Frana Niscemi, nuove rivelazioni e documenti sull’evento del 1790: la storia conferma che non bisognava costruire lì (e che il clima non c’entra affatto)

Frana Niscemi, oltre la cronaca del disastro: riscoperta del "Casma" e delle testimonianze settecentesche che confermano l’ineluttabilità geologica del territorio niscemese e smontano ogni ricostruzione speculativa sul cambiamento climatico come causa dell'evento di questi giorni

Mentre la cronaca odierna si interroga sulle cause della nuova, imponente frana che sta martoriando Niscemi in questo gennaio 2026, la storia offre una prospettiva che smonta ogni pretesa di eccezionalità contemporanea. Come su MeteoWeb abbiamo già ampiamente documentato, quell’altopiano sta scivolando da secoli ed è un processo geologico naturale che non c’entra nulla con il cambiamento climatico. Oltre al precedente del 12 ottobre 1997, infatti, c’è un altro episodio ancor più drammatico che risale addirittura al 19 marzo 1790, un giorno di 236 anni fa quando la comunità di Niscemi non si limitò a osservare uno smottamento, ma fu testimone di un evento geologico di proporzioni quasi mitologiche.

In un’epoca in cui la geologia muoveva i suoi primi passi moderni, il territorio niscemese decise di riscrivere la propria morfologia in soli otto giorni di sussulti ininterrotti. Quello che gli antichi chiamarono il “Casma“, ovvero un baratro improvviso e profondo, non fu un semplice scivolamento di fango, ma una vera e propria rivoluzione del suolo che trasformò valli in colline e terreni pianeggianti in voragini spaventose.

Saverio Landolina Nava e la nascita della geologia d’urgenza

Il merito di aver sottratto questo evento all’oblio della superstizione spetta a Saverio Landolina Nava, naturalista e regio custode delle antichità della Val di Noto. La sua spedizione a Niscemi, avvenuta pochi giorni dopo l’inizio del fenomeno, rappresenta uno dei primi esempi di reportage scientifico sul campo. Landolina non si lasciò suggestionare dal panico collettivo, ma descrisse con precisione chirurgica le “fenditure smisurate” e il movimento di masse terrose che sembravano dotate di vita propria. La sua relazione, pubblicata anni dopo a Napoli e ad Amburgo, svelò al mondo accademico europeo che Niscemi non era vittima di una maledizione divina, ma di una struttura geologica complessa, dove l’interazione tra sabbie superficiali e argille profonde creava una miscela esplosiva pronta a cedere sotto il peso della propria stessa instabilità.

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Tra esalazioni sulfuree e coni di fango eruttanti

Le testimonianze oculari raccolte nel 1790 aggiungono dettagli che oggi definiremmo inquietanti e che allora fecero gridare all’apocalisse. I residenti descrissero la fuoriuscita di vapori caldi e maleodoranti dalle viscere della terra, accompagnati da boati che ricordavano il fragore di un’artiglieria sotterranea. La particolarità più sconvolgente fu l’apparizione di formazioni simili a piccoli vulcani di fango, che espellevano poltiglia argillosa a intermittenza. Questo fenomeno, tecnicamente riconducibile alla pressione dei gas e delle acque interstiziali che fluidificano il substrato argilloso, convinse il clero e la popolazione che il mondo stesse letteralmente per inabissarsi. Le cronache raccontano di preghiere collettive e confessioni pubbliche avvenute all’aperto, mentre i contadini osservavano impotenti i propri uliveti spostarsi di centinaia di metri, scivolando verso valle in una danza lenta ma inarrestabile.

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La ciclicità del tempo e la fallacia del catastrofismo moderno

Leggendo i reperti storici del 1790, emerge una verità che oggi, nel 2026, appare più chiara che mai: il dissesto di Niscemi è un processo endogeno, ciclico e governato da leggi fisiche che prescindono dalle variazioni climatiche recenti. Se già nel XVIII secolo, in assenza di industrializzazione e con emissioni di CO2 irrilevanti, la collina di Niscemi subì una devastazione identica, se non superiore, a quella del 1997 e a quella odierna, crolla il castello di carte di chi vorrebbe attribuire ogni smottamento al riscaldamento globale. I documenti d’epoca sono la prova schiacciante che la natura fragile del suolo siciliano ha un proprio orologio interno. Le “ferite” di oggi non sono altro che la riapertura delle cicatrici descritte da Landolina Nava, a dimostrazione che la geologia ha tempi che l’uomo, nella sua ansia di trovare colpevoli immediati, spesso dimentica di consultare.

L’eredità del Casma come monito per il futuro

L’evento del 1790 ci ha lasciato mappe e descrizioni che avrebbero dovuto guidare ogni piano regolatore degli ultimi due secoli. Invece, la lezione del passato è stata spesso ignorata in nome di un’espansione urbana che ha sfidato i limiti della fisica. Le attuali operazioni di soccorso e i monitoraggi della Protezione Civile nel quartiere Sante Croci si muovono oggi su un terreno che Landolina aveva già bollato come “insidioso e instabile” oltre duecento anni fa. Riscoprire questi documenti non è solo un esercizio di erudizione storica, ma un atto di realismo necessario per comprendere che la sicurezza del territorio passa per la conoscenza profonda delle sue antiche fragilità, piuttosto che per la narrazione di fantomatiche emergenze climatiche che, in questo caso specifico, la storia provvede puntualmente a smentire.