Sintomi da coronavirus: sono in molti a chiedersi cosa comporta realmente il contagio da coronavirus. Dei 2703 pazienti infetti, 1064 si trovano in isolamento domiciliare, 1344 ricoverati in ospedale e, tra questi, 295 sono in terapia intensiva. Ieri sera è stato approvato il decreto legge che prevede lo stop a scuole e università fino al 15 marzo: misure pesanti, ma necessari per bloccale il diffondersi dell’epidemia. La preoccupazione infatti è legata a un sovraccarico del sistema sanitario che va prevenuto: bisogna avere la possibilità infatti di curare, con farmaci ma anche terapia intensiva qualora fosse necessario, tutti coloro che lo necessitano. E in questo marasma di coronavirus non vanno dimenticati tutti gli altri pazienti, ordinari diciamo, che meritano le stesse cure e attenzione dei positivi al Covid-19.

“Sono ricoverata da dieci giorni. – racconta – Le mie condizioni sono peggiorate: sono svenuta in due occasioni, sono a letto sotto ossigeno e assumo la terapia mattina e sera, oltre a quella endovenosa fissa. La febbre da due giorni non c’è più, ma i polmoni hanno bisogno di aiuto…”
La notizia del focolaio nel Lodigiano era infatti ormai nota e Codogno era già zona rossa. “Ho avuto un primo ricovero a Cremona in un poliambulatorio adibito ad ospedale da campo con brandine della Protezione civile. Ho fatto li i primi esami. Quando ho avuto il risultato mi hanno spedita negli infettivi”.
Da lì, la paura di essere positivi. I dubbi, le ansie, cosa succederà? “Sembrava di stare in un girone dell’inferno. Te lo dicono ma non capisci cosa ti aspetta ed è meglio così. La cura ti ammazza. Piega il tuo corpo, il mal di stomaco con nausea e vomito è lancinante, la febbre ti fa bruciare”.
“Lunedì è stata la mia giornata peggiore. – prosegue Alessandra – Impotente davanti al ricovero di mio marito, in terapia subintensiva a Lodi. Non vedevo via d’uscita. Mi sentivo soffocare. Avrei voluto urlare, perché a Lodi è già ricoverato anche mio papà…”
La domanda sorge spontanea, come chiedono i colleghi del Corriere, “come ha contratto il Covid-19”? “La bidella della scuola di mia nipote è risultata positiva. Le parlavo mattina e pomeriggio. Anche l’impiegata della Rsa dove lavoro è stata contagiata e ricoverata sempre qui a Cremona. Ma l’ho saputo dopo. Oppure l’ho preso altrove senza saperlo…”.
La quotidianità dei pazienti affetti da Covid-19 in Ospedale è differente rispetto a quella dei classici pazienti, “Non è ammessa alcuna visita. La stanza ha due letti, ma la tv è girata verso l’altro letto, solo lì c’è l’auricolare. Il tempo non passa mai”.
Il tempo: questo grande giudice che nel caso di un’epidemia infettiva così contagiosa agisce da discriminante tra ciò che si può fare e ciò che bisogna rimandare. Di quanto? Il tempo necessario per avere altre cure, dei vaccini, per indebolire il virus grazie agli anticorpi ma anche all’aumento di temperatura.
In questo contesto i medici “entrano al mattino per la visita e sono gentili e disponibili. Il personale anche, ma ha disposizione di entrare il meno possibile. A volte bussano dal vetro…”.
Inevitabile cercare conforto in chi si trova nella stessa situazione, nonostante a volte non è facile. In stanza con Alessandra c’è infatti “una signora molto più giovane, è ricoverata da 12 giorni. Si è aggravata, non riusciamo a parlare. Anche il mangiare… tu vorresti finirlo, invece dopo due cucchiai hai già nausea”.
