalizzata più a colpire l’emotività dei lettori che a descrivere la realtà clinica ed energetica del territorio.

La normalizzazione scientifica delle anomalie termiche europee

Per ristabilire un corretto rigore analitico, è opportuno ancora una volta ribadire qui su MeteoWeb come l’attuale ondata di caldo in Europa, seppur eccezionale per i picchi raggiunti in alcuni Paesi, si inserisce all’interno dei cicli naturali della circolazione atmosferica continentale. Le configurazioni bariche caratterizzate dalla risalita di promontori anticiclonici subtropicali verso le medie latitudini, sebbene intense ed esasperate da fattori locali come l’isola di calore urbana nelle metropoli cementificate, rientrano pienamente nella fenomenologia di un evento meteorologico ciclico estivo. La storia climatica del Vecchio Continente è costellata di estati roventi e inverni rigidi, e la pretesa di catalogare ogni picco termico superiore ai 38 gradi come un’evidenza apocalittica contrasta con l’evidenza storica dei dati storici d’archivio. Contrastare il catastrofismo climatico non significa negare la necessità di migliorare l’urbanistica o l’assistenza agli anziani, ma significa rifiutare la narrazione di una natura costantemente fuori controllo e di un’emergenza permanente, restituendo alla scienza della terra la sua dignità descrittiva e liberandola dalle strumentalizzazioni della politica sanitaria.