Coronavirus, in Italia almeno 500.000 contagi ma letalità dell’1.14%: un’analisi per comprendere la reale diffusione dell’epidemia

Mentre la pandemia di coronavirus dilaga in tutto il mondo si cerca di comprendere la causa dell'elevato numero di morti in Italia e il reale livello di letalità del Covid-19

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Mentre la pandemia di coronavirus dilaga in tutto il mondo si cerca di comprendere la causa dell’elevato numero di morti in Italia e il reale livello di letalità del Covid-19. L‘Istituto per gli Studi di Politica Internazione IPSI ha stilato un’analisi a opera di Matteo Villa che merita di essere divulgata.

Il 24 marzo 2020 in Cina il tasso di letalità risultava al 4%,in Italia esso sfiorava il 10% e la Germania si manteneva persino in uno 0.5%. Molti hanno cercato di giustificare tali valori tenendo in considerazione le differenze relative al sistema sanitario, alla mutazione genetica del virus, alle differenze di temperatura e umidità tra le regioni del mondo.

Letalità e mortalità

Per comprendere la questione bisogna in primis distinguere il concetto di letalità da quello di mortalità. La letalità di Covid-19 indica quante persone muoiono sul totale delle persone positive, mentre la mortalità di Covid-19 indica il numero di persone che muoiono sul totale della popolazione.

Tasso di letalità apparente e plausibile

Altro aspetto che va chiarito è la distinzione tra tasso di letalità apparente (case fatality rate, CFR) e tasso di letalità plausibile (infection fatality rate, IFR), come spiegano gli esperti IPSI.

Quando un’epidemia è in corso è possibile conoscerne la diffusione solo attraverso dei test di laboratorio, tuttavia, come ben sappiamo, non sempre (per la verità quasi mai) è possibile sottoporre al test l’intera popolazione, specie quando l’epidemia dilaga. Innanzitutto perché essa, come sta accadendo per il nuovo coronavirus, genera un aumento (soprattutto nella prima fase) quasi esponenziale dei casi pertanto “può risultare impossibile sottoporre a tampone persino il sottoinsieme di persone sintomatiche e che vorrebbero fare il test: si procede dunque per gravità, limitando i test ai casi via via più critici.

Inoltre molte delle persone contagiate potrebbe essere asintomatiche, in questo caso “non chiedono di sottoporsi a test perché non si accorgono di essere malati o non ipotizzano di aver contratto proprio COVID-19.” 

Si è vero, si potrebbero effettuare tamponi di massa, ma quello rientra in un piano strategico differente del quale ci occuperemo in separata sede. 

Pertanto, come è facilmente intuibile, il calcolo della letalità apparente (CFR) si basa sui dati certi che si conoscono, quindi si ottiene dividendo il numero di morti confermate per il numero di casi confermati. Quello della letalità plausibile (IFR) tenta di stimare anche le dimensioni della “base”, ovvero il numero di contagiati totale non solo quelli accertati dai test, per poi dividere il numero delle morti confermate per tale valore.

Il calcolo del CFR è immediato e semplice, tuttavia conoscere l’IFR è fondamentale, pur essendo molto complicato, al fine di avere un’idea realista di quante persone, tra tutte quelle contagiate (asintomatici compresi) perdono la vita a causa del Covid-19.

La letalità apparente non basta a comprendere l’andamento dell’epidemia

E’ proprio l’Italia, con i suoi numeri, a dimostrare come la letalità apparente non possa essere utilizzata per comprendere l’andamento dell’epidemia. 

Fig. 3- Dati- elaborazioni ISPI su dati Protezione Civile.

“Nei primi giorni dell’epidemia la letalità italiana si attestava intorno al 3%, – spiegano gli esperti IPSI – e tra il 25 febbraio e il 1° marzo era persino gradualmente scesa fino al 2%. Da quel giorno in avanti, al contrario, la letalità ha invertito la rotta e ha cominciato ad aumentare, gradualmente e linearmente, fino a raggiungere il 9,9% il 24 marzo.”

Da cosa dipende questo cambiamento? In primis “dal cambio di politica sui tamponi, che è stato richiesto dal Governo alle Regioni Italiane al fine di adeguarsi alle raccomandazioni dell’OMS”.

Inizialmente infatti le Regioni avevano effettuato un considerevole numero di tamponi, riscontrando anche molte persone infette ma asintomatiche o paucisintomatiche. Ne è un esempio simbolo il caso della regione Veneto.

Fig. 5- Dati- elaborazioni ISPI su dati Protezione Civile.

Dal 28 Febbraio le Regioni si sono adeguate alle richieste del Governo (il quale evidenziava la necessità di non sottoporre a un carico di lavoro eccessivo i 31 laboratori autorizzati ad analizzare i risultati dei tamponi in una fase di crescita esponenziale dei contagi). In conseguenza a ciò si è manifestato il valore di letalità apparente che tutt’oggi conosciamo: notevolmente maggiore rispetto a quello degli altri Paesi. Non solo, risulta molto interessante osservare i tassi di letalità regionali: si evidenzia un massimo dato dal 13.6% in Lombardia a un minimo dell’1.1% in Basilicata.

