Sono passati 48 anni da quando un articolo pubblicato sul giornale americano Newsweek annunciava l’imminente arrivo di un’era glaciale sulla Terra, che avrebbe portato il rischio di carestie nel mondo. Era il 28 aprile 1975 e si può facilmente capire come, già allora, l’allarmismo sul cambiamento climatico iniziasse a prendere piede. “Il punto centrale è che dopo tre quarti di secolo di condizioni straordinariamente miti, il clima della Terra sembra raffreddarsi”, si leggeva nell’articolo, con i meteorologi che erano “quasi unanimi nell’opinione che la tendenza ridurrà la produzione agricola per il resto del secolo”, con il rischio di “carestie catastrofiche” e “aggiustamenti sociali ed economici”. Il calo della produzione alimentare era previsto in circa 10 anni.
Ora che ne sono passati quasi 50 di anni, possiamo ragionevolmente dire che si trattava di altre previsioni catastrofiste sull’andamento del clima della Terra. Solo che, mentre allora si lanciava l’allarme sull’arrivo di un’era glaciale, oggi gli allarmi sono completamente gli opposti: “la Terra ha la febbre, stiamo per arrostire tutti”.
Quello che accomuna le due “epoche”, tuttavia, è il tentativo di forzare l’azione politica per contrastare i cambiamenti del clima. Proprio come oggi, anche nel 1975 si parlava di “pessimismo” sul fatto che “i leader politici intraprenderanno qualsiasi azione positiva per compensare i cambiamenti climatici o almeno alleviare i loro effetti”. “Più i responsabili tarderanno, più difficile sarà affrontare i cambiamenti climatici una volta che i risultati diventeranno una triste realtà”.
Beh, quella “triste realtà” non si è mai verificata, così come non si è verificata la desertificazione della Sicilia annunciata ormai da 30 anni o la scomparsa di Venezia sott’acqua.







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