Proseguendo il nostro percorso di ricostruzione storica sulla frana dell’altopiano di Niscemi, entriamo oggi nel vivo della documentazione più preziosa e dettagliata di cui disponiamo. La storia geologica di Niscemi, infatti, non è fatta di eventi isolati, ma di una sequenza ininterrotta di mutamenti che, dal XVIII secolo ai giorni nostri, hanno visto protagonista lo stesso identico versante. Quando Saverio Landolina Nava, Naturalista e Regio Custode delle Antichità della Val di Noto, giunse sul luogo nel marzo del 1790, non si trovò di fronte a una novità assoluta, ma all’ennesima manifestazione di un territorio intrinsecamente mobile. La sua relazione non è solo un resoconto tecnico, ma la fotografia di un momento in cui l’osservazione empirica cominciava a lottare con le teorie speculative dell’epoca sulla genesi dei fenomeni tellurici.
Leggendo tra le righe del suo volume, “Relazione del casma accaduto in marzo 1790 presso a S. Maria di Niscemi nel Val di Noto in Sicilia“, emerge con chiarezza come la zona del Santuario e della valle sottostante fosse già allora segnata da “antiche rovine” della terra, specchio fedele di ciò che avremmo poi rivisto nel 1997 e nelle cronache attuali.
Dell’antichità e della ricorrenza dei fenomeni nella Valle del Benefizio
Uno degli aspetti più moderni e sorprendenti dell’indagine di Landolina riguarda la sua capacità di leggere il paesaggio non come un’entità statica, ma come un libro aperto sulla storia passata. Prima ancora di descrivere il cataclisma del 1790, il naturalista si sofferma sulla Valle del Benefizio, situata a sud dell’abitato. Egli nota chiaramente che il terreno circostante non era nuovo a simili sconvolgimenti. Landolina scrive di colline dalle forme irregolari, di ammassi di terra disposti in modo caotico e di fenditure preesistenti che avevano già modellato l’orografia della zona negli anni e nei decenni precedenti. Questa osservazione è fondamentale: Landolina intuisce che la maxi frana del 1790 non è un fulmine a ciel sereno, ma il proseguimento di un’attività geomorfologica costante. La Valle del Benefizio era già, per sua natura, un teatro di scivolamenti, il che conferma come i tragici eventi del 1997 e i dissesti di questi giorni avvengano esattamente lungo le medesime linee di debolezza che il Regio Custode aveva già identificato oltre due secoli fa.
Descrizione fisica del sito e natura delle terre niscemesi
Landolina procede con una descrizione minuziosa della costituzione del suolo, elemento chiave per comprendere la dinamica del movimento. Egli identifica la sovrapposizione di strati di diversa natura: una coltre superficiale di sabbie calcaree e pietrisco che poggia su un immenso e profondo banco di argilla “tenacissima e grassa“. Il naturalista comprende che l’acqua, penetrando attraverso le sabbie durante le copiose piogge di quell’inverno, era arrivata a lubrificare il piano argilloso, trasformandolo in una sorta di immenso scivolo. Esattamente come accaduto nell’autunno del 1997 e nei giorni scorsi, quest’anno. Il volume si sofferma sulla disposizione di queste terre, spiegando come la pendenza naturale verso la piana di Gela favorisse il distacco di enormi porzioni di territorio. È proprio in questa sezione che si nota la continuità con il presente: i punti di rottura descritti da Landolina coincidono quasi millimetricamente con i punti critici monitorati oggi, dimostrando che la struttura stessa del colle di Niscemi condanna quel versante a una ciclica instabilità di natura geologica.
Il manifestarsi del Casma e la rivoluzione del suolo nel marzo 1790
Il racconto entra nel vivo quando Landolina descrive la formazione del “Casma”, la spaventosa voragine che si aprì improvvisamente. Non fu un crollo verticale, ma una separazione netta: la terra si spaccò, lasciando un abisso che il naturalista misura con estrema precisione in migliaia di palmi di lunghezza e decine di piedi di profondità. Egli narra di come la massa di terra si sia mossa “in un sol pezzo per lungo tratto“, portando con sé vigne, alberi e strade senza distruggerli immediatamente, ma traslandoli verso il basso. Questa descrizione della “terra che naviga” è quasi identica alle testimonianze raccolte durante la frana del 1997 e alle immagini che vediamo oggi nel territorio di Niscemi. Il testo descrive lo stupore nel vedere che il fondo della valle si era innalzato mentre il fianco della collina era sprofondato, creando un paesaggio completamente nuovo e irriconoscibile per gli stessi contadini che lo abitavano.