Fig. 6- Dati- elaborazioni ISPI su dati Protezione Civile.

Analizzando poi il rapporto casi positivi totali su campioni effettuati e mettendo in grafico tale valore in relazione al tasso di letalità apparente si evince come quest’ultimo dipende dalle politiche di test delle singole Regioni. Le Regioni che hanno infatti limitato i tamponi ai soli asintomatici, hanno riscontrato una maggiore percentuale di casi positivi, chi invece ha allargato i tamponi anche ai “potenzialmente positivi” o ai “contatti dei positivi”, ha individuato anche molte persone affette da Covid-19 che tuttavia erano totalmente asintomatiche o paucisintomatiche. Va da sé che la percentuale dei casi positivi è notevolmente inferiore.

Il Veneto rappresenta, in termini di tamponi, un esempio virtuoso: ha effettuato molti più test ed è riuscito a bloccare l’iniziale focolaio di Vo’ Euganeo dimostrando che ben il 50%-70% della popolazione positiva era asintomatica.  Dal grafico emerge dunque una netta correlazione tra tra le politiche di test e la letalità apparente: facendo meno tamponi ci si focalizza sopratutto sui casi gravi e quindi la letalità sarà maggiore.

Qual è il vero numero di contagiati in Italia? Quale la letalità plausibile?

Uno studio di Verity et al. (2020) spiega che la letalità plausibile per persone positive a COVID-19 in Cina è circa dello 0,66% (con un intervallo di confidenza del 95% compreso tra 0,38% e 1,33%). Un dato estremamente diverso rispetto al 4% di letalità apparente.

Partendo da questo modello matematico Ferguson et al. (2020) stimano per il Regno Unito una letalità plausibile dello 0,9% (intervallo di confidenza: 0,4% – 1,4%), perché la popolazione britannica tende a essere più anziana e quindi maggiormente a rischio in caso di infezione.

Gli studiosi IPSI hanno dunque replicato l’analisi adattandola al caso italiano. L’Italia ha una distribuzione della popolazione per classi di età ancora più spostata verso gli anziani, pertanto si attende un valore di letalità plausibile leggermente superiore rispetto a quello britannico. “Riportando la letalità plausibile stimata per COVID-19 alle varie classi d’età, stimiamo che la letalità plausibile della malattia in Italia si aggiri intorno all’1,14% (intervallo di confidenza del 95%: 0,51% – 1,78%).”

Fig. 9- Dati- stime ISPI su dati Protezione Civile.

Questo ci porta anche all’ultima parte del ragionamento: se il tasso di letalità apparente non ci dice praticamente nulla di quanto sia realmente mortale una malattia e non permette comparazioni tra paesi, il confronto tra letalità apparente e letalità plausibile ci permette di stimare quante siano le persone realmente contagiate dal virus in Italia. È sufficiente dividere la letalità apparente per quella plausibile, ottenendo un moltiplicatore da applicare ai casi ufficiali. Alla cifra così ottenuta sarà poi necessario sottrarre il numero delle persone plausibilmente guarite, che stimiamo utilizzando la percentuale dei guariti tra i casi ufficiali.

Stimiamo in questo modo che la popolazione di casi attivi (contagiosi) plausibili sia a oggi quasi dieci volte più alta dei casi ufficiali, nell’ordine delle 530.000 unità contro i 54.030 casi ufficiali al 24 marzo 2020 . L’incertezza attorno a questa stima è piuttosto ampia: si va da un minimo di 350.000 casi a un massimo di 1,2 milioni di persone contagiose attualmente in Italia.”

Conclusione e osservazioni generali

L’analisi permette di fare chiarezza su più fronti. Innanzitutto “in Italia non sembra essere presente un ceppo molto più letale di coronavirus rispetto al resto del mondo.” In base a cosa varia dunque la letalità del Covid-19? Soprattutto in base a età e diffusione della popolazione. In secondo luogo dal confronto tra letalità apparente e letalità plausibile “è possibile stimare il numero delle persone contagiate e, allo stesso tempo, osservare in maniera più corretta l’andamento dell’epidemia.”

Questo tuttavia dimostra che “abbiamo perso contatto con la diffusione del virus nella popolazione generale”.  E’ pertanto complesso studiare la distribuzione dei contagiati e risuolano necessarie, al momento, le misure di lockdown atte a arginare l’epidemia. In seguito sarà però necessario effettuare quanti più tamponi possibili, al fine di invidiare le persone ancora potenzialmente contagiose, indipendentemente dalla loro sintomaticità.

Un aspetto negativo che tuttavia è opportuno considerare riguarda il trend dei decessi che si mantiene uguale. Visti i numeri, ipotizzando anche solo 1.2 milioni di contagiati in Italia, è chiaro che si è ben lontani dalla cosiddetta “immunità di gregge”: in attesa di una cura e del vaccino bisognerà quindi individuare una seria strategia di sinergia tra scienza, economia e politica, al fine di tutelare la salute dei cittadini, senza sacrificarne il resto.