L’espansione dei data center dedicati all’intelligenza artificiale sta cambiando il volto energetico del pianeta a una velocità senza precedenti. Secondo l’International Energy Agency, la domanda di elettricità dei data center è cresciuta del 17% nel 2025, mentre quella dei soli impianti dedicati all’IA è aumentata del 50%. Le proiezioni indicano che i consumi legati a questi impianti raddoppieranno entro il 2030, arrivando a pesare per circa il 3% della domanda elettrica globale. Una domanda che pesa anche sul clima, in un’estate 2026 già segnata da temperature record in Francia e altrove in Europa. Di fronte a numeri di questa portata, le principali aziende tecnologiche del pianeta hanno iniziato a correre ai ripari con investimenti miliardari in energia pulita.
Il conto energetico dell’intelligenza artificiale
Il report Energy and AI pubblicato dalla IEA descrive uno scenario in cui la crescita dei consumi energetici legati ai data center non è più un’ipotesi ma un dato consolidato: nel 2025 l’elettricità assorbita da questi impianti ha raggiunto 485 terawattora a livello globale, con una traiettoria che porterebbe il dato a 950 terawattora entro il 2030. La crescita degli investimenti in infrastrutture digitali, che secondo la IEA ha superato i 400 miliardi di dollari nel 2025 per le sole cinque maggiori aziende tecnologiche, si accompagna a un impatto diretto sui territori che le ospitano.
Lo abbiamo raccontato anche parlando dell’inchiesta del Washington Post sulla Virginia, dove oltre diecimila generatori diesel di emergenza installati accanto ai data center hanno sollevato un acceso dibattito su inquinamento atmosferico e salute pubblica.
Il legame con il clima, però, non si esaurisce nel bilancio elettrico. Un’analisi dell’Arizona State University condotta a Phoenix ha misurato che il calore di scarto di un singolo data center può superare quello emesso da 40.000 abitazioni, alzando la temperatura dell’aria nei quartieri sottovento fino a 2,2°C. Un effetto isola di calore che, secondo l’Università di Cambridge (dati citati dalla CNN), riguarda già oltre 340 milioni di persone nel mondo, spesso nelle aree suburbane dove sorgono queste infrastrutture. Il fenomeno rischia di autoalimentarsi: le ondate di calore sempre più frequenti spingono i data center a raffreddare con maggiore intensità, aumentando consumi ed emissioni che a loro volta alimentano il riscaldamento globale.
Le contromisure delle big tech: nucleare, rinnovabili e raffreddamento efficiente
Per rispondere a una domanda energetica di queste proporzioni, i colossi del settore hanno intrapreso strade diverse ma convergenti. Microsoft ha firmato un accordo da 16 miliardi di dollari per riavviare il reattore di Three Mile Island, assicurandosi 835 megawatt di energia nucleare, mentre Google punta su piccoli reattori modulari con Kairos Power (500 megawatt) e su un’efficienza energetica dei propri data center già scesa nel 2025 a un PUE di 1,09, tra i più bassi del settore. Amazon, il maggiore acquirente aziendale di energia rinnovabile al mondo con 20 gigawatt contrattualizzati, ha investito 700 milioni di dollari in X-energy per nuovi reattori modulari, mentre Meta ha siglato accordi per complessivi 6,6 gigawatt tra nucleare e rinnovabili.
Anche il comparto del gioco online conosce bene il peso energetico dei server, con piattaforme di scommesse, casinò digitali e sale da gioco live operative ventiquattr’ore su ventiquattro. Alcuni tra i principali gruppi internazionali del settore, come Entain e Flutter Entertainment, hanno già fissato obiettivi di azzeramento delle emissioni entro il 2035: Flutter dichiara di aver raggiunto la copertura totale da energie rinnovabili per i propri impianti già nel 2023, un traguardo validato dalla Science Based Targets initiative. “Il panorama del gambling online europeo è molto ricco, ma un aspetto distingue l’Italia: la sua rigorosa regolamentazione“, osserva Claudio Poggi, redattore ed esperto di casinò online, una serietà che si estende sempre più spesso anche alla gestione ambientale delle infrastrutture. I top casinò online che trovi comparati su iGaming.com, stanno da par loro affrontando la questione in maniera concreta: diversi operatori hanno abbandonato i server proprietari a favore di infrastrutture cloud di terze parti come quella di Amazon Web Services, che dichiara un’efficienza energetica fino a 3,6 volte superiore alla media dei data center aziendali statunitensi e un’impronta di carbonio inferiore dell’88%.
Le nuove regole per la trasparenza energetica dei data center
Le istituzioni europee si stanno muovendo nella stessa direzione. L’articolo 12 della direttiva sull’efficienza energetica dell’Unione Europea impone a tutti i data center con una potenza installata di almeno 500 kilowatt di comunicare ogni anno i propri consumi attraverso l’European Database on Data Centres, la banca dati istituita con il regolamento delegato (UE) 2024/1364 e articolata in 24 indicatori tra consumi energetici, capacità IT e traffico dati: un primo passo per capire quanto pesano davvero i server sulle emissioni nazionali e sugli obiettivi climatici fissati dall’Unione Europea per il 2030. La prima scadenza di rendicontazione, fissata al 15 settembre 2024, si ripete ora ogni anno entro il 15 maggio, e alcuni Stati membri hanno scelto di abbassare ulteriormente la soglia: la Germania la applica già a 300 kilowatt, la Francia a 100. Una richiesta di trasparenza che, secondo gli analisti del settore, potrebbe presto trasformarsi in un vero e proprio sistema di rating energetico per i data center, sul modello di quanto già avviene per gli elettrodomestici o gli edifici residenziali. Le prossime revisioni della normativa, attese entro il 2027, dovrebbero introdurre soglie minime di efficienza obbligatorie anche per gli impianti di raffreddamento, un’evoluzione che imporrebbe agli operatori del cloud e dell’IA di dimostrare con dati alla mano, e non solo con comunicati stampa, i progressi compiuti nella riduzione dell’impatto climatico dei propri server.


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