Teorie settecentesche sui venti sotterranei e la genesi del terremoto
Un elemento di grande fascino storico, che permea tutta la relazione, è il tentativo di Landolina di spiegare le cause profonde del fenomeno utilizzando le conoscenze scientifiche del suo tempo. Sebbene le sue osservazioni sul ruolo dell’acqua siano corrette, egli non può esimersi dal citare le teorie allora dominanti sulla genesi dei terremoti e dei movimenti del suolo. In quel periodo, si credeva fermamente nell’esistenza di “esalazioni” e “venti sotterranei” che, rimanendo compressi nelle cavità della terra, cercavano una via d’uscita provocando scosse e spaccature. Landolina parla di “arie infiammate” e di “spiriti bituminosi” che avrebbero contribuito a gonfiare il terreno prima del distacco. Sebbene oggi sappiamo che queste teorie siano prive di fondamento scientifico, esse influenzarono la sua percezione di certi fenomeni, come i rumori cupi uditi dalla popolazione, che egli interpretò come il lamento dell’aria imprigionata che forzava le pareti delle caverne ipogee.
Osservazione dei vapori e dei fenomeni di calore locale
Legata alle teorie sopra citate è l’analisi dei fumi e del calore che molti testimoni giurarono di aver visto uscire dalle fessure. Landolina, con il suo spirito da naturalista, indaga queste “boffete” (piccole esplosioni di fango e gas). Egli riferisce che in alcuni punti il terreno era sensibilmente caldo al tatto e che dalle fenditure uscivano vapori densi. Se da un lato egli respinge l’ipotesi di un vero vulcano, dall’altro attribuisce questi fenomeni alla fermentazione di sostanze organiche e alla frizione violenta delle masse argillose, ma sempre sotto l’influenza dell’idea che i “vapori sotterranei” giocassero un ruolo attivo. È interessante notare come il calore, che oggi spiegheremmo semplicemente con l’energia cinetica trasformata in termica per via dell’immenso attrito di milioni di tonnellate di terra, venisse allora visto come la prova di una attività chimico-fisica interna quasi magica.
Impatto sulle strutture religiose e sulle abitazioni civili
Il volume dedica ampio spazio ai danni subiti dal Santuario di S. Maria di Niscemi e dalle fabbriche vicine. Landolina osserva come le mura del convento fossero state letteralmente “tirate” dal movimento del suolo, riportando lesioni che seguivano l’andamento della frana. Egli descrive con angoscia lo stato delle celle dei monaci e la minaccia costante che incombeva sugli edifici sacri, situati proprio sul ciglio dell’abisso. Anche in questo caso, la cronaca del 1790 parla al presente: la vulnerabilità del Santuario e del patrimonio architettonico di Niscemi è un tema che attraversa i secoli. Il naturalista nota come le strutture più pesanti fossero state le prime a cedere, mentre le capanne più leggere avevano “galleggiato” meglio sullo smottamento, offrendo una prima, rudimentale lezione di ingegneria antisismica e geotecnica.
Conclusioni di Landolina e riflessioni sulla perennità del rischio
In conclusione alla sua lunga relazione, Saverio Landolina Nava riflette sulla necessità di non dimenticare l’accaduto. Egli ammonisce che la natura, una volta mostrata la sua forza in un punto, tende a ripetersi. Il volume si chiude con una visione che lega il passato al futuro: Landolina intuisce che le ferite della Valle del Benefizio non si rimargineranno mai del tutto. La sua opera rimane un pilastro perché, pur condizionata dalle teorie settecentesche sui venti sotterranei, documenta con onestà intellettuale la realtà di un territorio che, dal 1790 al 1997 fino ad oggi, continua a scivolare inesorabilmente verso la valle, portando con sé la storia e le speranze di una comunità intera. La lezione di Landolina è chiara: Niscemi deve convivere con la sua terra mobile, consapevole che ogni nuova fenditura non è che la continuazione di quel “Casma” che lui stesso misurò con tanta dedizione oltre due secoli fa. Questo documento storico smonta ogni legame tra la frana di questi giorni e il cambiamento climatico: un’assurdità smentita dalla scienza. A tal proposito, giova ricordare come gli stessi catastrofisti del clima che oggi urlano all’apocalisse legando una frana geologica alle emissioni di CO₂, fino a pochi mesi fa strillavano dell’imminente desertificazione della Sicilia speculando su un altrettanto ciclico e naturale episodio di siccità, da oltre un anno ampiamente concluso e adesso compensato da una lunga fase di piogge abbondanti. Anche stavolta, quindi, Madre Natura smonta le profezie catastrofiste basate sull’ideologia.
